Tag: Genesi

Patto eterno

stretta di mano

L’inizio della storia della salvezza che inizia da Abramo e si realizza in Gesù Cristo, è nel patto che il Signore fa con Abramo. Se non diamo tutto per scontato, è un testo molto sorprendente:

Genesi 17:3-7 Abramo si prostrò con la faccia a terra e Dio gli parlò, dicendo: «Quanto a me, ecco il patto che faccio con te; tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni; non sarai più chiamato Abramo, ma il tuo nome sarà Abraamo, poiché io ti costituisco padre di una moltitudine di nazioni.  Ti farò moltiplicare grandemente, ti farò divenire nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò il mio patto fra me e te e i tuoi discendenti dopo di te, di generazione in generazione; sarà un patto eterno per il quale io sarò il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te.

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Salvare l’umanità

arcobaleno

Il racconto del diluvio è un testo teologico profondo, come tutti i testi biblici d’altronde, che spesso però prestandosi per un racconto ai bambini, viene semplificato e in fondo un po’ trascurato.

Che tipo di testo innanzitutto abbiamo davanti? Il testo del diluvio contiene il ricordo di antiche tradizioni, magari che provengono già dai sumeri, non solo rielaborate e trasformate, ma anche usate per una riflessione su Dio e per un annuncio di Dio.

Qui vorrei precisare che non si tratta dunque di una storia avvenuta così come descritta, anche se “diluvi” in terra mesopotamica sono avvenuti, e nemmeno di una conoscenza degli autori dei pensieri di Dio, ma di una riflessione teologica che parte da un problema e di una risposta di fede, che essendo nel testo biblico è per noi una risposta di fede adeguata alla nostra fede in Gesù Cristo.

Il grosso problema teologico che il testo affronta è l’incongruenza fra il Creatore e la creazione. Dio crea il mondo e l’umanità, lo lascia libero, ma questo mondo e questa umanità sono lontani da Dio e hanno caratteristiche di malvagità e di ingiustizia da indignare il suo Creatore.

Cosa farà allora il Creatore di questa umanità incorreggibile, cialtrona, assassina? Non potrebbe distruggerci tutti e fare un’umanità e un mondo ben ordinato, giusto e senza sbavature di peccato?

No, la risposta del testo è che Dio si duole profondamente della malvagità umana, della incongruenza della sua Creazione, ma non la distruggerà più, anche se in un primo tempo vi pensa, anzi decide di salvarla. Infatti è un Dio personale e non è imperturbabile, che vuole una vita autentica delle sue creature e non solo un riflesso della sua volontà. Ecco verso la fine cosa è scritto:

Genesi 8:21-22 Il SIGNORE disse in cuor suo: «Io non maledirò più la terra a motivo dell’uomo, poiché il cuore dell’uomo concepisce disegni malvagi fin dall’adolescenza; non colpirò più ogni essere vivente come ho fatto. Finché la terra durerà, semina e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte, non cesseranno mai».

Le sciagure, le distruzioni sono sempre avvenute. Molte religioni e interpretazioni, antiche e moderne, hanno pensato che la distruzione la mandi la divinità per punire o per distruggere.

La riflessione dell’antico Israele dopo l’esilio, che si condensa anche in queste pagine, ci offre innanzitutto (inquadrata certo con tutto il testo biblico anche cristiano) l’idea che se una distruzione è stata voluta da Dio, come narravano molti racconti antichi tramandati nel Vicino oriente, essa apparteneva ad un tempo remoto, ad un dubbio iniziale di Dio se vogliamo, oramai superato, e che oggi invece la cura provvidente e paterna di Dio continui nel non far venire meno la terra e i suoi abitanti.

Per quelli che hanno vissuto almeno parte della guerra fredda, ad esempio, con i missili atomici che potevano distruggere tutta la vita del pianeta non una, ma varie volte, questo senso di possibile distruzione totale è stato presente nella coscienza. Se siamo ancora vivi nonostante la follia umana ciò è dovuto al Signore ed è un segno della grazia del Signore verso l’umanità in generale.

Non solo dunque l’umanità è libera e incorreggibile (concepisce disegni malvagi), ma anche alla cosiddetta natura è lasciata dal Dio una così grande libertà da andare contro il suo stesso Creatore.

Quindi l’umanità (visto che della natura non possiamo dire poi molto) è così libera da poter essere non solo avversa, ma anche negatrice del suo stesso Creatore.

Questo testo spiega dunque attraverso un racconto, il fatto che il Creatore accetti l’esistenza dell’incongruenza fra umanità e Signore, ma ci dice anche che la libertà umana è una reale libertà. C’è libertà proprio perché ci può essere anche peccato, distanza da Dio.

La salvezza

Ma la storia non finisce qui. Tutta la Scrittura converge (per noi cristiani) e si completa nel Cristo, l’umanità nonostante tutto non è abbandonata a sé stessa dal Signore, ma Dio sceglie un’altra strada non la sua distruzione ma il suo riscatto. E vediamo allora che l’annuncio di salvezza in Gesù Cristo, ha nella conclusione dell’episodio del diluvio una premessa indispensabile.

