Salmi

I salmi rappresentano in ogni tempo una delle parti della Bibbia più lette. Infatti con l’elaborazione poetica, spesso i salmi si staccano dalla realtà in cui sono stati composti e parlano di situazioni universali, in cui possiamo riconoscerci.

In questo modo i salmi divengono anche la nostra preghiera, ci fanno pensare e sperare, e alle volte danno parole alla nostra rabbia, senza per questo interrompere il dialogo con il nostro Creatore.

Qui di seguito alcune analisi di salmi per comprenderli meglio.

Salmo 11

1 Al direttore del coro. Di Davide. Io confido nel SIGNORE. Voi, come potete dire all’anima mia: «Fuggi al tuo monte come un uccello»? 2 Poiché, ecco, gli empi tendono l’arco, aggiustano le loro frecce sulla corda per tirarle nell’oscurità, contro i retti di cuore. 3 Quando le fondamenta sono rovinate, che cosa può fare il giusto? 4 Il SIGNORE è nel suo tempio santo; il SIGNORE ha il suo trono nei cieli; i suoi occhi vedono, le sue pupille scrutano i figli degli uomini. 5 Il SIGNORE scruta il giusto, ma detesta l’empio e colui che ama la violenza. 6 Egli farà piovere sull’empio carboni accesi; zolfo e vento infocato sarà il contenuto del loro calice. 7 Poiché il SIGNORE è giusto; egli ama la giustizia; gli uomini retti contempleranno il suo volto.

 

Il salmo è costituito da due parti: 1-3 Il trionfo dell’empio (mitigato dal versetto 1), 4-7 il trionfo del Giusto (cioè del Signore) e quindi dei giusti.

Quale situazione ci immaginiamo? Alcuni hanno immaginato una persona rifugiata nel tempio a cui gli inservienti dicono di scappare, non bastano più le mura del tempio a difendere chi chiede asilo, meglio la macchia, tutto è ormai rovinato, le fondamenta del creato stesse. Ma senza immaginare cose che non ci sono nel testo (meglio sempre riferirsi e predicare sul testo che su una ipotetica ricostruzione della situazione), possiamo dire che nella saggezza umana, l’empio trionfa, e quando tutto sembra ormai scosso fino alle fondamenta, non resta che scappare o adeguarsi: se tutti fanno così che può fare il giusto?

Come potete dire alla mia nefes di fuggire? Vale la pena di ricordare che l’anima mia, vuol dire il mio essere, la mia persona intera, tutto ciò che sono. Questa domanda appare allora forte: come potete dire a me stesso, che confido nel Signore, che quindi ricevo la mia caratteristica da questa mia fede, di fuggire? Sarebbe come dire di non essere più me stesso, di rinnegare, non solo il Signore, ma anche la mia stessa persona, non sarei più io, non vivrei più, sarebbe un suicidio della mia nefes, a fronte di una mera sopravvivenza.

Ma il salmista l’ha dichiarato fin dal principio: confido nel Signore. Non fuga, ma rifugio nel Signore. Certo il Signore sembra essere lontano nei cieli e rinchiuso nel suo tempio (è l’ateismo dell’epoca antica: Dio esiste, ma è lontano), ma invece egli guarda tutti, scruta anche i giusti, quasi a mantenerli nella retta via, più che a volerli castigare, ma odia l’empio e chi ama la violenza (non chi la usa come ultima risorsa…)

Il salmo vive di molti contrasti: Dio-giusti/ingiusti, luce/oscurità, silenzio/azione, fede/visione.

Il giudizio che vediamo è attuale o finale, escatologico? Entrambi? L’apocalisse usa l’immagine della coppa/calice.

Per i cristiani Cristo è la roccia, riprende questa immagine, però se siamo tutti peccatori come conciliare questa (di)visione fra giusti ed ingiusti così netta. Certamente noi superiamo questa visione così secca con il messaggio di Cristo, ma non dobbiamo dimenticare che il cristiano, pur nella coscienza del proprio peccato, deve alle volte schierarsi. Queste immagini così crude, vengono da situazioni crude, in cui qualcuno attenta la vita stessa di un altro, senza alcuna giustizia. La violenta richiesta dei salmi, e dovuta alla violenza degli attaccanti. Ricorda l’inizio di Se questo è un uomo. Anche in questo aspetto crudo sono preghiera?

