Hairspray

Locandina Hairspray

Un film che è come una favola, una favola di come sarebbero dovute andare le cose, negli Stati Uniti degli anni sessanta. Nessuna discriminazione, ma il sogno americano per tutti, bianchi e neri, magri e grassi, vecchi e giovani.

Ho visto in Italia presentare il film con lo slogan: “Grasso è bello”, come se questo fosse l’assunto del film, invece Hairspray è un’altra cosa. Infatti non è una parodia dei grassi che li prende in giro sotto sotto con superiorità, ma l’affermazione che non è l’aspetto che conta, ma la personalità di ognuno.

Ecco allora che agganciare la liberazione dei neri all’accettazione dei grassi (come anche cantare l’amore di due non più giovani, in mezzo a quelli di tanti adolescenti), non è solo una trovata, ma diviene un messaggio di ribellione alla discriminazione, allo sprezzante giudizio degli altri che ti fa sentire in colpa, che ti mette in soggezione, che ti fa essere non a posto con il tuo corpo, con il colore della tua pelle, con tutto te stesso, che ti fa penetrare nella mente come una auto-vergogna.

È in fondo un film sulla dignità di ogni essere umano e sul riappropriarsi della propria dignità. Il fatto che il film sia pieno di tante canzoni e “lustrini” anni sessanta, dunque, non tragga in inganno. Vanno seguiti i dialoghi e i testi delle canzoni, che non sono mai a caso.

Fin dall’inizio, dal giornale che dà notizia del comportamento discriminatorio verso i neri del sindaco della città di Baltimora, si comprende che dietro la ragazza che canta in puro stile musical vaporoso, come la lacca che dà il titolo al film, si sta parlando di altro. E ci si riferisce agli anni sessanta non per nostalgia, ma perché quegli anni sono gli anni della lotta contro la discriminazione, si veda ad esempio la marcia dei manifestanti come ricrea quel clima insieme al vero è proprio gospel che l’accompagna.

Ma c’è anche di più. Quando il padre dice alla ragazza di tentare di realizzare il suo sogno, perché “questa è l’America”, c’è la grande speranza di quegli anni, la grande speranza di un sogno americano per ognuno. Qualcosa che ci fa pensare a quante cose sono cambiate, ad esempio riguardo alla discriminazione verso i neri, ma anche a quante occasioni si sono perdute e quanti errori sono stati fatti. E che ci fa pensare all’oggi su quante cose restano da fare per le generazioni successive, certo più smaliziate e più calcolatrici, ma anche spesso meno cariche di voglia di cambiare e di sogni, così belli, grandi e forti, come neri e bianchi insieme mano nella mano.

E il lieto fine, così improbabile (e chissà se mai rivedremo la ragazza protagonista in posizione di spicco in qualche altra grande produzione), non è velato di malinconia, ma vuol dare fiducia col messaggio che non si possono fermare i tempi che corrono verso una maggiore giustizia. È un ottimismo forse spicciolo, ma comunque sia è la direzione in cui vogliamo camminare.

Chiese di Casaccia

Casaccia (in Bregaglia, Svizzera) è sempre stata nel passato un posto di tappa per chi attraversava il passo del Settimo e del Maloggia. Già prima del 998 esisteva nel villaggio una chiesa con relativo ospizio per i viaggiatori, struttura collegata a una serie di conventi che offrivano asilo per chi andava da Nord a Sud e viceversa. Nel 1359 venne costruita una nuova chiesa più grande e venne rinnovato anche l’ospizio destinato all’accoglienza dei viaggiatori, i cui resti sono da individuarsi nell’attuale edificio detto “il convento”.

Nel 1518 fu costruita una nuova chiesa fuori del paese, scelta dettata da pericoli di frane, che in effetti si avranno nel 1523, 1573 e 1673, causando una parziale copertura del paese, come si può constatare anche oggi. La nuova chiesa fu consacrata, fra gli altri, a S. Gaudenzio, santo molto venerato allora, anche se non si conosceva quasi nulla della sua vita, se non che fu martire in Bregaglia, mentre il vescovo di Novara Gaudenzio è un’altra persona, infatti non esistono tradizioni a Novara riguardo la Bregaglia.

