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Consapevoli e liberi (Col 2:8-12)

Van Gogh Bibbia

Al tempo degli apostoli, c’era una bella comunità di cristiani in una cittadina che si chiamava Colossi, in mezzo alle montagne. Era un piccolo borgo su una strada di traffici secondari e per arrivarci ci voleva tempo, fra strette gole e strade sdrucciolevoli, così che neanche l’apostolo Paolo, di solito così viaggiatore e avventuroso, ci era arrivato, e la notizia dell’evangelo, la buona notizia di Gesù Cristo, gli era arrivata da un collaboratore di Paolo.

Quella comunità, quella chiesa, era proprio ben fondata e forte di una sana fede cristiana, e i suoi membri vivevano anche il loro essere cristiani in maniera coerente. Eppure, l’apostolo si preoccupa e scrive loro una lettera, perché anche in quel villaggio così tranquillo e in quella chiesa così armoniosa e fedele stavano giungendo dei personaggi particolari. Si presentavano come filosofi, e dicevano che per difendersi dai malanni oppure per essere sicuri giorno dopo giorno, oltre Gesù Cristo bisognava adorare quelli che chiamavano gli elementi del mondo, astri o divinità collegate alla terra, al fuoco… sottomettersi a digiuni e regole legate al calendario, avere amuleti… Continue reading

Quelli che annunciano (Luca 24:19-24)

Caravaggio Cena in Emmausus

Il Signore è risorto, Egli è veramente risuscitato!

Questo è il grido di gioia che fonda la chiesa, è il saluto di Pasqua, che anche la morte è vinta dal nostro Salvatore.

Non fu proprio questa, però, l’immediata reazione dei discepoli, e in questo spesso gli assomigliamo, per questo è sempre bello e utile ritornare a leggere l’emozionante brano di Luca sui due discepoli sulla via di Emmaus.

Eccoli, dunque, due discepoli di Gesù se ne ritornano a casa la sera di Pasqua, quella della Resurrezione, sono delusi e abbattuti, perché non hanno ben capito ciò che Gesù gli aveva spiegato e nemmeno hanno creduto all’annuncio delle donne… In quel momento un altro viandante gli si avvicina e gli chiede di che parlino: Continue reading

La società che va avanti

pesca nel lago

Una delle apparizioni di Gesù Cristo risorto in Galilea è riferita in Giovanni 21.È una di quelle apparizioni che Gesù risorto aveva preannunciato alle donne, che per prime lo vedono risorto.

Dopo queste cose, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli presso il mar di Tiberiade; e si manifestò in questa maniera.

Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli erano insieme. Simon Pietro disse loro: «Vado a pescare». Essi gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Uscirono e salirono sulla barca; e quella notte non presero nulla.

Quando già era mattina, Gesù si presentò sulla riva; i discepoli però non sapevano che era Gesù. Allora Gesù disse loro: «Figlioli, avete del pesce?» Gli risposero: «No». Ed egli disse loro: «Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete». Essi dunque la gettarono, e non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci. Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse la veste, perché era nudo, e si gettò in mare. Ma gli altri discepoli vennero con la barca, perché non erano molto distanti da terra (circa duecento cubiti), trascinando la rete con i pesci.

Appena scesero a terra, videro là della brace e del pesce messovi su, e del pane. Gesù disse loro: «Portate qua dei pesci che avete preso ora». Simon Pietro allora salì sulla barca e tirò a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci; e benché ce ne fossero tanti, la rete non si strappò. Gesù disse loro: «Venite a far colazione». E nessuno dei discepoli osava chiedergli: «Chi sei?» Sapendo che era il Signore. Gesù venne, prese il pane e lo diede loro; e così anche il pesce.

Questa era già la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli, dopo esser risuscitato dai morti. (Giovanni 21:1-14)

Quale significato?

Pietro e quasi tutti gli altri sono per mestiere dei pescatori, non appare dunque strano che vadano a pescare. “Eppure hanno visto il risorto!”, dicono alcuni che si sorprendono invece della loro occupazione di pescatori, ma non dobbiamo essere anacronistici, non sono mica cardinali. A parte la battuta, più in generale: si è annunciatori di resurrezione, qualcosa di straordinario, ma sempre in mezzo alla vita ordinaria.

