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Quelli che annunciano (Luca 24:19-24)

Caravaggio Cena in Emmausus

Il Signore è risorto, Egli è veramente risuscitato!

Questo è il grido di gioia che fonda la chiesa, è il saluto di Pasqua, che anche la morte è vinta dal nostro Salvatore.

Non fu proprio questa, però, l’immediata reazione dei discepoli, e in questo spesso gli assomigliamo, per questo è sempre bello e utile ritornare a leggere l’emozionante brano di Luca sui due discepoli sulla via di Emmaus.

Eccoli, dunque, due discepoli di Gesù se ne ritornano a casa la sera di Pasqua, quella della Resurrezione, sono delusi e abbattuti, perché non hanno ben capito ciò che Gesù gli aveva spiegato e nemmeno hanno creduto all’annuncio delle donne… In quel momento un altro viandante gli si avvicina e gli chiede di che parlino: Continue reading

Non solo vivere, ma vivere sapendo perché

tavola lussuosa

Ecco un testo conosciuto, che è stato anche fonte di tanti equivoci nella sua interpretazione.

Luca 10:38-42 Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ricevette in casa sua. Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: «Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».

Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta».

Molte sono state le interpretazioni fuorvianti di questo testo, che in parte vi si presta per via di una certa indeterminatezza, non sappiamo infatti bene la situazione, il contesto. Però sappiamo qualcosa di più da altri testi di Marta e Maria. E il centro del testo è il rapporto con Gesù, perché l’ospite è Gesù.

Va subito detto quindi che qui non c’è un contrasto fra il fare e il contemplare, come alcuni monaci antichi avevano interpretato. E quindi qui non c’è neanche la versione moderna di questa interpretazione, come un aspetto pratico da considerare meno importante di quello teorico o culturale.

Sebbene si parli di ciò che è necessario, essenziale, inoltre, e che potrebbe aprire ad una riflessione di ciò che è realmente importante da fare nella nostra vita contemporanea così piena di attività, e di perdite di tempo, qui non si sta trattando di scegliere bene le proprie attività o priorità.

E non è neanche qualcosa che riguardi solo le donne, come alcuni commentatori uomini avevano detto, anzi se c’è una cosa che si può notare è l’atteggiamento aperto di Gesù che gli permette di avere delle discepole. Cosa inusitata al tempo per dei rabbini, i cui discepoli erano rigorosamente uomini. E Maria è ritratta proprio nell’atteggiamento del discepolo che ascolta il maestro.

Ed appunto qui abbiamo due vere e proprie discepole.

Siamo infatti in una situazione piuttosto familiare, in quanto è chiaro da altri passi che c’è un rapporto d’amicizia con Gesù con le due sorelle e Lazzaro il fratello, che qui non è menzionato. E Marta e Maria credono in Gesù Cristo come Signore.

Quel “Marta, Marta” è dunque un rimprovero bonario di Gesù e non certo una presa di distanza da Marta. Un invito a lasciar perdere per quel momento le preoccupazioni casalinghe e mettersi anche lei ad ascoltare l’evangelo.

E quel “non ti importa…” con cui Marta rimprovera Gesù, si riferisce forse non tanto al peso del servizio per preparare la cena, ma più all’accoglienza che Maria, secondo Marta, non sta rendendo al Signore. Come se non lo stesse sufficientemente accogliendo.

In effetti al centro del brano c’è il rapporto con Gesù e l’ascoltarlo.

Potremo dire allora che l’onore reso a Gesù è accettare il suo servizio, non pensare di servirlo. Che riceverlo, sia pure con grandi fasti, e non ascoltarne la parola non è una buona accoglienza di Gesù.

Indicando “la parte buona” Gesù invita implicitamente dunque anche Marta ad ascoltare le sue parole e ad approfittare della sua presenza, visto che non l’avranno per sempre con loro. La parte buona è infatti l’insegnamento di Gesù, le sue parole di vita, la salvezza che egli porta, che resteranno in eterno.

Poi –ovviamente– viene il resto.