Salmo 42

1 Al direttore del coro. Cantico dei figli di Core. Come la cerva desidera i corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. 2 L’anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente; quando verrò e comparirò in presenza di Dio? 3 Le mie lacrime son diventate il mio cibo giorno e notte, mentre mi dicono continuamente: «Dov’è il tuo Dio?» 4 Ricordo con profonda commozione il tempo in cui camminavo con la folla verso la casa di Dio, tra i canti di gioia e di lode d’una moltitudine in festa. 5 Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me? Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio. 6 L’anima mia è abbattuta in me; perciò io ripenso a te dal paese del Giordano, dai monti dell’Ermon, dal monte Misar. 7 Un abisso chiama un altro abisso al fragore delle tue cascate; tutte le tue onde e i tuoi flutti son passati su di me. 8 Il SIGNORE, di giorno, concedeva la sua grazia, e io la notte innalzavo cantici per lui come preghiera al Dio che mi dà vita. 9 Dirò a Dio, mio difensore: «Perché mi hai dimenticato? Perché devo andare vestito a lutto per l’oppressione del nemico?» 10 Le mie ossa sono trafitte dagli insulti dei miei nemici che mi dicono continuamente: «Dov’è il tuo Dio?» 11 Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me? Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.

Nell’”Innario cristiano” abbiamo la versione di questo salmo nella musica del 1551. L’inno ci permette di sentire una rilettura del salmo, che pone degli accenti differenti, e che ci fa riflettere su come i salmi possano diventare le nostre preghiere. Nel nostro inno a parte la suggestione che può prenderci quando pensiamo che è sulla musica del cinquecento in piene guerre di religione, si vede come il dubbio sia molto più esplicito che nel testo originale.

Questo salmo è visto da molti come completo aggiungendovi quello che segue, infatti nel 43 c’è il ritornello che si ripete: Spera in Dio… , e prosegue la stessa tematica.

Il ruolo del ritornello, in questo salmo che se non sarebbe quasi disperato, è però fondamentale. Prima di ritornarci vogliamo considerare le due immagini iniziali. Le due immagini della cerva e degli abissi, possono essere viste sia come ispirate da una osservazione della natura, la cerva e i ripidi torrenti che vanno al Giordano, sia come un richiamo a motivi poetici tradizionali, ad esempio l’identificazione dell’oceano con la malattia e la morte. Bisogna riflettere che l’io del poema e l’io dell’autore possono essere diversi e dunque, non solo dobbiamo affidarci a ciò che è scritto piuttosto che alle improbabili ricostruzioni dell’ambiente e dell’occasione dell’autore, ma dobbiamo riflettere sulla simbologia usata, appunto anche come simbologia poetica e non solo come occasioni letterarie. La ricerca fisica dell’acqua, con il mugolio della cerva che trova i torrenti secchi, è paragonata a quella del salmista esule, che è lontano dal Dio della vita. Gli altri monti in cui è il salmista gli danno, invece, la nostalgia del monte Sion.

Inoltre c’è l’individuazione di Dio nel tempio. A chi gli chiede dove è il tuo Dio, la risposta non è tanto è comunque con me, ma egli è lontano sul monte Sion e non sul Misar. L’episodio della samaritana dà una risposta cristiana illuminante a questo salmo. Quell’episodio comincia con il tema dell’acqua, Gesù cristo come acqua della vita, ma anche la sete della samaritana di conoscere Dio. Quando poi la samaritana comprende chi sia veramente Gesù, cioè proprio colui che doveva arrivare, ella domanda subito su quale monte si deve adorare, cioè dove è il luogo in cui si è più vicini a Dio. E la risposta di Gesù è che viene presto il tempo in cui non si adorerà su nessun monte, ma dappertutto in Spirito e Verità. Questo segna la fine del culto di Dio in un preciso luogo, ed è la risposta al nostro salmista. Alla domanda dove è il tuo Dio, la risposta è che mi accompagna nella mia sofferenza (confronta peraltro il salmo 23).

Tutto il salmo vive, dunque, di una specie di dialogo interiore, che riferisce le domande degli avversari. Si vede una polarizzazione umana, fra fiducia e sfiducia. C’è anche per noi il tema dell’assenza/presenza di Cristo. Il ritornello, quello che esprime la certezza ferma del credente, anche quando è roso dal dubbio, è ciò che fa di questo passo un salmo. Ci si può domandare anche qui se la speranza è attuale oppure anche o soprattutto escatologica. Ma il ritornello ci dice che grazie alla speranza certa cristiana, che è sia escatologica che per il prossimo futuro, la vita è già ora differente. Noi non abbiamo paura oggi, perché un dì, trionferemo.