Proprio perché la salvezza è basata sulla croce di Cristo, in cui Dio assume su di sé il peccato per superarlo, e proprio perché la fede in Gesù Cristo non è imposta all’essere umano ma proposta alla sua libertà, nonostante la sua imperscrutabile predestinazione, può esserci salvezza senza annullamento dello specifico della nostra umanità da parte del Signore.

L’azione dei cristiani

L’azione dei cristiani nel mondo assume, allora, una rilevanza grandissima. Essi possono e devono annunciare che c’è un Creatore, che si coinvolge con il mondo e che lo ama, e che per questo amore anche lo preserva e lo salva, nonostante tutto.

I credenti sono chiamati a vivere facendo la differenza rispetto al mondo che nega Dio. Certo l’umanità è folle e errante, ma si può intervenire nella libertà del cristiano in questo mondo in modo giusto e innovativo.

Noè diviene allora esempio di fede, non solo perché senza parlare, si mette praticamente (nel senso letterale) al servizio di Dio e delle sue istruzioni, ma anche perché nel mondo si è chiamati a fare la propria parte come Noè, anzi i cristiani sono come tanti Noè che salvano, o almeno tentano di salvare, con la loro azione l’umanità.

Non solo questa azione di salvataggio è fisica, nel senso di salvare qualche individuo (mentre la salvezza per grazia è solo Signore), ma anche individualmente, socialmente, comunitariamente c’è da preservare la reale umanità, che le persone di questo mondo dimenticano, e che è quell’umanità per cui siamo creati e salvati.

In ogni tempo c’è bisogno infatti di persone credenti, nel senso che abbiamo fiducia in Dio e non nelle ideologie del loro tempo, che salvino l’umanità, che mantengono umanità. Oggi, come in ogni tempo, vediamo alienazione e violenza senza ritegno, assassini che ridono delle loro vittime, dittatori che raggiungono vette blasfeme di terrore, persone che dimenticano la dignità di esseri umani per gli altri e talvolta anche per loro stessi… Sì c’è da salvare l’umanità che è in noi e che è in tutte le persone del nostro tempo.

Attraverso un richiamo al Signore che è creatore che ci ha creati meravigliosamente, attraverso un richiamo al Signore, che è salvatore, che ci ha amati per ciò che realmente siamo. Un vivere dunque in dignità e amore, che ogni essere umano in fondo desidera, proprio perché così siamo stati progettati e creati dal nostro Signore. Amen

Lo scaricabarile

Botti di Chianti

Nella lingua italiana abbiamo questo termine tipico per indicare l’azione di chi non si assume la propria responsabilità personale, ma chiama in causa altri, scaricando sulle spalle degli altri la responsabilità dei propri errori. Nel mirabile racconto del Giardino, un racconto parabolico, non realistico, ma che vuole riflettere sulla responsabilità umana nel fare il male, c’è questa finezza, diciamo così, di mostrare come lo scaricabarile sia, comunque lo si chiami, una predisposizione dell’errare umano.

L’uomo rispose: «La donna che tu mi hai messa accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell’albero, e io ne ho mangiato». Dio il SIGNORE disse alla donna: «Perché hai fatto questo?» La donna rispose: «Il serpente mi ha ingannata e io ne ho mangiato». (Genesi 3:12-13)

L’uomo accusa la donna, e neanche troppo velatamente Dio stesso, per avergliela messa vicino, poi la donna scarica sul serpente. Alla fine dello scaricabarile arriva dunque il serpente, che poi sarà identificato con il diavolo (ma non c’è traccia di questo nel testo), che non si può discolpare. In effetti però  molti hanno avuto, nel passato almeno, la tentazione di ricorrere al diavolo come colpevole. Ma a ben guardare infine allora il colpevole sarebbe Dio stesso…

Ecco il motivo per il quale ci dovrebbe essere periodicamente un momento di nostra provata confessione al Signore. Non perché siamo peggiori o migliori di altri, ma perché serve sempre ricordarsi che le responsabilità sono personali.

La giusta relazione

Galassia M33

Abramo dopo aver ubbidito alla chiamata del Signore, per andare in una terra sconosciuta e essere padre di molti, non ha ancora avuto un figlio. Sono passati gli anni ed è sempre più perplesso e esprime tutto il suo disappunto.

Dopo questi fatti, la parola del SIGNORE fu rivolta in visione ad Abramo, dicendo: «Non temere, Abramo, io sono il tuo scudo, e la tua ricompensa sarà grandissima».
Abramo disse: «Dio, SIGNORE, che mi darai? Poiché io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco».
E Abramo soggiunse: «Tu non mi hai dato discendenza; ecco, uno schiavo nato in casa mia sarà mio erede».
Allora la parola del SIGNORE gli fu rivolta, dicendo: «Questi non sarà tuo erede; ma colui che nascerà da te sarà tuo erede».
Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda il cielo e conta le stelle se le puoi contare». E soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza».
Egli credette al SIGNORE, che gli contò questo come giustizia. (Genesi 15,1-6)

La perplessità di Abramo

Abramo è sempre considerato un esempio di fede, ed a ragione.
Abramo infatti non è pio nel senso che si dà di solito a questa parola, non ha una fede automatica e come dire rassegnata, ma chiede a Dio conto della sua situazione e con il Signore discute. In questo passo ad esempio di fronte all’affermazione di Dio iniziale, che sembra ad Abramo probabilmente un rilancio senza che si sia visto l’inizio, Abramo esprime tutto il suo disappunto.
In questo suo discutere, come anche in altri brani, Abramo mostra che il credente è in dialogo con il suo Dio, anche –come in questo caso– esponendogli le sue perplessità.