Valore dell’ascolto della parola di Dio

L’ascolto della Parola del Signore è visto dunque come la cosa fondamentale. Poi vengono le varie cose della vita, ma alla base del nostro agire, del nostro servizio nel mondo ci deve essere l’ascolto di Gesù, della sua Parola, del suo annuncio di salvezza.

Ciò però non è facile. Intanto non solo abbiamo tante cose che dobbiamo fare nella vita, ma ci sono anche tante cose importanti nella vita che vogliamo fare. Vogliamo informarci, intervenire per chi è in difficoltà, e insieme preoccuparci perché chi amiamo abbia una vita e una esistenza dignitosa. Come si fa allora ad ascoltare il Signore vivendo intensamente, giorno dopo giorno?

E poi sappiamo cosa sia esattamente l’ascolto del Signore?

Certo sarà importante la lettura biblica, ma si può leggere senza ascoltare ciò che ha da dirci. Sarà importante alle volte anche un po’ di silenzio e di riflessione personale, ma questo non garantisce un ascolto di Dio.

Penso invece che la dimensione dell’ascolto del Signore sia fondamentalmente preghiera. Certo possiamo leggere la Bibbia, partecipare al culto, fare incontri e conversazioni con tante persone, agire in maniera solidale e con amore del prossimo. Ma nella preghiera possiamo comprendere meglio la Scrittura, il culto… E agendo con la preghiera in mente possiamo agire e ascoltare insieme. Infatti non è solo nel silenzio che si prega, ma anche nel mezzo della vita attiva, in un dialogo costante con il Signore, nel confrontare le nostre scelte e nel chiedergli aiuto e sostegno.

Attraverso l’ascolto nella preghiera di Gesù come Signore e Salvatore troviamo la via che dobbiamo percorrere nel mondo.

Ad un mondo che è pieno anche di lodevoli attività, ad un mondo che alle volte rimprovera ai cristiani di parlare, parlare ma non agire, questo passo ricorda che prima di agire bisogna sapere perché agire e in che direzione porre le proprie forze, perché non sono infinite.

È chiaro che se Marta e Maria sono delle discepole di Gesù, rappresentano anche due aspetti di chiesa o di intendere la chiesa. Due aspetti che non sono separati, ma che si ritrovano in ogni chiesa e in ogni credente.

Senso della vita

Seguendo e ascoltando il Signore giorno dopo giorno la nostra vita acquista una vera direzione di marcia, dunque, e non è un vagare senza meta e senza motivazione. Ma di più. Conoscendo il senso di ciò che facciamo giorno per giorno, scopriamo il senso della nostra esistenza.

L’ascolto della Parola del Signore, del messaggio di Gesù è quello che dà senso a quello che facciamo. Che risponde alle domande per cosa vivo su questa terra? Cosa sono chiamato a fare e ad essere oggi?

Non è solo questione di vivere, infatti, ma di vivere con il senso vero di ciò che è la nostra vita. Ecco perché è la parte buona che non ci sarà tolta, perché possono cambiare tante cose nella nostra esistenza, ma il senso della nostra esistenza, quello autentico donatoci dal Signore Gesù, non lo perderemo mai. Amen

Gesù sa come siamo

Sole a Plaun da Lej

A Natale festeggiamo la nascita del Salvatore Gesù Cristo. Cioè il suo venire al mondo come ogni essere umano. È l’inizio della storia della salvezza.

Gesù nasce  come noi e poi come noi vive, nelle difficoltà, nelle ristrettezze, alle prese con la burocrazia come già dalla nascita si vede… infine nella sofferenza, nell’ingiustizia e nella morte. Perché questo? Continue reading

Nonostante i nostri errori Dio è vicino a noi

il-fariseo-e-il-publicano-sant-apollinare-nuovo

Ecco una nota parabola di Gesù: Il fariseo e il pubblicano. Una parabola insidiosa perché può essere facilmente generalizzata slegandola dal suo tempo e contesto. Per evitare questo, l’evangelista Luca ne chiarisce il contesto nato nel confronto di Gesù con la mentalità farisaica.

Luca 18:9-14 Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10 «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l’altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. 12 Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo”. 13 Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!” 14 Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato».