Proprio di fronte a questo salmo così intimo, e così pieno di umano dubbio e debolezza, vale la pena chiedersi: in che senso i salmi sono parola di Dio, e non solo parole di credenti? E vale la pena di rispondersi con Bonhoeffer, che dice che già nella incerta e dubbiosa nostra preghiera noi siamo aiutati da Gesù Cristo, nel formulare le nostre parole, nel riordinare i nostri pensieri… in sostanza le nostre parole, grazie al suo Spirito, sono già le parole del Signore.

Salmo 103

1 Di Davide. Benedici, anima mia, il SIGNORE; e tutto quello ch’è in me, benedica il suo santo nome. 2 Benedici, anima mia, il SIGNORE e non dimenticare nessuno dei suoi benefici. 3 Egli perdona tutte le tue colpe, risana tutte le tue infermità; 4 salva la tua vita dalla fossa, ti corona di bontà e compassioni; 5 egli sazia di beni la tua esistenza e ti fa ringiovanire come l’aquila. 6 Il SIGNORE agisce con giustizia e difende tutti gli oppressi. 7 Egli fece conoscere le sue vie a Mosè e le sue opere ai figli d’Israele. 8 Il SIGNORE è pietoso e clemente, lento all’ira e ricco di bontà. 9 Egli non contesta in eterno, né serba la sua ira per sempre. 10 Egli non ci tratta secondo i nostri peccati, e non ci castiga in proporzione alle nostre colpe. 11 Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così è grande la sua bontà verso quelli che lo temono. 12 Come è lontano l’oriente dall’occidente, così ha egli allontanato da noi le nostre colpe. 13 Come un padre è pietoso verso i suoi figli, così è pietoso il SIGNORE verso quelli che lo temono. 14 Poiché egli conosce la nostra natura; egli si ricorda che siamo polvere. 15 I giorni dell’uomo son come l’erba; egli fiorisce come il fiore dei campi; 16 se lo raggiunge un colpo di vento esso non esiste più e non si riconosce più il luogo dov’era. 17 Ma la bontà del SIGNORE è senza fine per quelli che lo temono, e la sua misericordia per i figli dei loro figli, 18 per quelli che custodiscono il suo patto e si ricordano di mettere in pratica i suoi comandamenti. 19 Il SIGNORE ha stabilito il suo trono nei cieli, e il suo dominio si estende su tutto. 20 Benedite il SIGNORE, voi suoi angeli, potenti e forti, che fate ciò ch’egli dice, ubbidienti alla voce della sua parola! 21 Benedite il SIGNORE, voi tutti gli eserciti suoi, che siete suoi ministri, e fate ciò che egli gradisce! 22 Benedite il SIGNORE, voi tutte le opere sue, in tutti i luoghi del suo dominio! Anima mia, benedici il SIGNORE!

In questo salmo si invita a benedire il Signore per i suoi benefici, per il suo intervento per Israele, di fronte alla caducità umana. Per alcuni è cristiano ante-litteram, ma comunque molto usato in ambito ebraico. Canto dunque di benedizione. BRK=benedire originariamente deriva dalla concezione antica di conferire una forza sacrale. Benedire qualcuno significa dichiarare che Dio lo ha benedetto, benedire Dio vuol dire riconoscere che egli è l’origine di quella forza sacrale. In questo ultimo senso è qui usato ed è analogo a lodare. E anima mia, me stesso, e il mio intimo, configura il salmo come una lode personale, non comunitaria, una lode che arriva nell’intimo.

La lode parte dal beneficio più importante che è il perdono dei peccati, poi c’è la lode per la salute e quindi per essere scampati alla fossa, poi la lode è fatta in positivo per la benignità, le compassioni e la sazietà, concreta, di beni nel corso della vita, fino ad una vecchiaia serena, quasi una seconda giovinezza (ringiovaniti come l’aquila quando cambia il piumaggio). Il salmista considera quindi la sua vita sullo sfondo della vita e della storia del suo popolo, in cui il Signore interviene difendendo gli oppressi ed è intervenuto guidandolo lungo le sue vie (Esodo 33,19.34-5-7).

