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Le Palme, vera festa

Ramo di palma

La folla, che segue e acclama Gesù che entra in Gerusalemme alle Palme, è quella che ha visto la resurrezione di Lazzaro e ha creduto quindi in Gesù come Messia.

Una gran folla di Giudei seppe dunque che egli era lì; e ci andarono non solo a motivo di Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. Ma i capi dei sacerdoti deliberarono di far morire anche Lazzaro, perché, a causa sua, molti Giudei andavano e credevano in Gesù.

Il giorno seguente, la gran folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme, uscì a incontrarlo, e gridava: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!»  (Giovanni 12:1-14)

Non tutti quelli che hanno assistito al richiamo in vita di Lazzaro, hanno creduto in Gesù. Anzi, alcuni, pur credendo a quella miracolosa vittoria sulla morte, decidono di andare a denunciare Gesù ai capi sacerdoti e questi decidono di farlo morire.

Alcuni oggi dicono “Ah! Se fossimo stati ai tempi di Gesù e lo avessimo visto fare quelle cose, allora sì, crederemmo in lui”. Consentitemi, questo non è così vero. Infatti, ci vuole umiltà per accogliere la notizia della vittoria sulla morte, perché va oltre la nostra comprensione razionale. Poi occorre coraggio, per cambiar vita rispetto a come siamo di solito. E infine serve ricevere lo Spirito, e non negarlo, per aprirci alla gioia. Continue reading

Guardare a Gesù ed è già la grazia

Lux lucet in tenebris

Gesù annunciò la sua sofferenza e morte varie volte ai suoi discepoli, per prepararli all’evento e dar loro gli elementi per interpretarlo. In uno di questi momenti Gesù parla di sé come Figlio dell’uomo e il suo essere crocifisso lo indica come il suo innalzamento:

bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. (Giovanni 3:14b-17)

Dunque, Gesù afferma che la sua morte sulla Croce è voluta dal Padre per donare vita eterna, per realizzare il suo amore, non per giudicare, ma per salvare il mondo. Il mondo? Sì, dice proprio il mondo. Continue reading

Pace e serenità (Giov 14:27)

tornado

La pace, la serenità interiore. Quale grande aspirazione è per ogni essere umano aver pace dentro di sé, oltre che fuori.

Gesù, per preparare i suoi discepoli, preannuncia varie volte che sarebbe morto, questo genera in loro tristezza e smarrimento, allora egli li consola annunciando che manderà lo Spirito per sostenerli, guidarli e proteggerli e aggiunge:

Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti. (Giovanni 14:27)

La pace certo fuori di noi non è sempre possibile, anzi al contrario sembra proprio che non ci sia pace, non solo per guerre, violenze, ingiustizie, ma anche per tante cose che non vanno, che disturbano, che ci affliggono, cioè che non ci fanno stare in pace, sereni. E poi quando si parla di pace dentro di noi non è che vogliamo la pace di quando non succede niente, perché c’è solo silenzio e rassegnazione, ma vorremmo pace perché belle e vere sono le cose che vogliamo vivere, bello il mondo a cui vogliamo partecipare.

Vi do la mia pace, dice invece Gesù, non come il mondo, una pace fittizia e non duratura, non come la pace della morte, ma in maniera diversa più profonda e più vera e più viva.

Come è possibile, come si realizza in questa vita?

Non dipende da noi, è un dono di Dio. Noi possiamo certo chiedergli di avere pace e serenità, possiamo pregarlo per questa pace che supera ogni umano intendimento. E possiamo anche riflettere sul dono di vita eterna che egli ci fa, dono di pace eterna e gioiosa, che illumina anche le nostre giornate terrene.

Ma alle volte la calma non arriva, la mattina è ancora lontana, dobbiamo aspettare che lo Spirito ci dia la determinazione, la calma, la speranza, la fede e dunque la pace.

Alle volte abbiamo anche troppa agitazione per accogliere il dono di pace portato dallo Spirito, ma invece altre volte proprio lo Spirito al nostro cuore turbato e oppresso dona una pace interiore inaspettata e tranquilla.

È una promessa, quella di Gesù, ma come tutte le promesse di Dio essa si realizza per noi e per gli altri discepoli.

E allora la pace si raggiunge affidandosi alle promesse di Dio.

Non io: riesco a darmi pace, non io: riesco ad essere fedele alla sua parola, non io: posso darmi salute e avvenire, ma tutto questo è nella promessa di Dio in Gesù Cristo.

