ex carcere di Procida foto di Porfirio

Tuttavia rallegriamoci

Si può essere contenti pur nelle tribolazioni? Sperimenta questo rallegrarsi l’apostolo Paolo, anche se è in prigione e vede avvicinarsi la sua fine. E a chi gli chiede se sia ancora contento, pur nei contrasti che ci sono sul suo essere apostolo, risponde:

Alcuni, è vero, predicano Cristo solo per gelosia e in polemica con me; ma gli altri lo fanno con sincerità. Questi agiscono per amore, sapendo che mi trovo qui per difendere la parola del Signore; quelli, invece, spinti da invidia, non annunziano Cristo con sincerità e pensano di aggravare le mie sofferenze ora che sono in prigione. Ma che importa? In ogni modo, o per invidia o con sincerità, Cristo è annunziato. Di questo sono contento e continuerò a esserlo. So che quanto mi accade servirà per il mio bene, perché voi pregate per me e lo Spirito di Gesù Cristo mi aiuta. Per questo aspetto con impazienza, e spero di non vergognarmi, ma di saper parlare con piena franchezza. Anzi ho piena fiducia che, ora come sempre, Cristo agirà con potenza servendosi di me, sia che io continui a vivere sia che io debba morire. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. (Filippesi 1:15-21)

È poco chiaro chi siano quelli che predichino Cristo per rivalità rispetto all’apostolo Paolo. È chiaro che sono altri cristiani, perché annunciano il Cristo, ma non si capisce se vogliano, visto che ora Paolo è in prigione, ingrandire le loro comunità o prendere il suo posto. Comunque, non sono sinceri, invece è proprio sincero il rallegrarsi di Paolo, perché Cristo viene comunque predicato.

Quanti cristiani nella storia si sono risentiti perché altri cristiani avevano successo con la loro predicazione, quanti hanno lottato contro quelli che non predicavano il Cristo come loro dicevano, qui invece l’apostolo è assolutamente contento che Cristo sia predicato, ciò è fondamentale. L’apostolo, con umiltà, non si sente indispensabile e ha un’assoluta fiducia nella forza dello Spirito santo, che opera attraverso tutte le predicazioni, anche fatte di malanimo, e porta avanti il disegno misericordioso di Dio nel mondo. Umiltà e fiducia nello Spirito sono a fondamento dell’agire ecumenico.

Questo rallegrarsi dell’apostolo è fondato non solo sulla fiducia nello Spirito, ma anche sull’aiuto datogli dalle preghiere dei suoi lettori. Certo dal punto di vista psicologico è di incoraggiamento sapere che altri preghino per noi, ma pregare per gli altri ha grande importanza ed è collegato al mistero della potenza della preghiera. Ecco perché tutti i cristiani conoscono le preghiere di intercessione, di richiesta di aiuto, a favore di altri e non solo di sé stessi, preghiere che ci fanno essere un corpo unico.

L’apostolo sa che l’annuncio di Cristo è fondamentale per coloro che non conoscono ancora Gesù come Salvatore, perché in fondo disperano che ci sia salvezza, sono trascinati nella rassegnazione e non hanno gioia.

L’apostolo, nel suo vivere in Cristo, condivide la sua gioia annunciando agli altri il Cristo risorto. Personalmente però, per l’apostolo il morire rappresenterebbe la fine delle tribolazioni, sarebbe un guadagno, quello della vita eterna. Non che l’apostolo si auguri la morte, che gli è anche vicino, ma la morte non gli fa paura né lo rende triste. Alla base della gioia cristiana sta infatti proprio l’annuncio di vita che arriva dopo la morte, di salute eterna nel Regno di Dio. Per questo possiamo rallegraci, pur nelle tribolazioni. Amen

(Testo della meditazione trasmessa dalla RSI in data 11.03.2018)