C’è poi il superamento della concezione della giustizia retributiva di Dio (peraltro già differente rispetto al capriccio degli dei antichi), con un Dio che non commisura la pena al peccato (vedi anche Geremia 3,5.12 dove l’unica condizione posta è di riconoscerlo, come successivamente sembra anche in questo salmo). La concezione della giustizia di Dio si traduce anche in un atteggiamento nei confronti di Dio. Di fronte alla divinità capricciosa ci sono riti e gesti o scongiuri che tendono ad imbonire la divinità. Per il giudice che risponde al peccato c’è una concezione normativa, di norme da seguire scrupolosamente per guadagnarsi una non-belligeranza. Ancora oggi noi troviamo fra la gente presenti questi due tipi di mentalità. E l’atteggiamento nei confronti del Dio misericordioso? È proprio la lode, come nel nostro salmo. La lode come punto di partenza nella vita del credente, poi segue veramente tutto il resto, e non solo per timore o per finta.

Il motivo della misericordia di Dio viene visto nella sua immensa superiorità rispetto a noi. Egli è generoso come un Padre, e come un Padre è commosso dalla fragilità dei suoi figli. Ed a fronte della caducità umana l’unica cosa che conta è la benignità eterna del Signore. Questa benignità in alcuni testi biblici (come in parte anche qui) si realizza nell’avere generazioni future piene di doni, ma da un punto di vista cristiano ci si concentra sulla creatura stessa. Allora l’eterna beatitudine data da Dio dà all’essere umano una dimensione nuova, dono di Dio e non ontologica (come sarebbe una immortalità dell’anima). È la resurrezione.

Eccoci pronti allora al ringraziamento finale del Signore per i suoi doni, ed insieme a tutti i ministri, ai messaggeri, a tutti coloro che lo servono (immaginando come una grande corte come quella di un re) c’è anche l’anima mia. Ci stiamo anche noi.

Salmo 121

Canto per le ascese. 1 Elevo gli occhi ai monti, da dove mi verrà l’aiuto? 2 Il mio aiuto è dal Signore che ha fatto cieli e terra. 3 Non renderà possibile che il tuo piede sia incerto, non si addormenterà il tuo custode. 4 Ecco, non dormirà né si addormenterà il custode di Israele, 5 il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra alla tua (mano) destra, 6 di giorno il sole non ti colpirà né la luna di notte, 7 il Signore ti custodirà da ogni male, custodirà la tua vita, 8 il Signore custodirà il tuo uscire e il tuo entrare da ora fino all’eternità.

Sovrascritta

Canto, salmo. Tanto il verbo che il sostantivo sono in relazione al culto, ma non in maniera stretta. Il salmo in questione non è quindi detto che si debba pensare pronunciato da leviti o sacerdoti. Erano preghiere, ma erano sicuramente spesso cantati.

I salmi delle salite. Della sovrascritta possiamo notare che nessuna delle ipotesi fatte per spiegarla è certa. Poteva essere un salmo anche di salita a Sion, ma non ci sono elementi che lo indicano con sicurezza (cfr. salmo 122), poteva essere un canto indicato in una faticosa o pericolosa salita, quindi con davanti i monti da scalare. Riguardo al Salmo 121 si può osservare che è presente forse una idea di viaggio, e forse di salita, ma non c’è affatto certezza sul fatto che si salga verso Sion o che si salga comunque per un pellegrinaggio. Il momento del pellegrinaggio, in effetti, mal si associa all’idea di pericolo, implicita nella domanda iniziale. Per spiegarlo è stato osservato che la strada che va da Gerusalemme a Gerico risulta in varie epoche molto pericolosa. Non si vede perché questa sia più pericolosa nei momenti di pellegrinaggio, cioè con molte persone che la percorrono, rispetto a quando la si percorre in giorni senza occasioni speciali. Si veda questo aspetto quando si parla dei monti.

1-2

Siamo di fronte ad un dialogo o ad un monologo? È un salmo individuale o liturgico? Molte sono le ipotesi, legate al passaggio dall’io al tu, ma nessuna soddisfacente, la brevità del Salmo non permette di decidere su queste ipotesi e fa propendere per la prima lettura. Infatti l’idea di un monologo interiore, che inizia da un momento di ansia o di scoraggiamento, non determinato da un evento preciso, rende bene il tenore del salmo e l’assenza di specificazioni sulle circostanze di composizione.