Mettiamoci allora con tutto il nostro essere nelle mani di Dio, sentiamolo come il Signore onnipotente e misericordioso di tutta la nostra esistenza, affidiamoci alle sue promesse di vita e troveremo la pace del nostro animo. Amen

Quale guida scegliere

Gesù come buon pastore, dipinto in una catacomba

Gesù afferma che i farisei, che vogliono essere di guida a tutto il popolo, sono in realtà come ciechi che vogliono guidare altri. Per spiegarlo inizia un racconto parabolico cui si presenta come buon pastore.

«In verità, in verità vi dico che chi non entra per la porta nell’ovile delle pecore, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Ma colui che entra per la porta è il pastore delle pecore. A lui apre il portinaio, e le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori. Quando ha messo fuori tutte le sue pecore, va davanti a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Ma un estraneo non lo seguiranno; anzi, fuggiranno via da lui perché non conoscono la voce degli estranei».

Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono quali fossero le cose che diceva loro.

Perciò Gesù di nuovo disse loro: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti quelli che sono venuti prima di me, sono stati ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura. Il ladro non viene se non per rubare, ammazzare e distruggere; io son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. (Giovanni 10:1-11)

Come nell’Antico Testamento l’immagine del buon pastore è in contrasto con i cattivi pastori di Israele, con le sue cattive guide. E qui, in opposizione ai falsi pastori di Israele, c’è Gesù.

Dall’altra parte ci sono dei farisei, descritti come ciechi che vogliono guidare altri. Va notato che non si sta parlando di capi politi o sacerdotali, anche se farisei potevano essere anche dei politici, ma del movimento farisaico che pretendeva di dare una interpretazione autentica della tradizione dei profeti e una indicazione morale a tutto il popolo.

Un movimento certamente positivo sotto l’aspetto umano in molte sue parti, ma che si concepiva come coloro che dovevano guidare tutto il popolo in maniera assoluta verso una comprensione legalistica, e non di grazia, nel rapporto con il Signore e quindi della vita dei credenti.

La pretesa dei farisei trovava alcuni favorevoli, altri contrari, altri impauriti. E Gesù combatte questa pretesa dei farisei di essere i portatori di verità. E quanti farisei in questo senso ci sono anche nel nostro tempo!

Buon pastore

In questo testo Gesù presenta invece le sue caratteristiche di buon pastore attraverso elementi parabolici (da parabola):

  • Gesù va diretto, non segue vie traverse, parla chiaramente, non ci sono trucchi ovviamente, e nemmeno una retorica per “sedurre” l’uditorio, è un parlar franco il suo
  • Gesù dice che chiama per nome le sue pecore, dunque conosce personalmente coloro che chiama, non ne ignora le reali necessità, non parte dall’ideologia per conformarvi le persone, ma dalla realtà delle persone stesse per il loro bene
  • Gesù le guida ed esse lo seguono, c’è un rapporto continuativo con i credenti, non li abbandona, anzi dà la sua vita per loro, e sappiamo che continuerà a sostenerli con lo Spirito
  • Interviene infine ci dice per dar vita e vita in abbondanza, cioè per dare vita eterna fin d’ora, una vita con un senso e una profondità nuove.

Da qui si vede la necessità vitale di affidarsi a Gesù come nostro Signore oltre che Salvatore.

Oggi

Come dicevo il testo “vive” in opposizione ai farisei e specie si pensa ai capi farisei, che vogliono insegnare, guidare il popolo, ma sono come delle guide cieche che credono di vedere.

Il testo ha una chiara suggestione per la realtà di ogni tempo, in quanto sempre ci sono persone che vogliono essere o sono di fatto guide per gli altri: politici, persone influenti culturalmente, giornalisti alle volte, maestri o coloro che amano presentarsi come maestri, quelli che pensano di sapere sempre meglio degli altri come si dovrebbe fare, ma anche sono semplicemente genitori o suoi nuovi mezzi social della rete o sui mass media persone che vogliono influenzare scelte e stili di vita degli altri…

In mezzo a queste guide, o meglio presunte guide, a chi affidarsi?

