Salutare da lontano

Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.
Infatti, per essa fu resa buona testimonianza agli antichi. Per fede comprendiamo che i mondi sono stati formati dalla parola di Dio; così le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti. (Ebrei 11:1-3 poi 11:8-13)

Qui ci troviamo dinnanzi ad una definizione della fede in Gesù Cristo, che ne vuole sottolineare la caratteristica di fiducia tutta riposta in Dio.

«Certezza di cose che si sperano», perché quelle cose che speriamo sono speranze nelle promesse di Dio. E dunque sono speranze certe perché fondate sulla fedeltà di Dio.

«Dimostrazione di realtà che non si vedono», infatti le realtà della fede, come ad esempio che la creazione è stata per l’appunto creata da Dio, non sono cose che si vedano con gli occhi o si dimostrino scientificamente.

Sono cose tanto fondamentali che sfuggono alla nostra indagine di creature, ma non allo sguardo di chi ha fede.

Ciò che è scritto comunque non vuole farci fare una riflessione teorica sulla fede. Infatti i primi versetti sono utilizzati come premessa e utilizzati per inserirci in una storia, quelli dei testimoni della fede, quella dei credenti che ci hanno preceduto.

Si vede allora che questa fede di cui si parla è anche estremamente concreta, mette in moto la vita, fa vivere, altro che riflessione astratta, è quel quid che muove la vita, quel mix fra speranza e certezza, fra propria volontà e Parola di Dio all’opera, che fa sì che noi facciamo parte di una lunga serie di persone che hanno vissuto con fede e con fede fatto grandi e piccole cose.

In quella lunga serie c’è un posto particolare per Abramo (e anche per Sara).

Per fede Abraamo, quando fu chiamato, ubbidì, per andarsene in un luogo che egli doveva ricevere in eredità; e partì senza sapere dove andava.
Per fede soggiornò nella terra promessa come in terra straniera, abitando in tende, come Isacco e Giacobbe, eredi con lui della stessa promessa,
perché aspettava la città che ha le vere fondamenta e il cui architetto e costruttore è Dio.

Per fede anche Sara, benché fuori di età, ricevette forza di concepire, perché ritenne fedele colui che aveva fatto la promessa.
Perciò, da una sola persona, e già svigorita, è nata una discendenza numerosa come le stelle del cielo, come la sabbia lungo la riva del mare che non si può contare.

Tutti costoro sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano, confessando di essere forestieri e pellegrini sulla terra.

In realtà possiamo dire che i testimoni di fede hanno ricevuto, come Sara e Abramo, qualcosa, come il figlio Isacco, come una vita piena e anche benedetta dal Signore, ma non hanno visto la promessa realizzata pienamente, l’hanno salutata da lontano.

Come anche noi non vediamo pienamente realizzate tutte le promesse di Dio, ma le vedremo.

C’è dunque una tensione fra quello cui siamo chiamati e quello che sperimentiamo, e questa tensione è la fede, un sospendersi sul presente, guardando a Gesù Cristo come chi realizza la promessa finale di Dio, quella città salutata da lontano dai testimoni della fede, che è la città dell’Apocalisse: non ci sarà più cordoglio o lacrima, perché sarà superata la morte. E dunque, tutto avrà riposo e senso in Dio.

Una tensione che ci permette di fare tante cose cercando la via di Dio, dandoci l’impulso a vivere rinnovati e con amore. Non abbattiamoci dunque quando ci sono delle difficoltà, ma affrontiamole con l’apertura mentale che viene dalla fede.

Questo vale per la vita privata, personale, ma vale anche per quella sociale.

Quando vediamo casi come quelli di gente che fugge dalla guerra e dalla dittatura, trattati come criminali e morire in massa. Ci emozioniamo, e poi non solo si dice che sono problemi complessi e difficili, ma i discorsi sono improntanti al più crudo, ma a volte cinico, realismo, una specie di “morte tua vita mia”, che gli occidentali vedono come unica possibilità.

Certo che dobbiamo essere realisti, ma mi domando se i cristiani del passato erano realisti in questo modo oppure avevano una tensione verso il futuro diversa. Certo che hanno fatto errori, che sono successe cose riprovevoli, certo anche che non si è andato sempre in avanti, ma spesso si è arretrati e perso posizioni.

Ma si è anche costruito.

Ad esempio, si è costruita la Svizzera. Pensate se quelli che stringevano il patto fondativo della Svizzera avessero ragionato come oggi. “Ci daremo mutuo aiuto non per sempre, ma finché mi conviene’’. E se i metodisti inglesi, fra gli altri, non avessero spinto per creare i sindacati dei lavoratori: non lavorerebbero ancora i bambini nelle ferriere e nelle miniere, come oggi purtroppo in altre parti del mondo ancora fanno?

E dunque, oggi, quando si parla di crisi di fede, penso che la cosa grave non sia tanto nella caduta di partecipazione, quanto lì nella mancanza di fede come speranza di cose che non ci sono, di quella cosa che ti fa impegnare per la giustizia, dove giustizia non c’è e dove giustizia non conviene alle volte avere.

Eppure lo Spirito viaggia liberamente per il mondo, attraversa gruppi e frontiere, e fa andare avanti “l’ama il tuo prossimo come te stesso” e non fa perdere la speranza che giustizia un giorno ci sarà, che ti fa sentire che c’è un Salvatore ed è Gesù Cristo, anche se poi, trascinato via nella vita da dubbi, filosofie, culture e religioni varie, lo neghi, ma rimane comunque nel fondo dell’animo come forza positiva cui guardare.

Ecco questa fede dobbiamo propagare, fede che abbiamo anche noi come i tanti che ci hanno preceduto. Fede che non ci permette di essere pessimisti e rassegnati, ma invece che ci fa essere attivi costruttori del domani.

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