Ai tempi della Riforma un episodio fece scalpore. Il 6 maggio 1551, il riformatore Vergerio predicò con veemenza a Casaccia indicando di fare affidamento solo su Gesù Cristo e non sulle reliquie. Nella notte alcuni giovani, e non il Vergerio stesso come fu messo in giro dalla propaganda avversaria, penetrarono nella chiesa, vi asportarono le presunte ossa del santo e rovinarono alcune statue.

Pochi anni dopo, Casaccia aderirà alla Riforma e quindi la chiesa di S. Gaudenzio passerà alla comunità riformata, che la continuerà ad usare per quasi due secoli. Nonostante questo qualche mal informato racconta che fu Vergerio a distruggere la chiesa.

Nel 1742 venne inaugurata una nuova chiesa al centro del paese, probabilmente sulle rovine della chiesa del 1359, e la chiesa fuori paese divenne pian piano il rudere che conosciamo oggi.

(Si veda per approfondire la Storia della chiesa di Casaccia di F. v. Jecklin: in pdf ,
in epub ,
in mobi ).

Dio salvi l’Africa

In Senegal 1 kg di riso costava a marzo del 2007 l’equivalente di 22 centesimi di euro, oggi, a distanza di 14 mesi, circa 1 euro. Se ci pensate, basta questo dato a farci immaginare la situazione drammatica che stanno attraversando molti paesi dell’Africa e non solo. L’accresciuta importazione di Cina e India, una superficie pari alla Svizzera coltivata non più per scopo alimentare, ma per produrre etanolo, cause strutturali e politiche, stanno facendo lievitare i prezzi del pane quotidiano.

Varie informazioni potete trovarle partendo da SwissInfo. Ma altre informazioni su cosa stiamo cercando di fare come cristiani e organizzazioni umanitarie le trovate qui nel sito apposito di Pane per Tutti e Sacrificio Quaresimale.

Non è una questione semplice, ma questo non può diventare una scusa per non far niente. Si inizia informandosi, cercando di capire, pregando, discutendo e poi le idee per intervenire vengono. Ed insieme si possono fare molte cose.

Chiesa plurale

Al tempo della Riforma ci fu una divisione fra le chiese riformate e le chiese anabattiste. Questa divisione portò anche a conseguenze tragiche, nel quadro di intolleranza del periodo.

Ancora oggi però sono validi i motivi teologici di quella divisione, che percorre le chiese evangeliche, alle volte trasversalmente. Spesso si dice ci siano posizioni liberali o conservatrici, ma non è questo il punto. Il punto è se si pensa che la chiesa debba essere plurale o uniforme.

Chiese evangeliche: chiese di persone dello stesso tipo o chiese di persone di tanti tipi differenti? Chiese dei soli “i più ferventi” o chiese aperte a tutti coloro che si sentono cristiani secondo l’evangelo? Chiese di nicchia o chiese di popolo?

Le chiese evangeliche riformate sono sempre state chiese che si concepivano come chiese di popolo. Non nel senso di una appartenenza scontata alla chiesa per nascita, ma nel senso di raccogliere le persone più disparate, non solo per condizione sociale o carattere, ma anche per comprensione biblica e per vita cristiana.

Certamente c’erano e ci sono dei limiti. La comprensione di base dell’annuncio di Gesù Cristo deve esserci, come anche il riconoscersi fratelli e sorelle in lui, ma c’è la volontà di essere insieme come peccatori riconciliati da Dio e non come dei “perfetti” che possono disprezzare gli altri. Anzi, come afferma la Seconda Confessione Elvetica: «bisogna sperare bene di ognuno», quando si parla di salvezza.

Il contrasto spesso drammatico con gli anabattisti, che vide alcuni riformatori fra gli uccisori, era in fondo legato a questa visione differente della chiesa. Il ri-battesimo era negare valore al battesimo dei bambini, per dare valore solo a quello di alcuni “particolarmente” credenti. Era in fondo la volontà di dare il via ad una chiesa particolare e non generale, rinunciando alla visione di chiesa come popolo di Dio per aderire a quella del residuo “santo” di quel popolo.

Il problema, allora come oggi, è dover decidere chi fosse “particolarmente” credente. Occorre pur sempre un qualche criterio che in base a qualche evidenza esterna all’individuo possa dire con certezza chi è “veramente” credente. Si vede subito, però, non solo che si pretende di giudicare l’animo di una persona, ma anche che si rischia di buttar via l’annuncio della salvezza per grazia, per ricadere nel perseguire opere per la salvezza. Inoltre giudicando non degni gli altri, non si combatte affinché tutta la chiesa-popolo confessi di cuore come unico Signore e Salvatore Gesù Cristo, magari esercitando una riprensione fraterna a vicenda, gli uni verso gli altri, nel corso del tempo, come si deve nella complessità della vita umana.