La frase in 1c è interrogativa o relativa? Lutero seguendo la Vulgata rendeva la domanda con una relativa: Alzo gli occhi verso i monti dai quali mi verrà l’aiuto. La maggior parte dei commentatori non seguono questa traduzione perché il termine me’ain. Inoltre vale solo se nei monti si vede proprio il luogo dove sorge il Tempio di Gerusalemme. Alzare, portare. Può avere anche un senso solenne di alzare insegne militari o idoli. Si trova anche usato traslato come nei gesti di una persona, alzare un braccio o alzare gli occhi come in questo caso, ma anche come alzare la voce o una preghiera accorata. Gli occhi: il termine può avere anche senso figurato. In connessione con il verbo precedente si potrebbe sostenere, anche se non un senso figurato: “rivolgo il mio animo ai cieli”, comunque un senso solenne, comunque non uno sguardo distratto. Nel salmo è fondamentale l’aspetto somatico e fisico dei termini usati, come si vede anche per gli altri termini coinvolti, che dà una sensazione di concretezza. Qui abbiamo gli occhi. Non si fa semplicemente riferimento allo sguardo, ma si sottolinea l’alzare lo sguardo con gli occhi che possono essere affaticati o accecati dal sole, oppure occhi che molto hanno visto o al contrario occhi giovani e curiosi. E questa immagine di supplica o di perplessità potrebbe suggerire quella degli “occhi” del Signore che non lasciano chi si confida in Lui.

A quali monti si riferisce il salmista? Vale a dire siamo di fronte a monti specifici, e se sì quali? Oppure sono monti generici, ed in tal caso quale funzione ha questa citazione, solo d’occasione oppure simbolica?

  1. I monti sono proprio quelle zone montuose, con valli e passi, con sole cocente e mancanza d’acqua, con il pericolo di imboscate, per i quali deve passare il pellegrino, oppure nel caso più generico i monti faticosi e pericolosi che deve affrontare il viaggiatore.
  2. I monti sono i monti sacri per le varie genti della Palestina. L’Hermon, il Tabor, lo Zafon cioè i monti sacri ai vari Baal. E quindi il salmista si risponderebbe, che è invece il Signore che dà aiuto. Il dubbio politeistico potrebbe essere allora solo una artificio letterario per far risaltare di più la fiducia nel Signore. Questa interpretazione parte dalla lettura di altri salmi 48,3; 68,16; 89,13. Ma sembra riferirsi ad una letteratura più ricercata della suggestiva semplicità del salmo e si basa necessariamente sull’ipotesi che il 121 sia un salmo di pellegrinaggio verso Sion.
  3. I monti sono semplicemente il monte di Sion, o meglio i monti su cui è costruita Gerusalemme, o i monti di Israele più genericamente, magari con i santuari patriarcali. Questa interpretazione si basa sui altri salmi come 3,5; 87,2; 125,1 (che fa parte della stessa serie dei salmi di salita), 134,3. In questo caso il pensiero ai monti di Sion già ha dentro implicitamente la risposta. La domanda in quel caso è strettamente retorica.
  4. L’alzare gli occhi ai monti sarebbe equivalente ad alzare gli occhi al cielo, saremmo di fronte in tal caso all’inizio di una preghiera, una richiesta al Signore di aiuto. In questo caso si fa notare che l’espressione di elevare gli occhi verso l’alto ha talvolta il significato di pregare. Questa ultima ipotesi affiancata alle altre dà alle prime tre un aspetto più indefinito. Letterariamente fa pensare che di fronte ai pericoli che ci attendono la preghiera sgorghi spontanea dal cuore, prima che possa essere verbalizzata dalla mente. Si può notare che se si immagina il salmo in una liturgia all’interno del tempio, che è sopra a Gerusalemme, proprio l’inizio del salmo con lo sguardo ai monti può essere considerato solo una trovata letteraria. Ma allora sorgerebbe la domanda se l’alzare gli occhi ai monti sia un sinonimo di levare gli occhi al cielo.

