Categoria: Teologia

Intorno al fuoco

Falò a Pramollo per un XVII febbraio

Abele e Caino s’incontrarono dopo la morte di Abele.
Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome.
Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto. Abele rispose: “Tu hai ucciso me, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima”.
“Ora so che mi hai perdonato davvero” disse Caino “perché dimenticare è perdonare. Anch’io cercherò di scordare”. Abele disse lentamente: “È così. Finché dura il rimorso dura la colpa.» (Jorge Luis Borges – da Elogio dell’ombra)

Immaginare l’esistenza dopo la morte, il Regno di Dio o paradiso che dir si voglia, è qualcosa che sempre affascina e si prova a fare, anche se sappiamo che non si può immaginare una realtà tutta differente da quella terrena di cui abbiamo esperienza.

E insieme alle immagini inventate, alle volte temerariamente, ecco le domande: come saranno superate le colpe che ci portiamo appresso dalla vita, pur ricevendo la grazia di Gesù Cristo? E quel parlare di salvezza e di perdizione a cosa realmente si riferisce? Alle persone intese come un corpo avulso dalla propria storia oppure come ad una esistenza, ad una vita con le sue tante esperienze, miserie e nobiltà? E se solo le cose buone e giuste risorgessero con noi? E se solo quelle fatte con amore?

Non ci sono risposte certe ovviamente, perché anche la Bibbia ne parla per immagini e con estremo riserbo. Ma leggere di Caino e Abele intorno al fuoco, come scrive Borges, ti aiuta a immaginare per avere qualche buona idea in più per il tuo presente.

Ci sono dei limiti?

95 tesi Lutero

Il 20 febbraio a Chiese in diretta abbiamo sentito il vescovo cattolico romano Charles Morerod ribadire e specificare le sue perplessità su un battesimo amministrato in una chiesa evangelica riformata nel nome del Sole, della Luna e della Terra.

L’affermazione non è nuova ed era stata giudicata allora intempestiva, ma le perplessità del vescovo cattolico coincidono però anche con le forti perplessità di vari pastori e membri di chiesa. E non tanto per un problema ecumenico.

Anche se si riconosce, infatti, il valore di un pluralismo teologico all’interno delle chiese riformate, ci si chiede però se ci siano dei limiti a quello che si può affermare nel culto o a nome della chiesa, prima di perdere le caratteristiche di una Chiesa evangelica.

La questione non è data da un solo caso, ma da tanti: dalla pastora che non crede in Dio come persona, al pastore della Germania dichiaratamente ateo che va in giro a tenere conferenze su quanto farebbe bene il suo lavoro, a tante occasioni un po’ ambigue, come quando ad un funerale non si annuncia la resurrezione.

Tutte situazioni che sconcertano e fanno sentire i membri di chiesa poco rappresentati. Ci si chiede perché, se un pastore o una pastora hanno perso la fede o credono in qualche altro dio, insistono a far parte della chiesa e anzi pretendano di insegnare ad altri come si potrebbe fare.

Alcuni lo fanno per piacere a tutti, in questo mondo moderno pieno di ateismo più o meno palese, ma dimenticano che la chiesa proprio etimologicamente è l’insieme dei chiamati e non di tutti e in qualche modo non ne rispettano le convinzioni profonde. Altri lo fanno per superficialità, altra caratteristica del mondo moderno.

La questione non è così semplice da risolvere, se mai ce ne sia l’intenzione. Infatti in molte delle chiese riformate svizzere è stata abolita nell’Ottocento la confessione di fede di riferimento. Lo si fece in nome della libertà di fede e di ricerca, ma forse a quell’epoca anche senza una confessione di riferimento si mantenevano quelle caratteristiche peculiari dell’identità protestante come il Solo Cristo o la Sola Scrittura.

Oggi sembrano non esserci proprio limiti. È ora di una nuova Riforma nell’ambito delle chiese? La fedeltà all’evangelo non comporta anche dei punti fermi in positivo come la signoria di Cristo?

Sarà possibile, e dovrebbe esserlo, far condividere libertà di ricerca e la serietà della ricerca e la responsabilità del far parte di un organismo che ha una storia e un’identità acquisita nei secoli?