Per un cristiano l’unica guida è ovviamente quella di Cristo, l’unico buon pastore. Ma cosa significa in concreto? Si rischia di farla divenire una posizione di principio, e si rischia dunque di dare potere a chi dice di sapere come si deve applicare oggi quello che diceva Gesù. Oppure diviene solo una posizione per il proprio animo e non fattiva, che trascura il presente difficile e concreto, che è invece e da affrontare, cioè ha anche una valenza sociale.

C’è quindi necessità del confronto con la Scrittura e con l’evangelo in una dimensione comunitaria. Non ci si può affidare ad un interprete solo, ma si deve rischiare in prima persona di prendere posizione, di cercare la strada concreta, e quindi di ascoltare anche gli altri. Sempre di più però la dialettica democratica diviene scontro, separazione, più che incontro di soluzioni e idee diverse…

Manca infatti, insieme alla visione democratica della chiesa e della società, l’essere aperti allo Spirito, Colui attraverso il quale Cristo guida la chiesa. Per essere guidati da Gesù Cristo occorre restare aperti ad una visione spirituale della vita e del futuro.

La visione spirituale è fondamentale, perché occorre una visione completa dell’essere umano. Una visione che dia tutta la dignità e l’importanza ad ogni essere umano, per ascoltare le sue ragioni, e per ragionare su come vivere da esseri umani e da società umana in maniera non ideologica.

E la guida spirituale di Cristo ci permette di essere liberi. Liberi nei giudizi, nei ripensamenti, nell’apertura al nuovo, liberi anche nell’accogliere opinioni differenti, quando scopriamo la loro sensatezza. Liberi dalla paura che incutono i farisei di ogni tempo.

No, l’essere cristiani non è affatto qualcosa che ti fa estraniare da questo mondo, ma invece ti fa vivere pienamente nel quotidiano, non dimenticando la complessa realtà dell’umanità, con la certezza che c’è un Salvatore che ci guida e a cui solo rendere gloria. Amen

 

La società che va avanti

pesca nel lago

Una delle apparizioni di Gesù Cristo risorto in Galilea è riferita in Giovanni 21.È una di quelle apparizioni che Gesù risorto aveva preannunciato alle donne, che per prime lo vedono risorto.

Dopo queste cose, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli presso il mar di Tiberiade; e si manifestò in questa maniera.

Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli erano insieme. Simon Pietro disse loro: «Vado a pescare». Essi gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Uscirono e salirono sulla barca; e quella notte non presero nulla.

Quando già era mattina, Gesù si presentò sulla riva; i discepoli però non sapevano che era Gesù. Allora Gesù disse loro: «Figlioli, avete del pesce?» Gli risposero: «No». Ed egli disse loro: «Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete». Essi dunque la gettarono, e non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci. Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse la veste, perché era nudo, e si gettò in mare. Ma gli altri discepoli vennero con la barca, perché non erano molto distanti da terra (circa duecento cubiti), trascinando la rete con i pesci.

Appena scesero a terra, videro là della brace e del pesce messovi su, e del pane. Gesù disse loro: «Portate qua dei pesci che avete preso ora». Simon Pietro allora salì sulla barca e tirò a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci; e benché ce ne fossero tanti, la rete non si strappò. Gesù disse loro: «Venite a far colazione». E nessuno dei discepoli osava chiedergli: «Chi sei?» Sapendo che era il Signore. Gesù venne, prese il pane e lo diede loro; e così anche il pesce.

Questa era già la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli, dopo esser risuscitato dai morti. (Giovanni 21:1-14)

Quale significato?

Pietro e quasi tutti gli altri sono per mestiere dei pescatori, non appare dunque strano che vadano a pescare. “Eppure hanno visto il risorto!”, dicono alcuni che si sorprendono invece della loro occupazione di pescatori, ma non dobbiamo essere anacronistici, non sono mica cardinali. A parte la battuta, più in generale: si è annunciatori di resurrezione, qualcosa di straordinario, ma sempre in mezzo alla vita ordinaria.

Chiaramente ciò che accade riceve la sua interpretazione, anche da parte degli stessi protagonisti, dalla pesca miracolosa con cui Gesù aveva chiamato i primi discepoli ad essere pescatori di uomini, ad essere annunciatori dell’evangelo.

Infatti, Giovanni (il discepolo che Gesù amava) per primo si ricorda di quella pesca straordinaria già avvenuta e quindi riesce a capire che è Gesù, quello sulla riva.