“Il mio aiuto è dal Signore”. Credere nel Creatore è qualcosa di vitale per Israele e non solo di filosofico. Proprio sulla potenza del creatore si basa la fiducia piena nel Signore, che però è vicino e fedele alle sue creature. Siamo qui già arrivati alla identificazione del Signore di Israele con il Creatore come si ribadisce nei versetti successivi. (Cieli e Terra. Cieli anche con il senso di universo. Terra, l’intera terra e non una sola parte, spesso opposta ai cieli.)

3-4

Di nuovo la simbologia somatica si trova nel piede che vacilla (lett. Il vacillante, il tremolante), nel piede stanco del viaggiatore, che non procede come conquistatore, ma avanza nel timore e nell’incertezza, un modo per farci apprezzare fisicamente la debolezza umana di fronte alla forza sicura del Signore. (Il vacillare si trova in altri salmi come 38,17; 55,23; 66,9 e 91,12). È una immagine che evoca l’instabilità della vita umana, descrivendo l’incertezza dei passi dei viaggiatori, e associando la vita all’idea di viaggio. Anche nel versetto finale i verbi usati di entrare e uscire continueranno ad utilizzare questa immagine di vita come un continuo viaggio.

Compare qui, in questi versetti, il termine custode che si ritroverà per sei volte. Il custode, il difensore, il guardiano di Israele e l’immagine del pastore di Israele si richiamano fra loro. Infatti l’espressione “non sonnecchia e non dorme” fa proprio parte dell’immagine del pastore, come di quella della sentinella. In questo caso ci troviamo di fronte all’identificazione del creatore con la fede storica di Israele, per altri (Weiser) l’idea del Creatore, non si riduce solo al momento della creazione, ma al fatto che il creatore continua ad occuparsi e sostenere la sua creazione, ma la terminologia sembra più riferirsi all’idea del patto. Si può osservare comunque che la salvezza non è solo del popolo, ma qui chiaramente anche del singolo che fa parte di quel popolo.

5-6

L’ombra è di nuovo un simbolo di protezione, come custode. In questo versetto i due termini compaiono strettamente legati al nome sacro del Signore, ripetuto quindi due volte. La destra indica di solito la mano ed il braccio più vigorosi, ed inoltre se il protetto è sulla sinistra la destra è libera di impugnare la spada (evidentemente non c’erano molti mancini e quindi non si suppone il Signore mancino). Inoltre l’avvocato nei processi era alla destra dell’accusato. Alcuni inoltre notano che è stando sulla destra che chi procede dall’Egitto riceve ombra nelle ore più calde, e quindi stiamo qui di fronte ad un gradualismo di una immagine, che sarà esplicitata nel versetto seguente, che fa riferimento all’esperienza dell’esodo. D’altra parte l’immagine dell’ombra potrebbe non essere necessariamente collegata al versetto seguente, ma indicare la vicinanza del Signore e la sua costanza nell’essere vicino, come un’ombra che segue sempre la persona che la produce.

La protezione dal sole trova spiegazione nel fatto che le insolazioni erano e sono frequenti in quei climi, senza le dovute accortezze. Lo dimostrano anche le molte citazioni di insolazioni descritte dalla Bibbia (II Re 4,19; Giona 4,8; Is 49,10 addirittura immagine escatologica la protezione dai colpi di sole). Inoltre anche alla luna erano attribuite malattie, e ancora ora pare lo siano nei paesi arabi. Anche in italiano è rimasta questa idea nel termine di lunatico. Naturalmente le immagini del sole e della luna, che colpiscono, anche se traggono origine dall’idea del viaggio e dei suoi pericoli, sono qui esempi da generalizzare, come farà il versetto successivo.

7-8

Nefes proprio la tua persona con la vita, sarà protetta da ogni sorta di mali. Nefes si può tradurre con alito, respiro (era il modo per sapere se una persona o animale ((il termine si riferisce anche agli animali)) fosse vivo o no); avidità; anima; vita; essere vivente. È uno dei vocaboli più studiati dell’AT. Il contesto caratterizza la traduzione da scegliere. In questo caso dato che si tratta della protezione del Signore può andare bene la vita oppure l’anima. In quest’ultimo caso comunque, non si può dimenticare che l’anima si riferisce alla “anima vitale”, cioè a tutta la tua persona con la sua vita. Mai all’anima in senso platonico, nella prigione del corpo, dunque può causare dubbi per un pubblico italiano usare anima nella traduzione. Ritroviamo anche qui dunque (con la persona tutta, con il suo respiro) la caratteristica somatica, fisica che c’è in tutto il salmo.