L’obiettivo della parabola è dunque questa mentalità farisaica che porta a sentirsi sufficienti con Dio e ad avere disprezzo per gli altri: “io non sono come loro” … Luca dunque dà questo centro alla parabola, mentre l’aspetto finale della giustificazione sembra essere accessorio, non fondamentale. Dunque abbiamo soprattutto l’aspetto del giusto atteggiamento mentale nel pregare e quindi nel rapportarsi a Dio.

Come pregare

Il fariseo (e si trovano riportate preghiere più o meno di quel periodo che sono proprio simili a questa) è tutto concentrato su sé stesso, guarda a sé alla propria giustizia. Ed in effetti pur essendo tutto vero quello che riferisce, di fare c’è un problema: il fariseo fa di più di quello che è richiesto dalla legge. Se uno scolaro fa di più del minimo indispensabile nei compiti, certo riceve una lode, e quasi lo stesso ragionamento lo facevano i farisei: “basterà quello che ho fatto, non è meglio fare di più?” Come vedete il risultato era un sentirsi superiori agli altri, ma anche un atteggiamento verso il Signore di sufficienza e di sospetto, un’idea di Dio come di un pignolo e forse tirchio Signore, altro che misericordioso.

Il pubblicano invece sa che può solo appellarsi alla clemenza di Dio, ma cosa importante: vi si appella! Entrambi i nostri personaggi emblematici sono infatti in rapporto con Dio. Il pubblicano non sta frodando qualcuno o godendo di fondi illeciti, sta lì a riconoscere il suo stato di errore e a chiedere perdono al Signore. Niente a che vedere con le persone, che anche oggigiorno, si vantano di essere furbe, intriganti o furfanti.

Non è d’altra parte che l’atteggiamento del pubblicano sia salvifico in sé, come si potrebbe insidiosamente pensare. La sua richiesta ci viene detta sarà accolta, ma non è perché si è battuto il petto, ma per la grazia di Dio, che viene giustificato. Non è un automatico risultato del tipo di preghiera, ma è solo per la bontà di Dio.

Il tema forte non è solo l’umiltà nel pregare, ma che comunque ci sia preghiera vera, ricerca del contatto con Dio.

La complessità del reale e la vicinanza di Dio

In fondo dunque noi, bene o male, siamo chiamati da Gesù ad identificarci nel pubblicano, ad avere il suo atteggiamento verso il Signore. Non è che noi siamo incoraggiati a compiere errori, ingiustizie e sotterfugi, ma significa che la perfezione non è di questa terra, che chi si ritiene perfetto, in realtà si pone in una situazione artificiosa, non realistica (per questo in ogni epoca chi si ritiene perfetto può essere anche pericoloso). La realtà che viviamo infatti è realtà imperfetta, e noi che siamo reali vi partecipiamo. E proprio riconoscendo questa situazione, il Signore diviene presente con la sua benignità.

Peccato e perdono hanno assunto nel nostro linguaggio delle valenze pesanti e fuorvianti. Mentre è più proficuo secondo me dire che noi viviamo realmente come tutti, facendo del nostro meglio, ma insieme non potendo sfuggire ad errori e ai vincoli di questo mondo, ma non per questo il Signore è lontano o contrario a noi, anzi! Tutte le parole e le azioni di Gesù parlano e agiscono per questo.

E, come al solito: scoprire l’amore di Dio in Gesù Cristo verso di noi, ci fa muovere in maniera nuova nel mondo che viviamo, infatti è l’amore di Dio che ci cambia e non sono le imposizioni. Stiamo nella stessa barca con il nostro prossimo, pieni di buone intenzioni, pieni di ragioni, colmi delle nostre sensibilità e problemi, ma insieme coloro che sbagliano.

Certo pregando il Signore, se scopriamo come rimediare all’errore o smettere di fare un certo sbaglio, noi lo faremo, ma saremo comunque sempre bisognosi della comprensione di Dio e disposti quindi ad una maggiore comprensione verso il prossimo, che sbaglia come o in modi differenti da noi.

Questo atteggiamento è cosa differente dal “vivi e lascia vivere”, che può essere inteso come una forma di disinteresse verso il prossimo, ma invece se vedo in difficoltà il mio prossimo perché sbaglia, proverò, sia pure con sensibilità, a comunicare con lui, per il suo bene e non per una questione di principio.