Luoghi sacri?

Santuari, templi. luoghi di forza, recinti sacri… sono da sempre presenti nella cultura umana e ancora oggi sono sempre molto ricercati… Anche Salomone, il re figlio di Davide, decide di costruire il tempio di Gerusalemme nonostante al padre non fosse riuscito, cioè il Signore non glielo aveva concesso.

Però lo stesso Salomone si rende conto di quale pretesa umana sia quella di edificare il tempio di Gerusalemme come la casa di Dio. E aggiungiamo noi era anche consapevole del fine politico, o comunque di gloria umana, che esso aveva, come lo avevano la costruzione di grandi cattedrali e mausolei.

Infatti Salomone si domanda:

“Ma è proprio vero che Dio abiterà sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non ti possono contenere; quanto meno questa casa che io ho costruita!” (I Re 8:27)

La domanda che Salomone si fa: “ma è proprio vero che Dio abiterà sulla terra?’’ è una domanda che molti si fanno. E proprio per questo allora sembra che ci voglia un santuario, un tempio, un recinto sacro. Sembra ci voglia un posto cioè che abbia quelle caratteristiche speciali per cui si possa incontrare Dio.

In fondo, proprio come evangelici, siamo sempre stati attenti a mettere in guardia che non ci sono luoghi di preghiera privilegiati, per affermare invece con forza che Dio si può pregare ovunque. Il rischio è infatti, non solo dare potere a chi gestisce quei luoghi, ma soprattutto far pensare che la propria vita sia in rapporto con Dio solo in alcuni luoghi o per certe occasioni.

In questo tempo però anche alcuni evangelici dimostrano interesse per luoghi speciali, che certo non sacralizzano del tutto, ma a cui attribuiscono un fascino speciale,

Penso che questo venga da un allontanamento dalla chiesa come comunità di fede. Per una popolazione che sempre più è lontana dal culto, dalla lettura biblica, che non prega più prima dei pasti, che non parla di fede… quel sottolineare evangelico che “Dio è sempre presente”, si è trasformato in un “allora non c’è mai”, Cioè proprio per una società secolarizzata, che toglie Dio dalla sua giornata, sembrano servire luoghi e tempi speciali. Sappiamo però che sono solo un ripiego.

Infatti Salomone nel continuare la sua preghiera al Signore dice:

“Tuttavia, o SIGNORE, Dio mio, abbi riguardo alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, ascolta il grido e la preghiera che oggi il tuo servo ti rivolge.
Siano i tuoi occhi aperti notte e giorno su questa casa, sul luogo di cui dicesti: Qui sarà il mio nome! Ascolta la preghiera che il tuo servo farà rivolto a questo luogo!
Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele quando pregheranno rivolti a questo luogo; ascoltali dal luogo della tua dimora nei cieli; ascolta e perdona!” (I Re 8:30)

In realtà, la domanda non è dove il Signore sia presente, ma lo preghiamo? Lo cerchiamo? Non è la presenza di Dio, di dove sia, dove intervenga il nostro problema. Il problema è rivolgerci a lui. Dunque il tempio, anche per chi era lontano, diveniva il luogo verso cui rivolgersi al Signore, ricordava la preghiera, questo aspetto centrale della vita del credente. Non era luogo magico, come molti santuari attuali, ma “ricordo” della presenza di Dio nel mondo.

Così come lo è il culto, la lettura biblica, una festa cristiana, un battesimo, ma anche ogni momento della nostra esistenza. Perché la presenza del Signore c’è sempre, ed è vicino a noi, siamo noi che alle volte non ci pensiamo e non ci rivolgiamo al Signore. Siamo noi che rinunciamo alle volte ad un dialogo che ci porterebbe in una rocca sicura.

“Ascolta e perdona”, chiede Salomone. Quando qualcuno dice “però il Signore non risponde”, attenzione perché spesso vuol dire che già non sta cercandolo più, che ha già rinunciato all’aiuto del Signore, forse anche per non chiedere perdono.

Siamo fiduciosi invece: il Signore può essere sulla terra, anzi è a noi vicino, basta cercarlo, invocarlo, pregarlo.