Chiaramente ciò che accade riceve la sua interpretazione, anche da parte degli stessi protagonisti, dalla pesca miracolosa con cui Gesù aveva chiamato i primi discepoli ad essere pescatori di uomini, ad essere annunciatori dell’evangelo.

Infatti, Giovanni (il discepolo che Gesù amava) per primo si ricorda di quella pesca straordinaria già avvenuta e quindi riesce a capire che è Gesù, quello sulla riva.

Gesù non era stato da loro riconosciuto non per la lontananza e la poca luce del mattino, visto che anche una volta a terra stentano a riconoscerlo (cosa questa comune nelle altre apparizioni), ma perché il risorto ha un corpo “glorioso”, rinnovato.

A questo punto il Signore si mostra loro nel gesto rivelatore di prendere il pane e di distribuirlo loro, come aveva fatto nella moltiplicazione dei pani, in cui c’erano anche alcuni pesci, come aveva fatto all’Ultima cena, come anche aveva fatto coi discepoli sulla via di Emmaus.

Non solo però è un gesto rivelatore, ma anche e soprattutto un gesto di comunione, la comunione che avevano prima è comunione anche con il Risorto.

Qui dunque (e il dialogo con Pietro che segue lo conferma) essi sono chiamati ad essere annunciatori e testimoni dell’evangelo e insieme della resurrezione. Il mandato che essi avevano ricevuto da Gesù in vita è ribadito e anzi è ampliato e sostanziato dall’essere annunciatori anche del Risorto, anche di resurrezione, di salvezza completa. Il messaggio dell’evangelo è dunque ora completo.

Anche il numero 153, che ormai per noi ha perso di significato, si inquadra nell’invio in missione. Doveva essere legato a quel tempo ad un modo di dire o ad una convenzione, per cui rappresentava forse il numero delle specie pesci conosciuti oppure quello dei popoli della terra. Dunque in quei 153 pesci e in quella rete che non si spezza, ecco che vediamo che il mandato missionario verso ogni persona e ogni popolo, avrà successo completo. E nessuno sarà quindi dimenticato dalla salvezza.

Testimoniare a tutti

Questa interpretazione di ciò che ci viene raccontato parla subito anche a noi direttamente, anche se come sempre è qualcosa di complesso da mettere in pratica.

Anche noi è ovvio siamo annunciatori di Gesù Cristo, come cristiani, e lo siamo in mezzo alle tante attività terrene, più o meno importanti. Il mandato missionario dei cristiani li fa annunciatori e testimoni verso tutti.

Se una volta parlare della missione era però un riferirsi a paesi lontani, oggi di fronte al sostanziale allontanamento di molti europei dalla fede, questo “verso tutti”, significa portare un messaggio di speranza e di fede al nostro prossimo che non sa più niente o quasi dell’evangelo, e dubita della fede.

Andare verso tutti significa allora, proprio perché c’è meno frequenza in chiesa, testimoniare proprio nel quotidiano e parlare dell’evangelo quando ce ne sia l’occasione.

Sempre con quel senso di comunione, di simpatia fraterna, di condivisione della stessa situazione umana e sociale, che non ci fa essere un corpo separato dalla società umana, ma un sale, una luce, una componente vitale.

il Risorto

Per essere veri annunciatori e testimoni dell’evangelo, questo brano come altri, ci dice che alla base del nostro annuncio ci deve essere quello della resurrezione del Signore e dell’incontro con il Risorto.

Spesso però anche i cristiani hanno problemi con la resurrezione. Ma qui non c’è il problema di immaginare la resurrezione, qui c’è da essere testimoni che “il Signore”, come qui giustamente chiamano Gesù, era morto ed è risorto. Egli ha vinto la morte. Come questo sia possibile, come ciò sia esteso a noi, alla nostra realtà quotidiana è altra cosa, però molto meno importante.

Siamo costituiti infatti come annunciatori che la morte non è definitiva, che c’è qualcosa di gioioso e di bello e di comunitario oltre la morte e non qualcosa di triste e negativo e solitario e nemmeno il nulla, che ad alcuni pare accogliente.

Questo annuncio ci dice di non arrenderci a ciò che non va, di ricercare la giustizia fin d’ora, di non essere dalla parte di chi crede che tutto sia mortale e tutto quindi sfrutta e distrugge.

Proprio con questa speranza di resurrezione possiamo anche accettare la morte, che viene a limitare il dolore e la malattia.