Non è solo questione di singoli, di vicini di casa, ma in generale di pensare ad una società differente e solidale, quella che dovrebbe essere la Chiesa del Signore, che si basa sul riconoscimento che abbiamo bisogno tutti di un Salvatore e che questo Salvatore è Gesù Cristo. Amen

Aumentaci la fede?

Mangrovia

Gesù dice di perdonare il fratello che fa qualcosa contro di noi sette volte al giorno, e allora…

Luca 17:5-6 Allora gli apostoli dissero al Signore: «Aumentaci la fede».  Il Signore disse: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo sicomoro: “Sràdicati e trapiàntati nel mare”, e vi ubbidirebbe.

Gli apostoli si trovano di fronte ad una versione assoluta della fedeltà al Signore e ai suoi precetti. Gesù è molto più esigente della legge di Mosè e dell’applicazione che gli era stata data nei secoli. Nei versetti precedenti ha detto loro qualcosa come “devi perdonare sempre”, ma anche altre volte gli ha stupiti con la radicalità della vita che egli indica. A questo punto gli apostoli, e noi con loro, si sentono perduti, “aumentaci la fede” è dunque una richiesta per tentare di uscire dall’impasse, dal sentirsi inadeguati dinnanzi al Cristo.

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Glorificare ci rafforza

Nell’evangelo di Luca ci è raccontato un episodio di guarigione di più persone insieme. All’inizio tutto è come ce l’aspettiamo:

Nel recarsi a Gerusalemme, Gesù passava sui confini della Samaria e della Galilea.
Come entrava in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono lontano da lui,
e alzarono la voce, dicendo: «Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!»
Vedutili, egli disse loro: «Andate a mostrarvi ai sacerdoti». E, mentre andavano, furono purificati.

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Scritto nei cieli

Gesù ad un certo punto del suo ministero, per raggiungere più persone possibili scelse settanta discepoli e li mandò a due a due in giro per i villaggi e le campagne ad annunciare il suo messaggio e a guarire i malati.
Questi andarono e ebbero grande successo, perché lo Spirito stesso del Signore li sosteneva…

Or i settanta tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni ci sono sottoposti nel tuo nome».
Ed egli disse loro: «Io vedevo Satana cadere dal cielo come folgore.
Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e su tutta la potenza del nemico; nulla potrà farvi del male.
Tuttavia, non vi rallegrate perché gli spiriti vi sono sottoposti, ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». (Luca 10,17-20)

Ecco dunque che i discepoli ritornano pieni di gioia e, possiamo immaginare, pieni anche di un certo orgoglio per quello che hanno potuto fare.
Adesso sono probabilmente molto più sicuri di quando erano partiti, adesso che hanno visto che tramite loro i malati guarivano, la gente riceveva fede… e forse c’è anche una esaltazione per aver acquistato una tale potenza. Non che avranno pensato di guadagnarci, ma probabilmente si sentono quasi invincibili.

Non è quello che conta però, gli dice Gesù. In fondo hanno potuto fare quello che hanno fatto solo perché Gesù gli ha dato potenza, li ha chiamati ad un compito e gli ha dato gli strumenti per realizzarlo. Come qualcuno non si deve credere più di ciò che è per il potere umano, così questo vale anche per quando si hanno doni dal Signore.

Ma non solo, non bisogna scambiare la potenza che hanno ricevuta con un segno di salvezza del Signore. Quando verranno i momenti in cui non avranno più il potere di camminare sopra i serpenti o –ben più importante– quello di guarire gli ammalati, quando diverranno essi stessi degli ammalati, o saranno divenuti anziani e incerti sulle loro gambe, non vorrà dire che saranno stati abbandonati dal Signore, non vorrà dire che sarà il momento della tristezza e di non rallegrarsi invece sempre nel Signore. Così anche a coloro che oggi soffrono del terremoto ricorderemo che non per questo il Signore è lontano, anzi. Che niente può distruggere la nostra speranza cristiana.

Perché la cosa importante è che il nostro nome sia scritto nei cieli. Che la salvezza che ci è stata donata sia eterna. Assicurata nell’alto dei cieli, protetta contro ogni attacco del mondo.