Gesù non era stato da loro riconosciuto non per la lontananza e la poca luce del mattino, visto che anche una volta a terra stentano a riconoscerlo (cosa questa comune nelle altre apparizioni), ma perché il risorto ha un corpo “glorioso”, rinnovato.

A questo punto il Signore si mostra loro nel gesto rivelatore di prendere il pane e di distribuirlo loro, come aveva fatto nella moltiplicazione dei pani, in cui c’erano anche alcuni pesci, come aveva fatto all’Ultima cena, come anche aveva fatto coi discepoli sulla via di Emmaus.

Non solo però è un gesto rivelatore, ma anche e soprattutto un gesto di comunione, la comunione che avevano prima è comunione anche con il Risorto.

Qui dunque (e il dialogo con Pietro che segue lo conferma) essi sono chiamati ad essere annunciatori e testimoni dell’evangelo e insieme della resurrezione. Il mandato che essi avevano ricevuto da Gesù in vita è ribadito e anzi è ampliato e sostanziato dall’essere annunciatori anche del Risorto, anche di resurrezione, di salvezza completa. Il messaggio dell’evangelo è dunque ora completo.

Anche il numero 153, che ormai per noi ha perso di significato, si inquadra nell’invio in missione. Doveva essere legato a quel tempo ad un modo di dire o ad una convenzione, per cui rappresentava forse il numero delle specie pesci conosciuti oppure quello dei popoli della terra. Dunque in quei 153 pesci e in quella rete che non si spezza, ecco che vediamo che il mandato missionario verso ogni persona e ogni popolo, avrà successo completo. E nessuno sarà quindi dimenticato dalla salvezza.

Testimoniare a tutti

Questa interpretazione di ciò che ci viene raccontato parla subito anche a noi direttamente, anche se come sempre è qualcosa di complesso da mettere in pratica.

Anche noi è ovvio siamo annunciatori di Gesù Cristo, come cristiani, e lo siamo in mezzo alle tante attività terrene, più o meno importanti. Il mandato missionario dei cristiani li fa annunciatori e testimoni verso tutti.

Se una volta parlare della missione era però un riferirsi a paesi lontani, oggi di fronte al sostanziale allontanamento di molti europei dalla fede, questo “verso tutti”, significa portare un messaggio di speranza e di fede al nostro prossimo che non sa più niente o quasi dell’evangelo, e dubita della fede.

Andare verso tutti significa allora, proprio perché c’è meno frequenza in chiesa, testimoniare proprio nel quotidiano e parlare dell’evangelo quando ce ne sia l’occasione.

Sempre con quel senso di comunione, di simpatia fraterna, di condivisione della stessa situazione umana e sociale, che non ci fa essere un corpo separato dalla società umana, ma un sale, una luce, una componente vitale.

il Risorto

Per essere veri annunciatori e testimoni dell’evangelo, questo brano come altri, ci dice che alla base del nostro annuncio ci deve essere quello della resurrezione del Signore e dell’incontro con il Risorto.

Spesso però anche i cristiani hanno problemi con la resurrezione. Ma qui non c’è il problema di immaginare la resurrezione, qui c’è da essere testimoni che “il Signore”, come qui giustamente chiamano Gesù, era morto ed è risorto. Egli ha vinto la morte. Come questo sia possibile, come ciò sia esteso a noi, alla nostra realtà quotidiana è altra cosa, però molto meno importante.

Siamo costituiti infatti come annunciatori che la morte non è definitiva, che c’è qualcosa di gioioso e di bello e di comunitario oltre la morte e non qualcosa di triste e negativo e solitario e nemmeno il nulla, che ad alcuni pare accogliente.

Questo annuncio ci dice di non arrenderci a ciò che non va, di ricercare la giustizia fin d’ora, di non essere dalla parte di chi crede che tutto sia mortale e tutto quindi sfrutta e distrugge.

Proprio con questa speranza di resurrezione possiamo anche accettare la morte, che viene a limitare il dolore e la malattia.

Abbiamo una vita terrena per sperimentare, per gioire, per combattere, per gettarsi nella mischia, ma è una vita che finisce insieme alle sue sofferenze, colpi, ferite e cose che non sono andate come dovevano.

Proprio perché la vita è limitata, ma c’è nuova vita, nuova esistenza, possiamo amare la vita presente al massimo e gioirne in ogni tempo e sollevarci sul presente e avere uno sguardo verso il futuro sereno.