Questo atteggiamento è anche quello che ha fatto partire l’ecumenismo fra evangelici e quindi con gli altri cristiani. Adesso, però, da più parti si dice che questo modello di chiesa evangelica riformata è in crisi. In crisi non solo rispetto alla secolarizzazione, ma soprattutto rispetto alle chiese libere (come si dicono in Svizzera le chiese non cantonali, che di solito hanno una visione non plurale).

Mi sembra che questa presunta crisi non sia una questione di rapporto con la Scrittura, alcuni infatti accusano le chiese riformate di essere troppo “liberali”, mentre all’interno delle chiese cantonali ci sono vari orientamenti, anche letteralisti o comunque “classici”, ma mi sembra che il problema vada visto proprio in rapporto alla visione non anabattista: sembra più semplice al giorno d’oggi fare gruppi omogenei di persone, piuttosto che far convivere insieme, ed in fraternità, persone con convinzioni diverse. Si fanno chiese evento per i giovani, piccoli gruppi di preghiera omogenei, si delinea il ritratto del perfetto membro di una certa chiesa anche attraverso dettagliatissime confessioni di fede, così come si fa la discoteca per i giovanissimi e quella per i giovani, e ci si ritrova fra persone con lo stesso hobby, dello stesso gruppo sociale, e ci si riconosce in base ai propri distintivi, tipo di pantaloni, modo di parlare, musica da ascoltare…

Ecco la sfida delle chiese cantonali mi sembra essere quella di ribadire la loro visione “plurale” e accogliente di varie istanze cristiane evangeliche, rispetto alla cultura dell’uniformità. È un messaggio quello delle chiese evangeliche riformate non moderno, ma di grande speranza: si può essere insieme pur con le proprie differenze, per vivere e rendere gloria al Signore fraternamente come un popolo in cammino verso di lui. Non indifferenti verso gli altri, imparando dagli altri, essendo solidali con gli altri, anche se non ci identifichiamo al 100% con gli altri. E dunque avvalendosi del diritto-dovere di vivere con tutti secondo quell’amore che Gesù ci ha insegnato.

I Magi

Ci sono tante cose che si raccontano sui magi. Si racconta che fossero re, si dice che erano tre. Quasi tutti ne conoscono i nomi e si racconta da dove venivano e quale fosse il colore della loro pelle. Ma di tutto questo non c’è traccia nella storia biblica. Sono tutte cose aggiunte a posteriori. L’unico testo biblico che ne parla infatti, nel vangelo di Matteo, dice così:

Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all’epoca del re Erode. Dei magi d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo». Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informò da loro dove il Cristo doveva nascere. Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele”». Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s’informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch’io vada ad adorarlo». Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov’era il bambino, vi si fermò sopra. Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. Poi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per un’altra via. (Matteo 2:1-12)

Poco male se si recitano e raccontano storie inventate, romanzate, a patto però che si sappia esattamente che non sono parte del messaggio biblico. Alcune cose, infatti, possono velare la conoscenza del messaggio biblico, l’unico messaggio con il quale siamo certi di conoscere veramente Gesù Cristo, e dunque la Salvezza. Altri racconti poi possono dare l’impressione che si stia raccontando una favola, e non qualcosa di reale.

Certo conoscere la Scrittura non basta, come non bastava ad Erode e ai suoi scribi, se lo Spirito santo non ci illumina e non ce la fa comprendere, ma certo se non ci rivolgiamo alla Scrittura e invece attendiamo alle immagini della tradizione, possiamo esser portati fuori strada.

Cosa ci dice allora il testo dei magi? Prima di tutto ci parla di un messaggio universale. Un messaggio che riguarda tutti, indipendentemente dal proprio grado sociale o dalla propria istruzione. Ed è un messaggio che riguarda anche i sapienti. Anche gli scienziati dell’antichità, come erano i magi, ed anche quelli della scienza moderna.

