Lottare con il Signore

La grazia raggiunge in modo particolare Giacobbe. Infatti viene benedetto dopo una lotta con l’angelo a Peniel, il giorno prima di rincontrare il fratello Esaù dalla cui ira era fuggito molti anni prima.

Quella notte si alzò, prese le sue due mogli, le sue due serve, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabboc. Li prese, fece loro passare il torrente e lo fece passare a tutto quello che possedeva.

Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba; quando quest’uomo vide che non poteva vincerlo, gli toccò la giuntura dell’anca, e la giuntura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui. E l’uomo disse: «Lasciami andare, perché spunta l’alba».

E Giacobbe: «Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!» L’altro gli disse: «Qual è il tuo nome?» Ed egli rispose: «Giacobbe».

Quello disse: «Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto». Giacobbe gli chiese: «Ti prego, svelami il tuo nome». Quello rispose: «Perché chiedi il mio nome?» E lo benedisse lì.

Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, perché disse: «Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata». Il sole si levò quando egli ebbe passato Peniel; e Giacobbe zoppicava dall’anca. (Genesi 32:22-31)

non una notte qualsiasi

Per Giacobbe quella notte non è una notte qualsiasi. L’indomani infatti deve incontrare il fratello Esaù, infatti egli attraversando il fiume Iabboc è entrato nel suo territorio.

Non è una notte qualsiasi perché adesso che ritorna dovrà affrontare quel fratello da cui era fuggito, per paura della sua ira, per averlo ingannato e sottratto la benedizione del padre Isacco.

Poteva esserci in quella notte un combattimento interiore con il ricordo di Esaù, cioè una notte insonne piena di tensioni e di ricordi negativi, ma anche una notte travagliata per quello che sarebbe potuto succedere con Esaù l’indomani.

O forse anche una lotta con sé stesso, con i suoi rimorsi e nel cercare una qualche scusante della sua furbizia e bramosia.

Ma quella notte sarà ancor più speciale, infatti un uomo lo assale e lotta con lui. C’è qualcuno in più oltre ai pensieri di Giacobbe. Qualcuno che combatte da forte con il pur forte patriarca.

benedizione e nuovo nome

Naturalmente interpretazioni se ne sono fatte tante. Ma il racconto sembra chiaro. Lo stesso Signore attraverso un suo emissario combatte con Giacobbe.

E nel combattimento che dura tutta l’ultima parte della notte, Giacobbe riceve infine una benedizione più grande di quella rubata al padre Isacco. Una volta che infatti Giacobbe capisce che chi combatte con lui è qualcuno di divino, ecco che subito -molto umanamente- gli chiede una benedizione.

Poi non l’ha ancora ottenuta che Giacobbe, sempre temerario, chiede ancora di più, di conoscerne il nome, di conoscere in qualche modo la natura stessa di Dio, forse per poterlo vincolare meglio ai suoi bisogni e ansie, forse un po’ magicamente, vuole assicurarsi l’assistenza completa di Dio.

Questa non l’otterrà, ma otterrà una benedizione fondamentale che passa attraverso il cambio del suo nome. Da Giacobbe, un nome che significa “prendere per il tallone” dal modo in cui erano nati i due gemelli, ma che significa anche “ingannare”, “colui che imbroglia”, ad un nome che significa letteralmente “Dio regna”, ma forse anche “Colui che lotta con Dio”.

Da Giacobbe che conta tutto sulla sua astuzia e sulla sua capacità, ad Israele che confida nella benedizione di un Signore, che non conosce del tutto, di cui non conosce il Nome.

lottare col Signore

Qui, a sorpresa rispetto alle idee su Dio che corrono oggi, c’è un Signore che ingaggia una lotta con il suo prescelto, il suo prescelto per portare avanti la storia della salvezza.

Infatti è chiaro nella storia di Giacobbe che non Esaù, ma Giacobbe, sia Colui attraverso il quale si sta realizzando la promessa di Dio fatta ad Abramo e Isacco.

a)
Forse il motivo di questa lotta è nel fatto che il suo prescelto, non è così perfetto, anzi, imbroglione e con poca conoscenza di Dio, forse perché deve crescere, non comportarsi in maniera immatura, forse deve imparare la forza del Signore, deve imparare una certa umiltà e provare stupore per il Signore, avere timore dell’Eterno. E vedete come è ancora temerario da chiedere di conoscerne il Nome.

Forse il Signore lotta con noi per renderci migliori.

b) Ma siamo spesso anche noi a lottare con il Signore.

Quante volte avete lottato nella notte con dei pensieri, con dei problemi?

Quante volte si lotta anche con Dio, se non fisicamente come Giacobbe, nel nostro intimo? Magari non vogliamo neanche ammetterlo, tanto è cosa privata.

Ad esempio: quando cerchiamo una spiegazione per una morte inspiegabile? Cioè quando siamo arrabbiati con Dio e gli chiediamo il perché di fatti disastrosi e che ci hanno portato via i nostri cari. Non stiamo forse ingaggiando una lotta con il Signore che ha permesso e non è intervenuto nel trattenere le forze del male?

Oppure possiamo anche lottare con un testo biblico, che sembra così semplice, ma diviene difficile da applicare alla vita reale?

Già, possiamo lottare con Dio anche per sapere se ciò che stiamo intraprendendo sia giusto oppure no alla luce della sua volontà. Alle volte abbiamo compreso qualcosa della nostra vita, ma sembra che stiamo andando contro la volontà di Dio stesso, tanti sono i problemi. È una lotta contro il mondo o contro Dio stesso?

Alle volte stiamo lottando con Dio per carpirgli una risposta, un direzione per la vita…

Un Signore dunque con il quale si combatte. In questo non un idolo muto, non un portafortuna, verso il quale scaricare le nostre ansie, ma che è lì senza potere. Ma un Signore che ci raggiunge nella vita e ci fa pensare.

identità

Ci fa pensare in momenti particolari alla nostra identità. Ci siamo definiti attraverso gli anni e le scelte e le esperienze fatte, in un certo modo. Conosciamo cioè il nostro nome. Ma il Signore non ti lascia poltrire in vecchie convinzioni e situazioni, ma invece interviene nella vita, nella tua vita, e nella lotta ti costringe a riflettere su te stesso ed infine ti dà una nuova identità.

Perché comunque, anche se portiamo i segni della lotta, come anche portiamo sempre i segni della vita, Egli è il Signore della benedizione. E la nuova identità nel Signore è di nuovo quella di chi riceve la grazia.

Il Signore infatti è Colui che fa grazia, e quella grazia passa di generazione in generazione, da persona a persona.

Non solo gli ebrei si possono riconoscere in Israele, il patriarca che lotta con Dio, ma noi stessi innestati nel popolo che da Israele trae il suo nome, possiamo riconoscerci come coloro che portano avanti la grazia di Dio di generazione in generazione. Proprio noi non certo perfetti come Giacobbe e magari come lui più portati all’azione che alla riflessione.

Ed essere coloro, dunque, che testimoniano di confidare nel Dio vivente.
Amen

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