Abbiamo una vita terrena per sperimentare, per gioire, per combattere, per gettarsi nella mischia, ma è una vita che finisce insieme alle sue sofferenze, colpi, ferite e cose che non sono andate come dovevano.

Proprio perché la vita è limitata, ma c’è nuova vita, nuova esistenza, possiamo amare la vita presente al massimo e gioirne in ogni tempo e sollevarci sul presente e avere uno sguardo verso il futuro sereno.

E se oggi non riesco a fare più le cose di un tempo, non ne farò una tragedia, ma continuerò a gioire di ciò che ho oggi, sapendo che tutto ritornerà pienamente un giorno.

con coraggio e gioia

Che la morte non sia definitiva è dunque l’annuncio di poter vivere con fiducia, gioia, speranza, in questo mondo ormai pieno di paurosi, disperati, menagrami, profeti di sventura.

E di gente che abbia forza e coraggio, in questo mondo pieno di piagnistei, di persone che si vorrebbero chiudere in casa per paura del terrorismo o degli altri, la società ne ha estremo bisogno.

E sono i cristiani, proprio quelli accusati di essere dei deboli sognatori, a costituire l’ossatura della società che va avanti, che crea cose nuove ed è giovane, nonostante l’età, ed è viva, nonostante i malanni, che è speranzosa, nonostante non abbia fiducia nell’umanità. Perché il Risorto si è mostrato loro, gli fa sentire la sua presenza, li ha già portati da morte a vita. Amen

Domande ingenue

Dante e la Commedia - Michelino

Negli evangeli ci sono vari racconti della mattina della Pasqua di resurrezione, come anche delle apparizioni successive di Gesù risorto. Alcuni dei particolari differiscono. Segno che i testimoni hanno testimoniato ognuno come si ricordava e ricostruiva ciò che era avvenuto. Ciò è un indice di affidabilità, i vari testimoni hanno riportato quanto ricordavano e non c’era una lezione privilegiata di base.

Ovviamente si hanno delle costanti: la tomba vuota e lo spavento e la perplessità dinnanzi a qualcosa di così straordinario rispetto all’esperienza umana. E poi che le prime a ricevere la notizia e a vedere il Risorto sono delle donne.

L’annuncio di resurrezione di Gesù Cristo è basato sulla notizia dunque delle testimoni e dei testimoni che lo hanno visto. Per questo la fede cristiana è in un certo senso fede nelle testimonianze degli apostoli. Ecco anche perché la chiesa è definita apostolica.

Può sembrare riduttivo per alcuni, ma significa che non è un mito, una storia che non si sa chi abbia inventato, ma è una notizia situata nella storia.

Certo ci serve fede per credere alla testimonianza della resurrezione di Cristo, perché è così lontana dall’esperienza corrente. E ci serve in un certo senso ancor più fede per vedere la sua resurrezione come primizia per tutti noi.

Si vede parlando di questo con tante persone, infatti alcuni dicono che Gesù, sebbene umano era anche divino, e dunque per lui fanno un’eccezione mentale, ma se si parla della resurrezione di tutti si affollano domande ingenue e perplesse: “ma dove staremo tutti?”, “con quale corpo?” E poi “è anche necessario proprio un corpo?” Sono le stesse domande fra l’altro dei Corinzi all’apostolo Paolo.

Però sono domande ingenue, anche se vengono da persone istruite o che sfoggiano cultura, perché sono domande senza senso infatti partono dall’esperienza attuale per sondare l’inconoscibile futuro di Dio. Siamo attenti infatti a separare ciò che è biblico, dalle idee che sono venute dopo.

Certo ci viene detto ci sarà un fisico, una corporeità, perché noi non siamo solo idee, ma anche forza fisica, anche spazio occupato e trasformatori con il nostro impegno e lavoro dell’ambiente che ci circonda…

Ma sarà un corpo glorioso, come si esprime l’apostolo, sostanzialmente diverso perché non soggetto al degrado… Ma ogni descrizione, anche quelle della chiesa medioevale che in Dante trovano una rappresentazione artistica, come anche in vari quadri antichi, sono invenzioni.

Dunque l’annuncio, si badi bene non la descrizione, ma l’annuncio della chiesa è di un nuovo corpo, di nuova materia e anche di una nuova società umana e di un luogo nuovo dove vivere in pace e in laboriosa lode al Signore.

