community

Fare comunità

La situazione del tempo dei primi cristiani era piena di regole alimentari, sia in senso ebraico, sia di altri riti, c’erano cristiani che mangiavano ogni cosa e in qualsiasi giorno, e altri che rispettano dei divieti, ad esempio il non mangiare carni sacrificate agli idoli. Per l’apostolo Paolo, per il quale non c’era problema per il cristiano di mangiare o bere qualsiasi cosa, era problematico che fosse reso difficile il rapporto fra i cristiani. Qualcosa che interessa in ogni tempo.

Ora, se a motivo di un cibo tuo fratello è turbato, tu non cammini più secondo amore. Non perdere, con il tuo cibo, colui per il quale Cristo è morto!
Ciò che è bene per voi non sia dunque oggetto di biasimo;
perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo.
Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione. (Romani 14:15-19)

Ortodossia e ortoprassi

Nella nostra cultura cristiana millenaria si è visto un grande impegno sul lato dell’ortodossia. Nel senso cioè della definizione e della difesa delle cose giuste da credere e da dire. Ad esempio ci sono state lotte, fin dai primi secoli, per definire in che modo corretto definire la natura di Gesù, ci sono state prese di posizione acerrime contro chi non la pensava nello stesso modo, e si è ucciso, altro che turbare un altro fratello, come in questo testo. Come anche è stato fatto verso chi sosteneva che la chiesa dovesse non avere potere o sfarzo.

Ancora oggi la “confessione di fede” è, e giustamente direi io, è al centro di dibattiti. Perché ne va della comprensione che si ha di sé stessi e del proprio vivere. Però non c’è solo ciò che si crede, c’è anche ciò che si fa, e nei secoli questo modo corretto di agire, detto ortoprassi, la maniera giusta di fare e di essere cristiani, non ha ricevuto la stessa attenzione. E questo ha influenzato anche l’atteggiamento generale della società.

L’apostolo Paolo, quell’apostolo così infervorato, così severo e attaccabrighe, come direbbero molti, che scrive e scrive per sottili distinzione teologiche, ebbene proprio Paolo scrive anche che non è solo questione di teologia parlata, ma anche di teologia agita. Che non è solo nella definizione, ma nella stessa vita che si pratica, nel rapporto umano e sociale, che si deve vivere da cristiani.

È in fondo quello che ha fatto il movimento ecumenico fin dall’inizio. Siamo cristiani, con idee e sensibilità differenti, ebbene non ammazziamo l’altro fratello per questo, ma vogliamo andarci d’accordo. Movimento che proprio per questo è sembrato a molti un po’ superficiale, perché non affrontava i cosiddetti nodi teologici. Di nuovo uno squilibrio a favore della teoria a scapito della pratica.

Limiti

Ora come andare d’accordo? Ci sono allora dei limiti alla libertà del cristiano?

Sì, certo, dice l’apostolo, anche da parte di Paolo spesso intransigente sui temi di base dell’evangelo, come ad esempio sull’accoglienza dei gentili, di quelli non di origine ebraica nella chiesa, c’è una sostanziale limitazione della propria libertà, della auto-affermazione della propria libertà!

“Ma come?” Dirà la nostra gente moderna: “Ma io non dovrei fare quello che ritengo giusto? Non posso disinteressarmi di chi ha vecchi e inutili scrupoli? Ma come proprio io devo limitarmi nella libertà, ma non l’altra persona dovrebbe imparare ad accettare?”

È chiaro che proprio in questo mondo moderno l’appello dell’apostolo Paolo sembra impossibile da digerire. È sempre preferibile il fervore della parola che crea distinzioni, che dimostra il vero o il falso, che va alla guerra, grazie a Dio nelle nostra società solo di parole, perché questo tacere e rassegnarsi è stato usato in passato per opprimere e negare diritti.

Eppure c’è un valore profondo, comunitario, in ciò che Paolo dice: essere membri di una comunità non è solo essere ben definiti nella fede, non è “non guardare in faccia nessuno”, perché ognuno tanto ha la sua libertà. Non a caso il mondo esasperato di oggi, che punta spesso ai suoi diritti, è anche un mondo non comunitario.

Eppure abbiamo ancora da affermare diritti, c’è da perseguire la giustizia. Dovremmo lasciar perdere la giustizia a favore della comunità? È una partita persa in partenza questa di giusta teologia e viva fraternità?

Regno di Dio

Non dobbiamo certo disperare. Il cristiano infatti non è un disperato, ma è invece pieno di speranza, perché dinnanzi alla vita umana, che è sociale e piena di ingiustizie, egli non spera nelle forze umane, ma nell’azione di Dio attraverso lo Spirito.

E il frutto dello Spirito, ce lo dice qui l’apostolo, è giustizia, perché certo non si deve rinunciare alla verità e ai diritti (e nel testo fra l’altro è il soggetto debole che viene tutelato), ma è anche pace e gioia.

Gioia che deriva dalla pace. Una pace giusta, dunque, ma anche una pace da costruire incessantemente giorno per giorno. Che riconosce che siamo figli di un solo riscatto, della misericordia e dell’amore di Gesù Cristo sulla croce, che è morto non solo per me ma anche per l’altro, che ci riscatta dagli errori che tutti combiniamo.

Basandosi sul riscatto di Cristo, basati sull’azione dello Spirito santo, siamo chiamati insieme a partecipare alla costruzione di una nuova umanità.
Sì, la costruzione della nuova umanità, brandelli del Regno di Dio qui in mezzo a noi realizzati dallo Spirito santo, che passano attraverso una comunione, che avvolge il popolo di Dio, il corpo di Cristo.

A questo siamo chiamati, non a far trionfare le nostre idee, neanche se sembrano così giuste da spezzare ogni cosa, ma siamo chiamati alla giustizia e alla pace, insieme, e dunque alla gioia. E la gioia è completa quando siamo in molti ad essere insieme e in pace, quando siamo in molti a riconoscere negli altri: fratelli e sorelle, quando siamo pronti a dire: “fratello faccio un passo indietro perché voglio con tutto il mio cuore la pace e la gioia complete, che sono pace e gioia se tu gioisci con me”.

Quando saremo sul punto di morte e ci guarderemo indietro e vedremo i torti e le ragioni e ciò che abbiamo fatto e non fatto, saremo in pace se avremo cercato la pace, saremo pronti per il Regno di Dio che è nei cieli perché avremmo cercato la giustizia e la pace, e di essere parte della stessa umanità insieme con gli altri. Amen