E se oggi non riesco a fare più le cose di un tempo, non ne farò una tragedia, ma continuerò a gioire di ciò che ho oggi, sapendo che tutto ritornerà pienamente un giorno.

con coraggio e gioia

Che la morte non sia definitiva è dunque l’annuncio di poter vivere con fiducia, gioia, speranza, in questo mondo ormai pieno di paurosi, disperati, menagrami, profeti di sventura.

E di gente che abbia forza e coraggio, in questo mondo pieno di piagnistei, di persone che si vorrebbero chiudere in casa per paura del terrorismo o degli altri, la società ne ha estremo bisogno.

E sono i cristiani, proprio quelli accusati di essere dei deboli sognatori, a costituire l’ossatura della società che va avanti, che crea cose nuove ed è giovane, nonostante l’età, ed è viva, nonostante i malanni, che è speranzosa, nonostante non abbia fiducia nell’umanità. Perché il Risorto si è mostrato loro, gli fa sentire la sua presenza, li ha già portati da morte a vita. Amen

Pilato uomo moderno

Gesù dinnanzi a Pilato - Dürer

Pilato gli disse: «Che cos’è verità?» E detto questo, uscì (da Giovanni 18)

Pilato, in fondo colpevole come tutti, nonostante tutto preso dal dubbio, cerca di liberare Gesù.

Pilato che ha dubbi è già per questo un uomo moderno, ma non solo.

È uomo di potere, e dunque assomiglia a tutti gli uomini di potere di ogni tempo.

Nello stesso tempo è uomo che non vorrebbe essere immischiato nelle faccende religiose degli ebrei, che per la sua mentalità sono così distanti da lui.

Pilato che come spesso i moderni europei, quando sentono parlare di religione non vorrebbero perder tempo, la bollano come qualcosa di un barbarico passato, ma poi si ritrovano con un mondo che fa della religione la ragione di vita e purtroppo anche di morte.

Pilato uomo moderno però ancor di più perché, come molti contemporanei, dispera che si possa conoscere la verità. Se ci sono tante verità, allora nessuna è vera. E non sta quindi neanche a sentire la risposta di Gesù alla sua domanda…

Ma cosa faranno queste persone una volta che è finito il potere o la ricchezza o la salute? Avranno ancora una ragione di vita? E se non c’è verità alcuna si può vivere realmente, e non solo cinicamente e senza speranza?

Festanti perché scegliamo la vita

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Chi festeggia, agli occhi di alcuni sembra prendere meno sul serio il Signore, ma invece chi festeggia con garbo e leggerezza considera davvero il Signore come il Dio della vita (dal culto della Domenica delle palme).

Gioia per la vittoria sulla morte

La folla che segue e acclama Gesù che entra in Gerusalemme è quella, ci fa sapere l’evangelista Giovanni, che ha visto la resurrezione di Lazzaro e ha creduto quindi in Gesù come Messia.

Non tutti quelli che hanno assistito al richiamo in vita di Lazzaro, però, hanno creduto in Gesù. Anzi alcuni, visto quel segno potente decidono di andare a denunciare Gesù ai capi sacerdoti e quelli, pur credendo a quella miracolosa vittoria sulla morte, decidono di farlo morire.

Alcuni oggi dicono “Ah! Se fossimo stati ai tempi di Gesù e lo avessimo visto fare quelle cose, allora sì, avremmo creduto in lui”. Questo non è mica vero.

Ci vuole infatti umiltà per accogliere la notizia della vittoria sulla morte, perché va oltre la nostra comprensione razionale e poi occorre coraggio per cambiar vita rispetto a come va di solito il mondo.

E serve soprattutto lo Spirito, per aprirci alla gioia della vittoria sulla morte dimostrata da Gesù. Sì, perché la folla della domenica delle Palme è festante perché ciò che ha visto le dà speranza e gioia: la morte non è definitiva.

Con incertezze

Infatti anche quelli che provengono da Betania, che hanno creduto e sono in festa, una volta entrati a Gerusalemme, indifferente e ostile, sembreranno cambiare idea.

Come possono cambiare idea così in fretta? Perché la folla festante, che acclama con Osanna il Signore, non ha le idee chiare, certo intuisce che Gesù di Nazareth, non era solo un profeta o un agitatore di popolo, ma molto di più: qualcuno che trionfa sulla morte, che non rende definitiva la sentenza di morte che accomuna fin dalla nascita tutti gli esseri umani. Ma poi quando le cose per il Signore si mettono male, eccoli frastornati e rassegnati.