Non è importante il come o dove, ma basta aprirsi alla sua presenza, per esserne rinfrancati.

È per questo che lo preghiamo in Gesù Cristo perché sappiamo che in Gesù Cristo non contano le parole o le forme o la nostra distanza, perché in Lui troveremo sempre il nostro Salvatore.

Invito a leggere la Lettera agli Ebrei

Anche per fare un esperimento ho provato a fare un video che cerchi di interessare alla lettura della Lettera agli Ebrei.

Invito alla lettura della “Lettera agli Ebrei” from Stefano on Vimeo.

La Lettera agli Ebrei si pensa sia stata scritta per una chiesa cristiana principalmente formata da persone di origine ebraica (come quasi tutti i primi cristiani) da cui il nome. Forse anche per questo titolo datogli non è così spesso letta dai cristiani, ma vi è contenuto un messaggio emozionante sul Salvatore Gesù Cristo, inviato ad una chiesa sfiduciata.

Riscattati

Gesù Cristo ha dato sé stesso per noi per riscattarci da ogni iniquità e purificarsi un popolo che gli appartenga, zelante nelle opere buone. (Tito 2:14)

Parliamo di riscatto quando qualcuno è prigioniero ad esempio di sequestratori, di rapitori, di qualcuno quindi che illegalmente ti tiene prigioniero. Una condizione ingiusta e pesante.

Tutta l’opera di Gesù Cristo è descritta in questo versetto con questo termine di riscatto. Ora qui è scritto che l’iniquità è ciò che ci tiene prigionieri. Ma il termine originario, che può esser tradotto con senza legge / fuori legge / contro la legge, ci indica come la condizione dell’iniquità è quella in cui pensiamo di vivere senza seguire la legge del Signore, è l’esistenza del fuorilegge.

Cioè, quello che alle volte sembra il masSimo della libertà individuale, il poter fare come se non esistesse bene o male, e neppure giudice o Dio, è invece descritta come una prigionia. Cominci ad agire senza legge, non volendo sapere ciò che è bene o male, e ti ritrovi a non poterne più uscire.

Non è semplice descrivere casi concreti, perché sono ricchi di sfumature, sarà per via del ricatto di altri su cui non puoi più far valere alcun diritto, se tu non hai badato al diritto. Sarà che hai un vantaggio da quella posizione, che ti lega, anche se senti che stai sbagliando. Sarà che non sai più come fare a interrompere. Ecco allora la prigionia.

Da tutto questo che ti tiene stretto ti libera Gesù Cristo, dice l’annuncio dell’evangelo.

In Gesù Cristo, infatti, troviamo per primo la forza di poter riconoscere e confessare i nostri errori, poi troviamo perdono e riscatto nel senso di poter vivere secondo la legge, la legge di Dio.

In quel fare le opere buone finalmente per grazia di Dio, di cui parla il nostro versetto. Si scopre così che vivere secondo la volontà di Dio, non è una schiavitù, ma una liberazione. La libertà di vivere senza senso di colpa, potendo parlare e agire apertamente con gli altri esseri umani, con dignità e forza.

E questo riscatto ci fa ritrovare ad essere un popolo: il popolo dei riscattati del Signore. Non più soli nell’iniquità, ma insieme con tanti fratelli e sorelle e con il Signore e nostro Salvatore Gesù Cristo, che sia benedetto in eterno. Amen

Soccorsi

C’è un periodo problematico nell’attività missionaria di Paolo e i suoi. Non erano riusciti ad andare dove volevano, sembrava impedito loro di poter proclamare l’evangelo e di proseguire la loro attività. Poi ecco la visione di un macedone che li convince che Dio li voleva in Macedonia.

Paolo ebbe durante la notte una visione: un macedone gli stava davanti, e lo pregava dicendo: «Passa in Macedonia e soccorrici».
Appena ebbe avuta quella visione, cercammo subito di partire per la Macedonia, convinti che Dio ci aveva chiamati là, ad annunziare loro il vangelo.