Troppo spesso sembra che l’essere scienziati o aver studiato sia una maniera per allontanarsi da Dio. Invece non dovrebbe essere così. La verità che è Gesù Cristo, è una verità che non va offuscata con tante verità contingenti, umane o scientifiche, anzi è a partire da Gesù Cristo, dal messaggio della buona novella, che possiamo giudicare ogni altra cosa. La superbia umana dice “non ho tempo per antiche storie” e getta via in questo modo la possibilità di comprendere il senso della propria vita e del mondo.

Inoltre questo messaggio non è solo per ogni persona, ma anche per tutti i popoli. Il messaggio cristiano è per tutte le nazioni. Si parla in questi tempi di pluralismo religioso nella società e nel mondo ed anche di scontro di civiltà. Noi certo dobbiamo aver rispetto e saper ascoltare anche gli altri, ma non possiamo venir meno all’annuncio del Cristo, all’evangelizzazione.

Due sono le strade che abbiamo di fronte e sono nettamente distinte. Da una parte c’è il considerare relativo solo a noi stessi il cristianesimo, dall’altra considerare universale questo messaggio. Un messaggio per tutti pur nelle differenti culture umane (ad esempio, non importa la maniera di fare il culto secondo le caratteristiche delle varie popolazioni, è importante sia predicato Gesù Cristo).

Nel primo caso, considerando solo per noi il messaggio cristiano, stiamo relativizzando l’evangelo stesso, come dire non è poi così importante, altre sono le priorità; nel secondo caso, invece, riconosciamo l’assolutezza della buona novella e dunque ci stiamo inchinando alla maestà di Gesù Cristo.

Non è, infatti, una questione nostra, oppure dell’occidente, non solo infatti molti sono i cristiani non occidentali, ma è una questione di riconoscimento della regalità del Cristo. La Signoria di Gesù Cristo.

È chiaro che nel consegnare i doni, nell’adorare Gesù c’è il riconoscimento da parte dei magi della regalità di Gesù, del fatto che è un re atteso, il Signore che deve giungere. Questa dichiarazione è in linea con quello annunciato dagli antichi profeti di Israele, ma è anche una signoria verso tutte le genti, riconosciuta anche da questi misteriosi personaggi.

Tutta la vita pubblica di Gesù sarà una affermazione della sua regalità, della sua signoria, ma anche un’incomprensione degli altri di quello che veramente significasse. Erode, ad esempio, ne è preoccupato. È il primo che scambia la regalità del Cristo come una regalità terrena, che quindi gli può portare dei problemi al suo regno. Si preoccupa che qualcuno gli “soffi via” il suo Regno, ma in questo sbaglia.

Nello stesso tempo, però che Erode si preoccupi del Cristo e che i magi lo adorino come re, è giusto. Il fatto che Gesù Cristo è re, ha una conseguenza per tutti i poteri e i re e governanti del mondo. Infatti: se lo stesso Signore dei cieli e della terra non è un despota, non è un dittatore, ma è nato umile ed è venuto per la nostra vita e la nostra salvezza, come si permette un umano di elevarsi su di un trono disprezzante il povero e l’afflitto?

La carica eversiva di questa adorazione all’unico re e Signore, è stata declinata lungo la storia umana, con errori certo, ma anche in modo liberante. Non è un caso che i cristiani evangelici si siano sostanzialmente battuti per la democrazia.

Questo messaggio di regalità del nostro Signore, pietoso e clemente e grande più di tutti, più della vita e della morte, giunge a noi dunque come un annuncio di gioia e di riscatto, nella vita privata e familiare, come nel sociale e nella politica. Abbiamo una guida, una vera luce in tutta la nostra vita, come singoli e come popoli.

Il Liberatore

I dieci comandamenti non sono in un libro staccato da altri, in un codice a parte, ma la legge è riportata all’interno della Storia. Viene da Dio, ma in mezzo alla storia umana. L’inizio del brano dei 10 comandamenti è infatti più che significativo:

Allora Dio pronunziò tutte queste parole: «Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. (Esodo 20:1)

La narrazione ci fa vedere come il Signore salva il popolo di Israele dalla schiavitù e dalla fame; Signore che decide anche di dargli una legge. La legge allora è qualcosa che fa parte dell’azione benigna di Dio.

Il Signore non lascia solo il suo popolo a vedersela con i problemi sociali e comunitari, ma dà delle regole che hanno il valore di preservare il singolo ed il popolo dalla auto-distruzione. Infatti è il Creatore, che ben ci conosce, che anche dà la Legge. La legge è parte della vita, della nostra vita e di quella di ogni essere umano. Senza legge, senza una guida fra bene e male, non c’è neanche società umana.