Uscire ed entrare hanno un senso generale e dunque i due termini vanno bene sia per l’entrata e l’uscita del viaggio del pellegrino da Sion o più genericamente del viandante verso dalla sua meta, sia per tutte le entrate e uscite, da casa per i campi, per il lavoro, per la guerra e via dicendo della vita, oppure ancora tutte le uscite ed entrate anche figurate come il nascere ed il morire. C’è poi da osservare che la conclusione “da ora in eterno”, anche se a un sapore liturgico (cfr. Salmo 115,18), ha un senso molto forte. Infatti non è dice solo in perpetuo, ma suggerisce anche oltre la vita stessa, l’eternità è infatti dominio del Signore.

Conclusione

Concludendo l’assicurazione di protezione come era vissuta allora? Certamente ieri come oggi era con gli occhi della fede che si poteva scorgere il benigno intervento del Signore. Ma forse per il credente di allora, viste le immagini che usa, il senso della protezione divina era più reale e concreto, come anche sentita era dunque la lode. Si può dire anzi che la salvezza era già in atto se chi supplicava non aveva più paura. Nel nostro tempo la protezione del Signore sembra riferirsi solo ad alcuni momenti eccezionali, o forse viene spesso relegata, persino in ambito evangelico, a qualcosa di funzionante per un aldilà sia pure incerto. Lo scoramento e la tiepidezza di alcuni evangelici derivano forse dal fatto che il Signore viene concepito, nonostante Gesù Cristo, come lontano e in fondo come non necessario alla nostra vita quotidiana e concreta. La fiducia nel viaggio della vita nell’intervento del Signore appare dunque non una forma di rassegnazione, ma amare veramente la propria esistenza.

Salmo 130

1 Canto dei pellegrinaggi. O SIGNORE, io grido a te da luoghi profondi! 2 Signore, ascolta il mio grido; siano le tue orecchie attente al mio grido d’aiuto! 3 Se tieni conto delle colpe, Signore, chi potrà resistere? 4 Ma presso di te è il perdono, perché tu sia temuto. 5 Io aspetto il SIGNORE, l’anima mia lo aspetta; io spero nella sua parola. 6 L’anima mia anela al Signore più che le guardie non anelino al mattino, più che le guardie al mattino. 7 O Israele, spera nel SIGNORE, poiché presso il SIGNORE è la misericordia e la redenzione abbonda presso di lui. 8 Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.

Il salmo 130 è noto come il De Profundis dalle prime parole della traduzione latina (Vulgata). È spesso anche usato come salmo ai funerali cattolici, ma non necessariamente è un salmo da funerale, infatti il salmo non parla di morte e di sofferenza fisica, ma di peccato e di perdono. È stato oggetto nel corso della storia di numerose rielaborazioni, di cui alla fine daremo due esempi.

1-2

I luoghi profondi rappresentano lo stare lontano da Dio, cioè lo stato di peccato. Il salmista grida, meglio invoca il Signore, da questa condizione e conoscendo la situazione di peccato. Si comprende bene che è così dai versetti che seguono. Infatti non c’è angoscia in questo salmo, e segue subito la spiegazione dell’universalità del peccato.

3

Nessuno potrebbe reggere se Dio giudicasse con severità (Nah 1,6; Mal 3,2; Sal 76,8; Sal 79,8; invece Gb 10,14 e 14,16). Qui come in genere, c’è la sottolineatura che non si può resistere allo sguardo del Signore, proprio per il proprio peccato. È una sensazione quasi fisica di non essere a posto.

La confessione del salmista si confonde con gli altri è una confessione generica. Questo, vista la serietà del salmo, non per minimizzare, ma per sfuggire alla tentazione dell’esibizione di essere un grande peccatore. Conosciamo casi di non sobrietà, in cui ci si scusa o si dichiara il proprio peccato quasi vantandosene. Egli è uno dei tanti, ma nessuno resterebbe in piedi.