Perciò, salpando da Troas, puntammo diritto su Samotracia, e il giorno seguente su Neapolis; di là ci recammo a Filippi, che è colonia romana e la città più importante di quella regione della Macedonia; e restammo in quella città alcuni giorni.

Il sabato andammo fuori dalla porta, lungo il fiume, dove pensavamo vi fosse un luogo di preghiera; e sedutici parlavamo alle donne là riunite.
Una donna della città di Tiatiri, commerciante di porpora, di nome Lidia, che temeva Dio, ci stava ad ascoltare. Il Signore le aprì il cuore, per renderla attenta alle cose dette da Paolo.

Dopo che fu battezzata con la sua famiglia, ci pregò dicendo: «Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, entrate in casa mia, e alloggiatevi». E ci costrinse ad accettare. (Atti 16:9-15)

Responsabilità

Notate come sia assolutamente sobrio Luca nel riportare che il sogno lo avevano interpretato, loro stessi, come visione da Dio.

Questo è un particolare importante. Perché ci dice che Dio parla: parla attraverso delle situazioni, degli incontri e -perché no- dei sogni e il secondo è che sta a noi interpretare questi \textit{segni} e capire quale sia la volontà di Dio per noi in quel momento.

Questa è una responsabilità che ci viene lasciata dal Signore, in fondo potevano anche sbagliarsi Paolo e i suoi.

Soccorrici

Nel sogno il Macedone oltre a chiedere di andare da loro, gli dice solamente «soccorrici».

Se un sogno di questo tipo venisse nella notte ad uno di noi, che siamo di questa epoca –se vogliamo– così materialista, anche se siamo credenti, la conseguenza sarebbe quella di organizzare una bella campagna di raccolta di soldi o vestiti.

Non voglio dire che questo non sia necessario e neanche che il il Signore non ci possa inviare un sogno o un altro segno per muoverci ad una azione umanitaria. Ma lo dico come riflessione, perché siamo in un’epoca così unilaterale, che vede solo un aspetto dei problemi dei contemporanei. Si dispera e non trova che la soluzione è avere alle volte più spiritualità.

Mentre qui l’azione degli apostoli è esclusivamente legata all’annuncio della Parola, a portare l’evangelo in quei luoghi.

Il primo risultato sarà quello di raggiungere una -probabilmente ricca- commerciante di porpora. Già non solo Dio non usa riguardi personali per la nazionalità, e nemmeno per uomo e donna, e neanche per ricco e povero. Quale mistero in questa scelta di Lidia da parte di Dio in quel momento. È la sua Parola che non va a vuoto, ma rimane per noi in buona parte misteriosa.

Poi ci saranno altre conversioni, forse qualche decina, ma ben poca cosa per parlare di quello che certi moderni predicatori vagheggiano, e nemmeno una eclatante operazione di salvataggio di persone che se la passano male.

Eppure è per questo che sono andati in Macedonia, per volere di Dio.

Infatti, quando Gesù dice che la vita è più del vestire e del nutrimento (Mat. 6:25), non sta parlando del dover morire di fame o dell’ascesi, ma che per vivere non bastano gli averi e le ricchezze, per vivere c’è bisogno di qualcosa di forte e importante, dentro di noi.

E l’annuncio dell’evangelo è quello che, senza saperlo, stavano attendendo Lidia e gli altri. E l’annuncio dell’evangelo, una volta che viene capito e diventa parte del nostro modo di pensare e della nostra vita, è il soccorso di cui noi tutti abbiamo bisogno.

Ricevere e dare

Però proprio perché il messaggio dell’evangelo è legato profondamente alla vita, questa buona notizia non sempre siamo in grado di riceverla, perché non è una lezione di scuola o il Credo che s’impara a memoria…

Altri in Macedonia l’avranno poi appresa da Lidia e dagli altri successivamente. Ma non in quel momento. Alle volte siamo come un terreno riarso o troppo duro da far attecchire la debole pianta dell’evangelo.

Però non dipende dalla nostra buona volontà e neanche dall’abilità missionaria dell’apostolo Paolo o di altri. Dipende da Dio che ci apre il cuore, che ci fa accogliere e fruttificare la sua parola. E alle volte dovremmo pregare per questo. Per gli altri e per noi stessi.