La legge all’interno della storia ci mostra anche come questa legge non è assoluta, ma è inserita nelle condizioni del tempo, e quindi quando leggiamo -ad esempio- il non concupire / non desiderare la donna, sappiamo che si era in una società patriarcale.

Oggi quindi non abbandoniamo la legge del Signore, ma la integriamo con le prescrizioni sui delitti e le situazioni che ci sono oggi. E ci deve guidare, in questa espansione e interpretazione del comandamento, il comandamento dell’amore di Gesù. Quello è la nostra linea guida per comprendere i comportamenti nel nostro tempo e ciò che il Signore si attende di fronte a problemi nuovi come l’inquinamento o il terrorismo. Certo c’è una differenza fra comandamenti del Signore e leggi umane. Ma noi cristiani dobbiamo seguire la legge umana, quando è riflesso della legge di Dio. Si può dire che un cristiano non può mai trasgredire una legge, tranne quei casi in cui la deve trasgredire perché non si accorda con la sua coscienza di cristiano.

Per un credente il seguire le leggi è anche motivo di testimonianza. Proprio perché crediamo nel Creatore e in Gesù Cristo seguiamo la legge.

Questo non significa che di fronte a Dio siamo perfetti, seguendo la sua Legge, ognuno di noi è infatti peccatore, trasgressore dello spirito della Legge, ed ha bisogno della grazia di Dio in Gesù Cristo. Però, anche se non saremo mai perfetti, è possibile un mondo umano, una società, perché è possibile seguire le leggi e costruire con l’aiuto del suo Spirito un mondo più in pace e più giusto. Anche se il Regno di Dio è altro da questo mondo, eppure, con speranza, possiamo tentare di perseguire la giustizia, possiamo camminare in quella direzione.

Seguire il bene è bellissimo e se ne godono frutti duraturi, e si ha con la legalità la soddisfazione di costruire qualcosa. Ed anche avvincente lottare per la giustizia e non intristirsi con l’egoismo e l’indifferenza. E dunque non abbattiamoci, ma osiamo il bene. La rassegnazione al male e all’illegalità è quella che mina il nostro tempo. Dio invece ci ha dato i comandamenti e questi sono una ricchezza per ognuno.

Sperare nella difficoltà

Può venire qualcosa di incoraggiante da un libretto che si chiama “Lamentazioni”? Se è nella Bibbia, come lo è, ci dà un grande incoraggiamento.

Il testo del piccolo libro delle Lamentazioni, nell’Antico Testamento, scritto nel primo tempo dell’esilio, è tutto centrato sulla sconfitta, sulla deportazione, sul quel momento tragico che viveva il popolo di Israele. È un testo quindi fortemente legato al quel periodo, ma che ci parla però in ogni momento in cui siamo nell’afflizione o nella tristezza. Ad un certo punto, ad esempio, dice:

È una grazia del Signore che non siamo stati completamente distrutti; le sue compassioni infatti non sono esaurite; si rinnovano ogni mattina. Grande è la tua fedeltà! (Lamentazioni 3:22-23)

Non siamo stati completamente distrutti è dunque una grazia del Signore. Spesso la gente vede le cose che non vanno come causate dal Signore e quelle che vanno bene come qualcosa di scontato. Per il profeta, invece, i guai Israele se li è cercati, mentre è una grazia se non tutto è stato distrutto ed è perduto. Fa pensare che al giorno d’oggi, pur con le follie e le violenze che agitano il nostro mondo, sia ancora possibile vivere in una relativa pace e speranza di vita.

Le compassioni non si sono esaurite e grande è la tua fedeltà, dicono anche questi due versetti. Possiamo pensare alle volte che la grazia del Signore si sia esaurita, che abbiamo avuto -come dire- la nostra parte, ma ora… Invece la compassione del Signore non si esaurisce, perché Egli è fedele alle sue grandi promesse. Quando anche morissimo ciò che ci attende non è una scura landa e nemmeno un difficile passaggio, ma il Regno di Dio, meraviglioso e brillante, e l’accoglienza di Dio, che abbiamo in Gesù Cristo. La speranza cristiana non è però solo qualcosa di lontano, alla fine dei tempi, comunque sia la nostra vita, prostrata o perplessa, malata o dolorosa, il Signore si prende cura di noi, la sua presenza e intervento non si esauriscono, anzi -dice il testo- le sue compassioni si rinnovano ogni mattina. Ogni mattino che ci svegliamo dice il detto: “ha l’oro in bocca”, ma non per caso, ma per l’intervento del nostro Signore.