Questo annuncio ci dà speranza di fronte alla morte, ovviamente. Ma ci indirizza anche in una nuova visione dei rapporti umani e della società, vale la pena di vivere già adesso in pace e nella lode al Signore, visto che lo faremo per l’eternità. E dato che la morte non ha l’ultima parola, anche in questo mondo ingiusto, vale la pena di vivere cercando la giustizia e il bene. Amen

Già risorti

Se dunque siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria. (Colossesi 3:1-4)

Siamo già risorti. Questo pensiero attraversa tutte le lettere di Paolo. Sì, siamo sempre noi, soffriamo e sbagliamo sempre come mortali e terrestri, ma siamo come già risorti, già cittadini del Regno di Dio. E quando sia avvenuta la trasformazione per l’apostolo è chiaro: al momento del battesimo.

Siamo già risorti, dunque. E forse questo annuncio è ancor meno accettato dalla gente rispetto all’annuncio di resurrezione di Cristo e a quello della resurrezione dei corpi, sia pure con un corpo glorioso, non soggetto al degrado e alla morte.

Ma essere già risorti? È ancora un po’ di più, per alcuni un pochino troppo, e in effetti –sebbene occupi parecchio posto nelle lettere paoline– è cosa poco divulgata. Per alcuni è solo un modo di dire, un paragone, se no sarebbe un Dio che fa proprio il grande, lo spaccone…

Però l’apostolo ce lo comunica come qualcosa di fondamentale del nostro divenire cristiani.  E dato che apparentemente siamo come prima: come scoprire e apprezzare di essere già risorti?

Per l’apostolo si scopre vivendo e aspirando alle cose divine. Vivendo, non è infatti questione teorica, ma pratica, non è questione mistica, ma di vita attiva. E aspirare, desiderare, cercare le cose di lassù, le cose di Dio. Vivendo così iniziamo a scoprire questa vita nascosta in Cristo, qualcosa di noi e della nostra nuova esistenza.

Cercate le cose di lassù” non è dunque un’indicazione moraleggiante, che ci dà l’apostolo, anche se ovviamente se ne possono ricavare indicazioni per il comportamento quotidiano, ma è qualcosa di esistenziale.

Sì la resurrezione è qualcosa di esistenziale, per tutti noi. Qualcosa che riguarda il nostro esistere, il nostro essere profondo, tutta la nostra vita, la nostra essenza che è già stata risuscitata… è anche quindi scoprire nella nostra giornata segni d’immortalità, ascoltare la presenza di Dio e dell’eternità.

Per questo il Signore ha messo nel nostro cuore la ricerca dell’eternità[1], dell’immortalità nel nostro mondo mortale. Perché scoprissimo nella nostra vita, il nostro vero essere.

Alla fine, poi, alla fine del tempo, quando Cristo sarà manifestato, aggiunge l’apostolo, anche le cose che sono state fatte aspirando alle cose di lassù saranno manifestate. Non solo noi con un corpo glorioso, ma ciò che abbiamo fatto di positivo e di vero, sarà salvato e manifestato nel nuovo tempo di Dio. Tre cose infatti durano: fede, speranza, e la più grande di tutte: amore.

Questo è l’annuncio di Pasqua. E questo annuncio ha conseguenze sulla nostra vita.

Alcuni aspetti sono forse ovvi.

Il primo è certo una conseguenza se vogliamo morale, di giustizia. Perché se c’è resurrezione c’è anche giustizia. E dunque veniamo spronati alla giustizia, al cercare la verità delle cose che facciamo, all’amore per il prossimo, alla costruzione di cose che combattano la disperazione, il nichilismo.

In altre parole quando senti qualcuno che dice “non vale la pena, perché tutto va male, perché non c’è niente di buono, perché siamo ormai alla decadenza…” Allora possiamo incoraggiare e contrapporre che “no, c’è da fare invece”. Questo viene da una rinnovata fiducia ed energia, non nell’essere umano, anzi bisogna non essere ingenui, ma accorti, ma nel Signore che ci rinnova e ci ha fatti già risorgere.

E troveremo poi rispondenza anche in altri che sentono dentro di sé che la via non è la resa a quello che va male, ma invece la ricerca delle ragioni della vita, dell’immortalità. Quella è la maniera giusta di vivere.