Certo che l’attività missionaria, il parlare del Salvatore Gesù Cristo ci deve però essere. E noi come chiesa siamo chiamati a questo, siamo mandati nel mondo anche per questo come apostoli del Cristo. E magari la trascuriamo un po’, ma non servono mezzi potenti o innovativi, non servono capacità persuasive, ma esporre da persona a persona la realtà e la verità della Parola. La salvezza va di bocca in bocca.

Come fare? Serve per prima cosa un ringraziamento. Un ringraziamento perché la parola ci ha raggiunti un giorno. Poi serve sempre una riscoperta del gran dono che ci è stato fatto.

L’evangelo è un soccorso, perché noi tutti abbiamo bisogno di una ragione di vita. Certo la vita stessa, i nostri cari, quello che ci siamo prefissi sono ragioni per vivere. Ma quando siamo presi dalla perplessità, quando svegli nel cuore della notte ci chiediamo “cosa ne sarà di noi” e “perché andare avanti”: ascoltiamo il messaggio di grazia del nostro Salvatore, che non ci abbandona e che ci sostiene nell’oscurità e nelle difficoltà. Che mette in moto persone e situazioni pur di raggiungerci con la sua Parola. E sapremo allora che c’è un fondamento benigno nella nostra vita.

Quando pensiamo al soccorso da dare agli altri e a quello di cui abbiamo bisogno noi stessi, ripartiamo dal ripensare la nostra fede in Gesù Cristo e troveremo la strada per ringraziarlo ancora.

In ogni tempo

La società in cui viveva la chiesa cui è scritta la lettera agli Ebrei assomiglia per certi versi alla nostra. Molte le credenze e i culti che circolavano in una globalizzazione non solo delle merci, ma anche delle idee e delle religioni. In più, quando si parla di pratiche relative a vivande, alcuni in queste chiese sembrano ritornare a vecchie pratiche rituali.

Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno.

Non vi lasciate trasportare qua e là da diversi e strani insegnamenti; perché è bene che il cuore sia reso saldo dalla grazia, non da pratiche relative a vivande, dalle quali non trassero alcun beneficio quelli che le osservavano. (Ebrei 13:8-9)

Lo stesso

Gesù Cristo come sempre lo stesso è una frase che si riferisce a due cose.

In primo luogo si riferisce direttamente a Gesù. Egli è Dio, dunque eterno, e mantiene le stesse caratteristiche.

In questo senso l’incarnazione, ciò che festeggiamo a Natale: Dio fattosi uomo, Dio con noi, è l’occasione di conoscere il nostro Signore e questa conoscenza, che noi riceviamo attraverso i testimoni della sua venuta, non è qualcosa di relativo ad un tempo, ma -sia pure limitata agli aspetti umani- è la conoscenza reale e quindi immutabile di Dio.

Non importa che i tempi e le epoche cambino. Non ci serve un altra conoscenza, perché in Gesù Cristo abbiamo conosciuto Colui che è eterno. Gesù Cristo non fa scherzi, rimane il Salvatore!

In un secondo senso, questo essere lo stesso di Gesù Cristo si riferisce al messaggio che di lui hanno dato gli apostoli prima e i vari predicatori che hanno fondato la chiesa cui scrive l’autore.

Non cambia dunque l’evangelo che parla di Gesù Cristo e della sua grazia. Magari ci può esprimere differentemente, ma è sempre lo stesso evangelo di Gesù Cristo.

Autosufficienti

Qui non c’è la problematica, che verrà dopo, della fedeltà all’evangelo dei predicatori, ma c’è l’osservazione di questa ansia di nuovo, come se le cose di un tempo non andassero più bene per alcuni in quella chiesa.

La cosa interessante è che nel cercare qualcosa di nuovo sembra che andassero indietro. Infatti questo riferimento alle vivande ci fa pensare ad un ritorno ad antiche usanze ebraiche di purità.

Volere un aspetto legalista, però, non penso sia un ritorno all’antico ebraismo, quanto una questione umana, di varie epoche.