Questa è una buona notizia che vale per noi, per i popoli, per il mondo. Questa buona notizia è basata sulla salvezza che Gesù Cristo ci dona, sulla provvidenza del nostro Creatore e sulla forza ineffabile, ma presente ed attiva, dello Spirito santo. Per questo guardiamo al giorno che viene con speranza, senza lasciarci andare. Perché non è grazie alle nostre sole forze che viviamo, ma grazie alle compassioni del Signore che si rinnovano di giorno in giorno.

Una base solida

Lo scritto, che tradizionalmente è detto “lettera agli Ebrei”, di cui non conosciamo né l’autore, né la chiesa a cui era indirizzato, sembra parlare ad una chiesa disorientata da «diversi e strani insegnamenti», cose che sente dire in giro e che vive nel quotidiano. Di fronte a questa situazione l’autore le rivolge un forte e grande annuncio su Gesù Cristo, e verso la fine scrive:

Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno. Non vi lasciate trasportare qua e là da diversi e strani insegnamenti; perché è bene che il cuore sia reso saldo dalla grazia (Ebrei 13:8-9b)

Anche noi viviamo in un’epoca in cui ci vengono proposti tanti insegnamenti e tante suggestioni differenti. Alcune sono palesemente contrarie al cristianesimo, ad esempio alcuni di altre religioni parlano di reincarnazione e confondono le idee sulla resurrezione, altre visioni sono meno dirette contro l’evangelo, ad esempio in questo inizio di anno nuovo sentiamo tanti oroscopi, ma l’astrologia, idea non cristiana, fa riporre la propria fiducia in elementi del mondo, distraendola dal nostro Signore. Ma ci sono anche attacchi alla religione cristiana, in base ad una visione di scienza non rettamente intesa.

Ed in questa confusione ci si mettono alle volte anche i pastori. Si propongono nuove teorie, o nell’inseguire la popolarità o i giovani, nuove liturgie e simboli sconosciuti. Oppure nuovi modi di fare, a volte spregiudicati, che lasciano però la comunità interdetta, confusa ed infine a chiedersi: qual è il senso della nostra esistenza come singoli cristiani e come chiesa?

«Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno.»

Dice l’autore del nostro testo. Già: il Cristo predicato dai primi cristiani, colui che si è presentato a noi sulla terra è proprio lo stesso oggi e domani. Non conta un anno che passa, e non contano neanche tanti secoli. Egli, il risuscitato, è il nostro Signore e Salvatore sempre. È dunque da Gesù Cristo che dobbiamo ripartire ogni volta.

Il mondo sembra alle volte andare avanti, fa parte della sua pubblicità: il mito del progresso, ed invece va solo qua e là, erra, va in avanti e torna indietro, certo sempre diverso, ma spesso sempre uguale a sé stesso nell’intima sua natura di ingiustizia e di prevaricazione. È da Gesù Cristo, fattosi uomo, crocifisso e risorto, che dobbiamo ripartire per scoprire il senso della nostra vita come singoli e come chiesa in questo nostro tempo.

E di questo Cristo, cosa dobbiamo comprendere più di tutto? La grazia, risponde il nostro autore.

Si è nutriti/si vive per grazia, non per le regole alimentari dei farisei, non per i modi conformistici o meno di comportarsi. La “benzina” della chiesa non sono diversi e strani insegnamenti, non sono nuove luci e nuovi colori, e non sono regolamenti o grandi spiegazioni razionali, ma è la grazia.

Ma è un messaggio moderno? No, il messaggio della salvezza per grazia è sempre stato non moderno. Perché è nella natura umana pagare per ogni cosa, è della natura umana il suo egoismo da non riuscire a comprendere come sia possibile che il nostro Signore sia morto per la nostra salvezza senza che noi lo pagassimo in alcun modo, veramente gratis. Ed insieme è nella nostra natura umana l’orgoglio per non ammettere che non meritavamo salvezza in alcun modo, che non abbiamo fatto nulla eppure il Signore ce l’ha concessa.