Servirà la resurrezione e lo Spirito santo per trasformare la folla nel popolo del Signore.

Festanti anche noi

Anche noi siamo un po’ come quella folla. Anche se sappiamo della resurrezione di Cristo, non abbiamo proprio le idee chiare su cosa sia la resurrezione, eppure proprio noi, con i nostri dubbi e perplessità facciamo parte della folla festante che segue e acclama Gesù.

Festanti? Sì lo siamo o dovremmo esserlo anche di più. Perché i cristiani non sono musoni o perennemente tristi, ma proprio avendo la speranza certa della vittoria sulla morte, pur conoscendo le tristezze del mondo, pur essendone spesso colpiti e smarriti per un qualche tempo… sono festanti. Non si arrendono e risorgono a nuova vita per festeggiare il Signore della vita! Scegli la vita, significa anche questo.

Festa e terrorismo

Il festeggiare c’entra anche con il terrorismo. Certamente gli attentati che in questi anni fanno notizia avvengono dove ci sono molte persone per colpire nel mucchio, per fare più morti. Non bisogna dimenticare, però, che spesso c’è anche un aspetto di festa in quei luoghi presi di mira. Possono essere dei mercatini di Natale, l’assembramento per vedere i fuochi di artificio per la festa nazionale, ma anche dei concerti. Anzi in Israele, ad esempio, molti degli atti terroristici sono avvenuti in discoteche o contro cantanti rock.

Perché? Perché festeggiare è un modo di vivere “leggero”, nel senso che chi festeggia davvero è meno incline alla guerra e alla violenza, ha una visione più ottimistica e in fondo più tollerante dell’esistenza. Ecco perché c’è chi si scaglia con attentati e violenza, contro persone che vogliono essere gioiose nella confusione, e non una folla irreggimentata nel consenso ad un lider maximo qualsiasi.

Infatti la libertà non è che tutti siano uguali, ma tutti rispettosi gli uni degli altri. E per essere rispettosi delle libertà altrui, è meglio avere da festeggiare insieme.

Chi festeggia, agli occhi di alcuni sembra dunque prendere meno sul serio il Signore, ma invece chi festeggia con garbo e leggerezza considera davvero il Signore come il Dio della vita.

Per questo non dovremmo rinunciare a festeggiare, a riunirci con gioia e allegria.Scegli dunque la vita è anche questo.

Festanti ma non sballati

Certo la festa alle volte diventa anche occasione per far soldi vendendo droghe e, per chi le assume, per sballare, per fuggire dal mondo che sembra triste.

Festanti, però, si può essere essendo seri nello stesso tempo. Come si può essere festanti e vigili, informati delle cose che capitano. Il popolo dei cristiani non è una folla di sbandati che beve per dimenticare o per darsi coraggio, ma una comunità sobria eppure ilare, che canta ad alta voce ed è incredibilmente innovativa.

Certo si può essere presi da dubbi, come la folla delle Palme, le incertezze e le tristezze rendono oscuro quello che era limpido e chiaro. Per questo serve sempre il dono dello Spirito, il suo aiuto e di accogliere questo aiuto.

E la promessa del Signore è che ci sarà al fondo di ogni giornata la certezza che Dio trionfa su ogni cosa mortifera. Ecco perché siamo un popolo che sceglie la vita, ecco perché siamo coloro che fanno della vita una vera festa. Amen

(Predicazione sul testo delle Palme di Giovanni 12, lettura d’appoggio in Deuteronomio 30, del testo del 9 aprile 2017. Si noti che questo testo è stato scritto e poi è stato alla base della predicazione prima che si venisse a sapere degli attacchi terroristici alle chiese copte egiziane).

Gesto umano

Fiore di nardo

Gesù sei giorni prima della Pasqua andò a Betania dov’era Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. Qui gli offrirono una cena; Marta serviva e Lazzaro era uno di quelli che erano a tavola con lui. Allora Maria, presa una libbra d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli; e la casa fu piena del profumo dell’olio. Ma Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto quest’olio per trecento denari e non si sono dati ai poveri?»