Spesso l’essere umano vuole essere autosufficiente. Sia con atteggiamenti magici o scaramantici, vuole tutelarsi verso il futuro, sia con il volere sentirsi giusti, sicuri di ciò che facciamo, sentirsi sicuri della propria salvezza e non appesi alla misericordia di Dio.

Qui si dice invece che il cuore deve essere reso saldo dalla grazia, cioè il messaggio dell’evangelo, il messaggio di grazia in Cristo Gesù, basta per vivere, basta per essere sicuri di avere salvezza.

Ma spesso come dicevo gli esseri umani vorrebbero essere sicuri da sé la mia grazia ti basti, non sembra abbastanza, ci vuole qualcosa da stringere a sé oppure qualcosa che si fa di cui esser fieri. In questo senso la ricerca della santità, come ricerca della propria santità e non per grazia di Dio risulta pericolosa.

Eppure proprio il messaggio della salvezza per sola grazia di Dio è il messaggio più bello e nuovo rispetto alla nostra umanità. Ma presi dall’ansia del nuovo, dal dubbio che le cose antiche possono non bastare ecco i cristiani arretrare.

Ritorno al Cristo

E noi come stiamo nel passaggio dei tempi? Nelle modifiche della società e del mondo?

Certo noi non siamo in generale una chiesa legalistica, anche se il legalismo è sempre in agguato essendo parte dell’animo umano. Siamo però una chiesa (come chiese riformate svizzere) che anche giustamente ha l’ansia del nuovo. Anche giustamente perché si cerca di portare il messaggio dell’evangelo all’essere umano moderno.

E allora ecco che la nostra chiesa cerca spesso di essere moderna. Moderna in nuovi modi di fare i riti. Moderna nel rinnovare la sua costituzione. Moderna in un pluralismo che cerca di accettare tutto e farsi accettare da tutti.

È giusto rendersi attuali ai tempi però, se questo significa quello che dicevano i riformatori per cui la chiesa dovrebbe essere sempre in riforma, nel senso di sempre ritornare a Gesù Cristo.

Dunque oggi ci troviamo dinnanzi ad un mondo sempre meno cristiano. E allora essere moderni sembra essere: essere meno cristiani.

Come se ne esce? Ricordando che il messaggio di Cristo è per ogni essere umano. E dunque il vero evangelo, l’annuncio della salvezza per grazia in Gesù Cristo è ovviamente un messaggio per tutti. Membri e non membri, persone in ricerca o persone apparentemente soddisfatte di non avere alcun Salvatore, persone antiche e moderne.

Ed il messaggio che rimanda al Cristo è quello il nostro compito.

Appunto perché lui è sempre lo stesso in ogni epoca, mentre siamo noi umani che abbiamo epoche differenti. A partire dalla nostra epoca ne interpretiamo le azioni, i detti e il messaggio di salvezza, ma egli è in eterno lo stesso, ma non come una parola statica ma come una persona che ha vissuto e vive ancora.

Per questo non temiamo il passaggio delle epoche. Per questo non temiamo se i monti sono scossi, perché noi non siamo soli ma insieme al nostro vivente Signore e Salvatore.

Sempre la giustizia

Nel libro di Isaia, il profeta parla in vari brani di un servo del Signore. O servo dell’Eterno nella precedente traduzione.

Questo personaggio misterioso, probabilmente anche per gli stessi contemporanei del profeta, per i cristiani è Gesù Cristo stesso, perché Gesù Cristo stesso vi si è identificato, e anche per altre corrispondenze bibliche.

Ad esempio, nell’inizio del primo dei passi sul servo del Signore, che leggiamo adesso, Dio dice che si compiace in lui, come Dio stesso dice nel momento del batteSimo di Gesù, come anche dice nel momento del batteSimo che manderà il suo Spirito su di lui.

«Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio; io ho messo il mio spirito su di lui, egli manifesterà la giustizia alle nazioni.

Egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade.
Non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante; manifesterà la giustizia secondo verità.

