Tag: Preghiera

Alla porta del tuo cuore

Pregate nello stesso tempo anche per noi, affinché Dio ci apra una porta per la parola, perché possiamo annunziare il mistero di Cristo, a motivo del quale mi trovo prigioniero (Colossesi 4:3)

Preghiera per gli altri

C’è qui la richiesta di una preghiera d’intercessione, cioè della preghiera che non sia solo per noi ma anche per altri. Ma in questo caso l’apostolo chiede questa preghiera per la sua situazione di prigioniero.

Questo deve farci riflettere. L’apostolo certamente sapeva pregare per sé e per gli altri e certamente pregava per sé e per gli altri, ma chiede la preghiera da parte di altri fratelli.

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Preghiera ineffabile

cielo a soglio

La preghiera non è una ripetizione di varie frasi, è invece il rivolgersi al Signore nei vari momenti della propria giornata, nelle varie attività, è voler essere in contatto con il Signore continuamente. Pregare è dunque la maniera di essere alla presenza del Signore.

Pregare il Signore non è solo quindi una questione di un momento di difficoltà, ma una quotidianità, una familiarità, uno stare vicino al Signore sempre.

Come pregare però? Magari non abbiamo così tanta familiarità con la preghiera. A questo il signor Gesù rispose con quell’esempio di preghiera che è il Padre nostro e che mostra con semplici parole che si può chiedere per sé e per gli altri.

Magari però non ci sentiamo così fedeli, così pii di fronte al Signore, e ci sembra di non essere altezza o che sia troppo tardi…

Oppure, per qualche motivo, c’è una situazione che crea agitazione, ci sono tante cose che ci succedono e non riusciamo a pregare il Signore? Come fare allora: siamo lontani da Dio? E nei casi estremi, se siamo nella situazione di non avere più testa per la preghiera per le nostre condizioni di salute?

Il Signore però in tutti i casi, sia dovuti a qualche causa esterna, sia dovuti a noi, non ci abbandona, anzi ci fa essere vicini a Lui attraverso la preghiera più profonda, che crea familiarità e presenza insieme a Lui, scrive infatti l’apostolo:

Romani 8:26 Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili.

Ciò che scrive l’apostolo vale in generale, non è solo per casi di grande difficoltà, ma anche nei casi più semplici il Signore stesso viene in nostro aiuto, anche nel pregarlo!

È un amore grandioso quello che ha per noi il nostro Signore, anche se non sappiamo come rivolgerci a lui, anche se siamo fuggiti un tempo (o sarebbe meglio dire abbiamo tentato di fuggire un tempo dalla sua presenza), ecco che viene in aiuto alla nostra debolezza.

Già perché se siamo superbi e forti contro il Signore è forse un altro discorso, ma quando siamo nella debolezza, la debolezza della vita che si fa difficile, la debolezza di chi non sa come fare ad affrontare una situazione, la forza del Signore giunge presto a nostro favore.

È scritto con sospiri ineffabili, non servono preghiere che siano discorsi ben costruiti, non serve alle volte neanche qualche parola, ma già in un sospiro c’è tutto verso il nostro Signore e già solo un sospiro verso il Signore rinfranca il nostro animo, rasserena la nostra vita.

La forza della preghiera sta tutta qui, che non è un’attività solo nostra, ma è lo stesso Signore che prega con noi e per noi con la potenza del suo Spirito. Per questo pregare significa affidarci al Signore e insieme rimanere nella sua presenza, abitare al suo riparo. Amen

Nonostante i nostri errori Dio è vicino a noi

il-fariseo-e-il-publicano-sant-apollinare-nuovo

Ecco una nota parabola di Gesù: Il fariseo e il pubblicano. Una parabola insidiosa perché può essere facilmente generalizzata slegandola dal suo tempo e contesto. Per evitare questo, l’evangelista Luca ne chiarisce il contesto nato nel confronto di Gesù con la mentalità farisaica.

Luca 18:9-14 Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10 «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l’altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. 12 Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo”. 13 Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!” 14 Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato».

L’obiettivo della parabola è dunque questa mentalità farisaica che porta a sentirsi sufficienti con Dio e ad avere disprezzo per gli altri: “io non sono come loro” … Luca dunque dà questo centro alla parabola, mentre l’aspetto finale della giustificazione sembra essere accessorio, non fondamentale. Dunque abbiamo soprattutto l’aspetto del giusto atteggiamento mentale nel pregare e quindi nel rapportarsi a Dio.