Un altro aspetto ovvio dello scoprire la resurrezione, che siamo già risorti e già destinati alla vita eterna, è non farci cadere nella disperazione, anche quando le nostre forze o la nostra salute sono ai minimi.

Un messaggio di forza, fiducia e coraggio dunque per anziani, che non devono sentirsi inutili e sconfitti, ma invece possono fare ancora tanto, e per giovani, che non devono sentirsi inadeguati in questo mondo truffaldino, ma invece devono sapere che sono già risorti e quindi pieni di possibilità e di doni da realizzare.

Ma infine vorrei aggiungere qualcosa in più, se possibile. Essere già risorti ci permette di fare nel nostro giorno, nel quotidiano in ogni giorno, qualcosa di speciale.

Possiamo creare in ogni giorno qualcosa di speciale per noi e per gli altri, grazie a Dio e alla potenza della resurrezione che già manda su di noi.

Pensare a questa possibilità concreta, è il modo di vivere di chi ha scoperto di essere già risorto. Buona Pasqua, dunque, serena forza per la vita intera. Amen

[1] Ecclesiaste 3:11 Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell’eternità, sebbene l’uomo non possa comprendere dal principio alla fine l’opera che Dio ha fatta.

Profezia involontaria

Cristo dinnanzi a Caiafa di Mattias Stom

La resurrezione di Lazzaro, o meglio il fatto che Gesù richiami in vita Lazzaro, che è già morto da quattro giorni, è uno dei segni miracolosi più potenti di Gesù.

Alcuni dicono “Ah! Se fossimo stati ai tempi di Gesù e lo avessimo visto fare quelle cose, allora sì avremmo creduto in lui”. Però è interessante leggere quello che avviene dopo la resurrezione di Lazzaro per accorgersi che non tutti credono, anzi alcuni decidono di farlo morire.

Ecco dunque la conclusione del racconto di Lazzaro:

Gesù gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

Perciò molti Giudei, che erano venuti da Maria e avevano visto le cose fatte da Gesù, credettero in lui.

Qui però il racconto non finisce, ma prosegue:

Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto. I capi dei sacerdoti e i farisei, quindi, riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Perché quest’uomo fa molti segni miracolosi. Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui; e i Romani verranno e ci distruggeranno come città e come nazione».

Vediamo dunque che innanzitutto alcuni non credono veramente in Gesù, ma anzi vanno a denunciarlo. Gli altri, pur riconoscendo che fa effettivamente segni grandiosi, lo vogliono morto. Non rimangono affascinati dal suo potere sulla morte, che è il potere più grande si possa avere sulla terra, e quindi si affidano a lui e gli danno fiducia, ma invece si preoccupano della potenza romana e continuano a ragionare con la loro logica umana.

A questo punto in mezzo alla loro indecisione sul da farsi, perché forse non osano pensare di far morire Gesù, parla il sommo sacerdote:

Uno di loro, Caiafa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla, e non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione».

E l’evangelista aggiunge come spiegazione:

Or egli non disse questo di suo; ma, siccome era sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire in uno i figli di Dio dispersi. (Giovanni 11:43-52)

Il sommo sacerdote dunque fa una profezia involontaria. Pensa nella sua logica politica terrena ed esprime il suo cinismo nel condannare un innocente per il fine di “salvare il popolo”, che tradotto vuol dire “salvare la nostra posizione di privilegio in mezzo a questo popolo”; e invece profetizza e spiega il valore di salvezza che ha la croce di Cristo, ci annuncia la grandezza di Gesù Cristo come Salvatore.

E l’evangelista Giovanni aggiunge che Gesù è anche il Salvatore di ogni figlio di Dio, di chiunque è da lui chiamato.

Quello che dimostra Caiafa è che neanche segni miracolosi potenti possono cambiare il cuore umano dal cinismo all’amore del prossimo, dalla convenienza immediata alla salvezza, dalla rassegnazione a questo mondo ingiusto alla speranza della giustizia divina. Serve per questo essere illuminati dallo Spirito.

Ma per quelli che sono stati chiamati da Dio, in ogni modo, in ogni tempo e luogo, questi segni miracolosi di Gesù sono un sostegno e una luce per vivere con speranza ogni situazione dell’esistenza. Amen