La fede non è un problema degli atei, ma di quanti hanno udito la chiamata, dei credenti, di quanti hanno udito la promessa.

Già la promessa di Abramo, non è la nostra promessa. Le promesse di Dio verso di noi possono essere molteplici, solo una ci accomuna con tutti: quella di vivere dopo la morte, l’annuncio di resurrezione.

Della questione della ricompensa è piuttosto rischioso parlarne. Rischioso perché alle volte i credenti pensano gli spetti una ricompensa su questa terra per il fatto di essere credenti. Invece spesso i credenti sono perseguitati, proprio a motivo della loro fede, e non è detto che stiano meglio. Ai credenti non è risparmiato il mondo…
Non si può negare però che spesso si hanno dei doni, una ricompensa in cui la fede, la fiducia di vivere affidandosi al Signore, porta qualcosa di positivo e buono nella vita dei credenti. Si loderà allora Iddio per la sua provvidenza, stando attenti però che questa non è dovuta, ma è un dono, come sono doni del Signore le benignità che Egli largisce in quantità verso tutti i viventi.

La risposta del Signore

Dinnanzi alle perplessità di Abramo, il Signore gli dà questa visione delle stelle… Cosa significa questo? Sottolinea il fatto che Egli è il Creatore? È un segno della sua potenza? Ribadisce che il futuro è di Dio? Oppure cerca di far elevare Abramo oltre il contingente, oltre l’ansia quotidiana?
Le interpretazioni possono essere varie, ma ciò che è certo è che dopo questo aver guardato il cielo stellato fuori della sua tenda, Abramo crede nelle parole del Signore.
Come ci parla il Signore? Attraverso la Scrittura? Attraverso una esperienza, un incontro? Con la natura? Attraverso una visione come per Abramo? Con un ragionamento, un sentimento? Non è possibile saperlo precisamente.

Quello che sappiamo è che attraverso tante cose varie e spesso banali, che magari per molti non significano nulla, c’è alle volte il dono della fede. Il Signore ci dà fede in modi impossibili spesso da tracciare, da capire, da riferire. Per questo non possiamo dimostrare la fede, ma solo testimoniarla, solo viverla, solo dire: “ho questa fede”.
E d’altra parte questa fede che ci viene inspiegabilmente donata, non è distrutta dagli eventi, ma permane –magari dubbiosa, piccola, incerta alle volte– ma permane nel nostro cuore, dove l’ha messa il Signore stesso.

Giustizia?

Infine, questo aver fiducia nel Signore è messo ad Abramo in conto di giustizia. Giustizia in che senso?
Siamo abituati a pensare alla giustizia di solito come qualcosa di assoluto. Una idea generale, un codice da applicare a tutte le situazioni e in tutte le epoche. Molto più concretamente la giustizia nella Scrittura è qualcosa di contingente, che concerne le relazioni fra individui. Non è quindi un’idea astratta, ma su come due o più persone entrano in relazione.

Qui i due interlocutori sono Abramo e il Signore. Abramo dunque si pone nella giusta relazione con Dio. La sua giustizia è confidare nel Signore, riconoscergli il ruolo del Signore, riconoscerlo come Dio al di sopra dei limiti umani, oltre che di possibili altre potenze.

In effetti gli esseri umani possono fare molto, come singoli e come società, però queste possibilità, specie al giorno d’oggi con il mito del progresso, hanno portato a pensare che in qualche maniera si possa fare prima o poi ogni cosa. E a dire da parte di molti che ciò che non si può fare non esiste, non è possibile, nemmeno a Dio.
La fede di Abramo è invece nel riconoscere il proprio limite, anche di comprensione, e di affidarsi alla parola di Dio, che fa stato senza questioni ulteriori.
Per questo, anche se avanti negli anni, anche se con alle spalle lunghi anni in cui la promessa sembrava dispersa, anche se in un territorio ancora sconosciuto e in fondo ostile, Abramo si apre al futuro e risponde con la sua fede ad una grazia che già gli è stata assegnata.

La grazia ci apre al futuro di Dio anche se l’oggi ha odor di morte. Questo vale per la nostra vita individuale, vale in un tempo così incerto e tenebroso per tutto il nostro mondo. Ed ecco che ci arriva questo annuncio del Signore, tutto da condividere, di vivere con fiducia al servizio del Signore in ogni cosa che facciamo.
Nelle sere dubbiose, guardiamo allora il cielo e pensiamo al nostro Creatore misericordioso. Amen