Però è questo messaggio della grazia che è veramente nuovo, e che veramente rinnova la nostra mente e la nostra vita, quando lo Spirito santo ce lo fa conoscere e ci dà intelligenza per capirlo. È questo messaggio che ci trasporta dalla paura e dalla schiavitù alla fiducia ed alla preziosa libertà dei figli di Dio.

Allora «è bene che il cuore sia reso saldo dalla grazia». Quando siamo disorientati da ciò che ci succede o succede ai nostri cari, quando siamo perplessi di fronte ai tanti slogan del mondo e non siamo più sicuri di cosa dobbiamo fare e dire e pensare, ritorniamo a Gesù Cristo e alla sua opera di grazia. Sentiamo come la sua grazia ci rinsalda e si prende cura del nostro cuore e pretendiamo questo Cristo dalla chiesa e annunciamo questo Cristo al mondo. È lui che dà vita e dà futuro e mentre le mode e le epoche passano come fossero fumo al vento, Gesù Cristo resta in eterno il nostro Signore e Salvatore.

Dibattito scarso su Le Scienze

“Le Scienze” autorevole rivista italiana di divulgazione scientifica e versione italiana di “Scientific American”, ha pubblicato nel numero di settembre 2007 un articolo dal titolo “Scienza e fede”. Devo dire che mi ha deluso. Intanto la redazione nella sua presentazione del dibattito fra i due autori: L. M. Krauss e R. Dawkins, fa capire che l’obiettivo del dibattito è “rispondere alle minacce alla ricerca scientifica” e che l’argomento è lo “scontro fra scienza e religione”, poi sembra che i due autori abbiano in mente solo creazionisti e terroristi islamici. Mi domando allora come possano dire qualcosa di valido se non definiscono di che religione parlano, ed in più mi sembra che il titolo: Scienza e fede, sia sbagliato.

La questione “Scienza e Fede” è infatti un tema profondo, se si vuole filosofico oltre che teologico, che non contrappone due partiti, della razionalità e dell’irrazionalità, come sembrano convenire i due autori, ma che è relativo ad aspetti diversi della vita umana, l’aspetto “misurabile” della scienza e quello “spirituale” della fede. Mentre i due autori sembrano anche ignorare che ci sono scienziati che sono anche credenti. Ad esempio, ad un certo punto Krauss invoca Galileo, come se non sapesse che Galileo era un credente, anzi anche Newton e Keplero e tutti i primi scienziati erano credenti. Newton, ad esempio, al quale si riconosce di essere stato il maggior creatore della scienza moderna, metteva sullo stesso piano di valore le sue ricerche sulla fisica e l’analisi infinitesimale e il suo commentario sull’Apocalisse.

Sorprendente poi la domanda: “la religione è intrinsecamente negativa?”, presentata come questione centrale nel dibattito fra scienziati. Meno male che Krauss afferma che: “non è la religione, o la fede, che dobbiamo cercare di sradicare, è l’ignoranza”. Su questo punto infatti possiamo ben convenire tutti: credenti e non credenti, sempre che l’ignoranza non sia ben definita. Però, farsi questa domanda sulla negatività della religione, perché “è stata responsabile di molte atrocità”, mi fa chiedere se qui abbiamo gente che riflette su quel che dice. Infatti qualcosa del genere si potrebbe dire per molte attività umane. L’economia, dai tempi della rivoluzione industriale ad oggi, ha fatto milioni di vittime, ha fatto lavorare i bambini e tutt’ora -ad esempio in Pakistan- lo fa, ha inquinato per bene il nostro pianeta, allora l’economia è intrinsecamente negativa? E cosa dire della politica? E cosa dire della scienza stessa, allora è intrinsecamente negativa perché ha prodotto la bomba atomica e armi e disastri chimici clamorosi?

Il Direttore di “Le Scienze”, Enrico Bellone, si batte perché alla Scienza sia riconosciuto di essere portatrice di cultura, non di cultura scientifica, ma di cultura tout-court. Personalmente sono d’accordo e convinto che (in Italia soprattutto) questo vada ribadito, a fronte di una ignoranza scientifica notevole. (Come mi sembra che un’altra grande ignoranza italiana sia sulla teologia.) Però non è con contributi mal fatti, appena si è fuori dell’ambito scientifico, che si può perorare per bene la causa di una cultura che tenga nel giusto conto la scienza.