Come pregare

Il fariseo (e si trovano riportate preghiere più o meno di quel periodo che sono proprio simili a questa) è tutto concentrato su sé stesso, guarda a sé alla propria giustizia. Ed in effetti pur essendo tutto vero quello che riferisce, di fare c’è un problema: il fariseo fa di più di quello che è richiesto dalla legge. Se uno scolaro fa di più del minimo indispensabile nei compiti, certo riceve una lode, e quasi lo stesso ragionamento lo facevano i farisei: “basterà quello che ho fatto, non è meglio fare di più?” Come vedete il risultato era un sentirsi superiori agli altri, ma anche un atteggiamento verso il Signore di sufficienza e di sospetto, un’idea di Dio come di un pignolo e forse tirchio Signore, altro che misericordioso.

Il pubblicano invece sa che può solo appellarsi alla clemenza di Dio, ma cosa importante: vi si appella! Entrambi i nostri personaggi emblematici sono infatti in rapporto con Dio. Il pubblicano non sta frodando qualcuno o godendo di fondi illeciti, sta lì a riconoscere il suo stato di errore e a chiedere perdono al Signore. Niente a che vedere con le persone, che anche oggigiorno, si vantano di essere furbe, intriganti o furfanti.

Non è d’altra parte che l’atteggiamento del pubblicano sia salvifico in sé, come si potrebbe insidiosamente pensare. La sua richiesta ci viene detta sarà accolta, ma non è perché si è battuto il petto, ma per la grazia di Dio, che viene giustificato. Non è un automatico risultato del tipo di preghiera, ma è solo per la bontà di Dio.

Il tema forte non è solo l’umiltà nel pregare, ma che comunque ci sia preghiera vera, ricerca del contatto con Dio.

La complessità del reale e la vicinanza di Dio

In fondo dunque noi, bene o male, siamo chiamati da Gesù ad identificarci nel pubblicano, ad avere il suo atteggiamento verso il Signore. Non è che noi siamo incoraggiati a compiere errori, ingiustizie e sotterfugi, ma significa che la perfezione non è di questa terra, che chi si ritiene perfetto, in realtà si pone in una situazione artificiosa, non realistica (per questo in ogni epoca chi si ritiene perfetto può essere anche pericoloso). La realtà che viviamo infatti è realtà imperfetta, e noi che siamo reali vi partecipiamo. E proprio riconoscendo questa situazione, il Signore diviene presente con la sua benignità.

Peccato e perdono hanno assunto nel nostro linguaggio delle valenze pesanti e fuorvianti. Mentre è più proficuo secondo me dire che noi viviamo realmente come tutti, facendo del nostro meglio, ma insieme non potendo sfuggire ad errori e ai vincoli di questo mondo, ma non per questo il Signore è lontano o contrario a noi, anzi! Tutte le parole e le azioni di Gesù parlano e agiscono per questo.

E, come al solito: scoprire l’amore di Dio in Gesù Cristo verso di noi, ci fa muovere in maniera nuova nel mondo che viviamo, infatti è l’amore di Dio che ci cambia e non sono le imposizioni. Stiamo nella stessa barca con il nostro prossimo, pieni di buone intenzioni, pieni di ragioni, colmi delle nostre sensibilità e problemi, ma insieme coloro che sbagliano.

Certo pregando il Signore, se scopriamo come rimediare all’errore o smettere di fare un certo sbaglio, noi lo faremo, ma saremo comunque sempre bisognosi della comprensione di Dio e disposti quindi ad una maggiore comprensione verso il prossimo, che sbaglia come o in modi differenti da noi.

Questo atteggiamento è cosa differente dal “vivi e lascia vivere”, che può essere inteso come una forma di disinteresse verso il prossimo, ma invece se vedo in difficoltà il mio prossimo perché sbaglia, proverò, sia pure con sensibilità, a comunicare con lui, per il suo bene e non per una questione di principio.

Non è solo questione di singoli, di vicini di casa, ma in generale di pensare ad una società differente e solidale, quella che dovrebbe essere la Chiesa del Signore, che si basa sul riconoscimento che abbiamo bisogno tutti di un Salvatore e che questo Salvatore è Gesù Cristo. Amen