Questa immagine del nome scritto nei cieli, che ritroviamo anche nell’Apocalisse con il libro dei salvati, è un’immagine potente.

Il nome infatti indica da una parte la persona completa, il riassunto di ciò che siamo, la conoscenza completa che Dio ha di noi, che quindi ci può far risorgere così come ci ha creati.
Ma nel conoscere il nome c’è anche familiarità, amicizia: Dio ci conosce per nome, ci chiama per nome, noi siamo quindi conosciuti e apprezzati dal Signore.
E il nostro nome è custodito da Lui, anche se noi dovessimo un giorno dimenticare il nostro stesso nome, anche se non saremo più su questa terra…

Il nostro nome è scritto nei cieli! Questo è il nostro vanto, questo ci dà sicurezza ed è sempre un motivo per farci rallegrare.
Amen

Incontrare Gesù

Albero di sicomoro

Quanti incontri ci sono nei vangeli. Gesù va in giro e incontra tante persone. Questo è bello perché nella nostra vita anche noi incontriamo Gesù sia pure non di persona, ma in Spirito e verità.

La storia di Zaccheo è quella di un incontro che si racconta anche ai piccoli, ma va bene anche ai grandi. L’inizio è presto riassunto: Zaccheo è un agente delle tasse del tempo. Questo significa che era un collaboratore dei romani, ed anche –ed è questo l’aspetto che più è sottolineato nel racconto– un profittatore, uno che si approfittava della sua posizione per prendere più di quanto dovuto…
Ora questo ladro, però, quando Gesù passa per la sua città, Gerico, in cui passava tanta gente in transito di tutte le specie, vuole vederlo. Ora Zaccheo era basso, piccolo di statura, ma non si arrende, sfidando forse il ridicolo corre avanti e sale su un albero…

Anche noi magari quando eravamo più giovani avremmo voluto incontrare qualcuno di importante per chiedergli qualcosa, magari solo per poter dire era più basso o più alto di come me lo aspettavo…
Zaccheo sembra fare lo stesso. E forse un po’ di più, chissà, infatti Gesù non è solo un personaggio famoso di quel tempo, ma si diceva anche che fosse un profeta, fosse un uomo che veniva da Dio e che diceva e faceva cose sorprendenti.
Zaccheo questa specie di ladro organizzato vuole vederlo… Ha capito qualcosa di Gesù? È solo curiosità oppure c’è dell’altro? Forse c’è un po’ di più, ma la svolta arriva quando Gesù giunge sotto l’albero su cui Zaccheo è salito e grazie a ciò che fa Gesù. Infatti:

Quando Gesù giunse in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua».
Egli si affrettò a scendere e lo accolse con gioia. (Luca 19,5-6)

Alle volte per alcuni siamo un po’ ridicoli ad accogliere con gioia Gesù.
Tante persone serie, compassate, che si credono importanti perché sono tristi… Oppure c’è una pesantezza perché siamo al culto o perché preghiamo. Noi certo siamo seri, ma non tristi, siamo consapevoli della grandezza e della santità di Dio, ma anche del suo amore.
Siamo allora compassati quando serve, ma siamo gioiosi e contenti al fondo del nostro animo perché in Gesù vediamo la grazia di Dio per noi.

Questo accade non perché siamo perfetti nella vita e nemmeno nella fede. Accade come a Zaccheo, un ladro addirittura, uno che è divenuto ricco con la frode, che però appena Gesù, che in quel momento è Dio che passa, gli mostra la propria benignità, va a mangiare in casa sua, non ha paura di farsi vedere con lui, allora cambia la propria vita. Si badi bene: prima c’è l’invito di Gesù, la sua familiarità e misericordia e poi il cambio di vita di Zaccheo.

Dunque a noi, accade spesso che il Salvatore si inviti nel nostro cuore e nella nostra giornata e ci venga a rallegrare con la sua presenza benigna. Questo cambia il nostro orizzonte e ci dà gioia.
Alleluia Signore! Che non rimani lontano ma vieni vicino a noi con benignità e amore. Amen