Diceva così, non perché si curasse dei poveri, ma perché era ladro, e, tenendo la borsa, ne portava via quello che vi si metteva dentro. Gesù dunque disse: «Lasciala stare; ella lo ha conservato per il giorno della mia sepoltura. Poiché i poveri li avete sempre con voi; ma me, non mi avete sempre». (Giovanni 12:1-8)

Gesto speciale, gesto irripetibile, dunque quello di Maria, sorella di Lazzaro. Gesto di pietà umana, quello della donna.

Alle volte un gesto pietoso sembra inutile e costoso agli occhi di un mondo materialista. Che magari ragiona anche bene di aiuto ai bisognosi, ma l’aiuto del prossimo, fatto con calcolo e senza partecipazione, vale molto meno. È contabilità del nostro animo, è forse latente disprezzo dell’altro.

Quello di Maria invece è un gesto di pietà, nel senso positivo del termine. E dunque è un gesto che vale in sé, oltre la comprensione razionale che ne possiamo avere. Ha compreso la tristezza di Gesù, che sa di andare alla morte e gli è vicino, con un gesto umile e con un profumo soave, con qualcosa di bello, dunque.

La pietà religiosa non è affatto elemosina, ma una comprensione dell’altro profonda e un’azione per raggiungere l’essere umano che è a noi prossimo nella sua difficoltà e dargli un conforto, come riusciamo a fare, è mostragli vicinanza e condivisione.

Sono questi gesti che ci rendono umani. E ci rendono vivi. Scegli dunque la vita! Amen

Profezia involontaria

Cristo dinnanzi a Caiafa di Mattias Stom

La resurrezione di Lazzaro, o meglio il fatto che Gesù richiami in vita Lazzaro, che è già morto da quattro giorni, è uno dei segni miracolosi più potenti di Gesù.

Alcuni dicono “Ah! Se fossimo stati ai tempi di Gesù e lo avessimo visto fare quelle cose, allora sì avremmo creduto in lui”. Però è interessante leggere quello che avviene dopo la resurrezione di Lazzaro per accorgersi che non tutti credono, anzi alcuni decidono di farlo morire.

Ecco dunque la conclusione del racconto di Lazzaro:

Gesù gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

Perciò molti Giudei, che erano venuti da Maria e avevano visto le cose fatte da Gesù, credettero in lui.

Qui però il racconto non finisce, ma prosegue:

Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto. I capi dei sacerdoti e i farisei, quindi, riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Perché quest’uomo fa molti segni miracolosi. Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui; e i Romani verranno e ci distruggeranno come città e come nazione».

Vediamo dunque che innanzitutto alcuni non credono veramente in Gesù, ma anzi vanno a denunciarlo. Gli altri, pur riconoscendo che fa effettivamente segni grandiosi, lo vogliono morto. Non rimangono affascinati dal suo potere sulla morte, che è il potere più grande si possa avere sulla terra, e quindi si affidano a lui e gli danno fiducia, ma invece si preoccupano della potenza romana e continuano a ragionare con la loro logica umana.

A questo punto in mezzo alla loro indecisione sul da farsi, perché forse non osano pensare di far morire Gesù, parla il sommo sacerdote:

Uno di loro, Caiafa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla, e non riflettete come torni a vostro vantaggio che un uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione».

E l’evangelista aggiunge come spiegazione:

Or egli non disse questo di suo; ma, siccome era sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire in uno i figli di Dio dispersi. (Giovanni 11:43-52)

Il sommo sacerdote dunque fa una profezia involontaria. Pensa nella sua logica politica terrena ed esprime il suo cinismo nel condannare un innocente per il fine di “salvare il popolo”, che tradotto vuol dire “salvare la nostra posizione di privilegio in mezzo a questo popolo”; e invece profetizza e spiega il valore di salvezza che ha la croce di Cristo, ci annuncia la grandezza di Gesù Cristo come Salvatore.

E l’evangelista Giovanni aggiunge che Gesù è anche il Salvatore di ogni figlio di Dio, di chiunque è da lui chiamato.

Quello che dimostra Caiafa è che neanche segni miracolosi potenti possono cambiare il cuore umano dal cinismo all’amore del prossimo, dalla convenienza immediata alla salvezza, dalla rassegnazione a questo mondo ingiusto alla speranza della giustizia divina. Serve per questo essere illuminati dallo Spirito.

Ma per quelli che sono stati chiamati da Dio, in ogni modo, in ogni tempo e luogo, questi segni miracolosi di Gesù sono un sostegno e una luce per vivere con speranza ogni situazione dell’esistenza. Amen