L’universalità del peccato appare come una constatazione generale, non come una disquisizione filosofica. L’estensione a tutti, appare ovvia,in altre parti è frutto di una riflessione teologica. Nel Salmo 18 ed in Giobbe 33,9 si parla di giusti, quasi a negare l’universalità del peccato, ma sempre si ricordano i peccati involontari che si commettono. Bisogna però distinguere fra la concezione etico-giuridica (che vincolando il peccato alla trasgressione di norme indica la possibilità di non trasgredirle) ed una che lo riconduce alla condizione di fragilità umana, di distanza dell’umanità da Dio (uno stato di peccato e non peccati commessi, o meglio uno stato di peccato che porta a non confidare in Dio, e quindi a peccati volontari, e quindi alla mancanza di amore). Entrambe le due concezioni qui sono forse presenti: sia le colpe, sia la distanza dal Signore.

4

La fiducia nel perdono però è ugualmente salda come la coscienza dell’universalità del peccato. La fonte unica del perdono è proprio Dio. E qui non appaiono mediazioni, sacrifici, suppliche di sorta (anche se non sono esplicitamente escluse).

Perché/affinché tu sia temuto (ma potrebbe essere tradotto anche: e perciò tu sei temuto). Il buon Dio non è allora un bonaccione. Comunque la colpa è giudicata seriamente. Oppure con la traduzione con perciò: la misericordia divina è così alta rispetto ai nostri meschini calcoli, da suscitare timore reverenziale. In questo senso potrebbe avere senso finale, Dio perdona per essere temuto, perché anche il perdono è pedagogico. Alcuni intendono che il timore di Dio vada inteso come l’atteggiamento riverente, non negativamente, di fronte alla sconcertante potenza di Dio, e quindi anche di fronte al suo amore sconcertante e grandioso.

5-8

Mentre il senso dei versetti 5 e 6 è chiaro, il testo originale appare incerto, forse è corrotto. Per il senso: da ciò che precede è chiaro che ciò che è atteso dal Signore è in particolare il suo perdono, ed è atteso perché è presso il Signore la benignità.

Forse il riferimento ad Israele è posteriore, ma come spesso si ha nei salmi la preghiera del salmista è inserita in quella del suo popolo. Ora per noi è più naturale che fosse l’esperienza personale del salmista ad essere allargata a tutto il popolo, ma nella mentalità dell’antico Israele è vero il contrario, essendo il Signore colui che riscatta Israele, che lo salva dalla schiavitù, che perdona il suo popolo, si può aspettarsi con fiducia di estendere al caso personale la misericordia divina.

Anche per noi cristiani questo discorso è interessante e va sottolineato. La salvezza è gratuita ed è di molti, da qui ne viene una nozione di fraternità forte, di essere come un popolo: siam figli di un solo riscatto. Due esempi di rielaborazioni poetiche. Le rielaborazioni ci permettono di vedere cosa altri hanno sentito e visto in un salmo, in quale modo lo hanno fatto rivivere, e lo hanno fatto proprio.

De profundis clamavi. Imploro la tua pietà, o tu, l’unico che io ami, dal fondo del buoio abisso dove il mio cuore è caduto. È un universo cupo dall’orizzonte plumbeo, dove vagano nella notte l’orrore e la bestemmia; un sole senza calore si libra su di esso per sei mesi e per gli altri sei mesi la notte copre la terra; è un paese più nudo della zona polare; né animali, né ruscelli, né vegetazione, né boschi! Ora non c’è orrore al mondo che superi la fredda crudeltà di quel sole di ghiaccio e tale immensa notte simile all’antico caos; invidio la sorte dei più abietti animali che possono sprofondarsi in un sonno stupido, mentre la matassa del tempo lentamente si dipana! (da Baudelaire, I fiori del male, 1857)

> Ascolta il mio S.O.S. Dal profondo grido a te Signore
> Grido di notte nella prigione e nel campo di concentramento
> Nella camera di tortura nell’ora delle tenebre – l’ora dell’interrogatorio – ascolta la mia voce
> il mio s.o.s.
>
> Se tu tenessi conto dei peccati
> Signore chi si salverebbe?
> Ma tu perdoni i peccati
> non sei implacabile come loro durante l’interrogatorio
> Io confido nel Signore e non nei leader e negli slogan
> Confido nel Signore
> e non nelle loro trasmissioni
>
> Aspetta l’anima mia il Signore
> più che le sentinelle l’aurora
> più di quanto sono lunghe in prigione le ore notturne
>
> Mentre noi siamo prigionieri loro sono in festa
> Ma il Signore è la liberazione
> la libertà d’Israele. (Ernesto Cardenal, Grido. Salmi degli oppressi, 1979)

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