Qui trovate una rielaborazione della traccia del mio intervento al Sinodo CERT del 29 maggio 2021.
Introduzione#
L’approccio teologico, anzi di fede, delle chiese alla pandemia mi ha un poco sorpreso.
Intanto, si sapeva già da anni del pericolo della pandemia, non solo a livello federale (come rivelato dall’NZZ i servizi segreti da anni l’avevano messa in conto come probabile minaccia alla nazione), ma anche come persone informate: c’erano e ci sono tutti i progetti per l’ebola (si legga ad esempio: Maurizio Barbeschi, Fare i conti con l’ignoto, Mondadori 2016), per non parlare della aviaria e della suina da cui ci eravamo salvati. Anzi si può dire che soprattutto l’aviaria ne era stata la prova generale avevamo già imparato a starnutire nel gomito e alle precauzioni ad entrare nelle case anzieni. Però, al giungere della pandemia si è risposto come se fosse un avvenimento del tutto imprevedibile. E quindi di conseguenza come se, come chiese, dovessimo dire qualcosa di clamoroso, dare un’interpretazione di fede e teologica di un fenomeno così normale, in mondo così connesso. (Che ci insegni molto del nostro rapporto con la natura o della complessa interdipendenza del nostro mondo è interessante ma solo in parte “teologico”).