Egli non verrà meno e non si abbatterà finché abbia stabilito la giustizia sulla terra; e le isole aspetteranno fiduciose la sua legge».(Isaia 42:1-4)

Da che mondo è mondo, chi ha qualche potere su questa terra è di solito forte con i deboli e debole e accondiscendente addirittura servile con i forti. Questa è spesso una società di prepotenti, chi grida più forte sembra aver ragione. E poi chi si impone con la forza, poi si è imposto e nulla lo farà retrocedere. È questa la giustizia a cui siamo abituati. È questo andazzo del mondo che, non in teoria, ma in pratica, si insegna ai giovani.

Certo nelle nostre società occidentali, anche grazie ai cristiani, la legge è uguale per tutti. Ma la giustizia è qualcosa di più del semplice esercizio della legge, senza contare poi che chi ha più denaro paga i migliori avvocati… La giustizia è qualcosa di più vasto e assoluto, riguarda tutti gli aspetti del vivere, riguarda le conseguenze di come funziona la società nel mondo, riguarda il senso della stesso della vita. Ed è lo stesso senso della vita ad essere messo in crisi dalle ingiustizie che ci sono e si subiscono.

Qualcuno può vivere tutta la vita sgobbando e morire nella più squallida miseria, e questa è ingiustizia. Solo per essere nato in una nazione e non in un’altra, una persona uguale a tanti altri sarà umiliata e uccisa o costretta alla fuga. E questa è ingiustizia. Come è ingiustizia quella diffusa e permanente nella società violenta in cui viviamo, o quella fra Stati o anche nelle emergenze umanitarie fra chi viene curato per primo.

E infine se pensiamo alle malattie o alle disgrazie, specie quelle che spezzano giovani vite\ldots questa è ingiustizia.

Di questa giustizia: attesa, bramata oppure che ormai ci si è rassegnati a non desiderare neanche si parla in questo passo, di qualcosa di profondo e legato alla nostra intima dignità di esseri umani.

Ed ecco allora a noi, così prostrati dall’ingiustizia diffusa del mondo, che ti fa perdere il senso della vita, che viene annunciato Gesù Cristo che manifesterà la giustizia alle nazioni, cioè a tutti, vicini e lontani.

Giustizia

Tutta la Bibbia parla di giustizia, dal prendere o no il pomo, a Caino e Abele, fino alle visioni dell’Apocalisse e non poteva essere che il Figlio di Dio parlasse, intervenisse, si adoperasse altro che per la giustizia. La giustizia di Dio, una giustizia assoluta ed esistenziale, una giustizia realizzata dalla morte e resurrezione di Gesù Cristo, perché:

a) con la resurrezione, supera anche la morte: perché se no l’ucciso ingiustamente non avrebbe mai più giustizia.

b) una giustizia che giudica severamente l’ingiustizia, cioè il peccato, ma che salva nello stesso tempo chi è sotto la schiavitù di questo mondo che ti rende impossibile essere nel giusto.

Gesù non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante, frase che possiamo leggere in due sensi entrambi pregnanti. Cioè non finirà di rompere ciò che è incrinato e non soffocherà il lucignolo che sta fumando perché arrivato alla fine. Anzi guarirà e ridarà coraggio e dignità. E anche in questo senso Gesù non griderà forte nelle strade per schiacciare l’inerme e il debole, colui che ha subito l’ingiustizia.
Ma anche non finirà di rompere la canna spezzata perché quando compi l’ingiustizia sei come spezzato, si è spezzata la tua umanità, il peccato ti sta facendo morire. E dunque c’è un annuncio di vera salvezza, per il colpevole, toccato da Gesù Cristo.

E ci viene infine detto che il Cristo non si stancherà fino a che la giustizia non sarà arrivata fino alle isole, cioè alle estremità dello spazio ma anche fino agli ultimi tempi.

Non darà tregua alla violenza e l’errore fino all’ultimo, anche se non ci annienterà, ma ci convertirà nel profondo del cuore e della nostra vita.

Ecco questo vorrei che i cristiani annunciassero a tutti coloro che incontrano. No, non è un mondo giusto il nostro, ma c’è giustizia in Dio. E tu, chiunque tu sia giovane o anziano, forte o debole, prendi esempio dal Cristo e non ti arrendere, anzi inventa ed escogita cose nuove per cercare giustizia dove giustizia non c’è, verità dove la menzogna è l’abitudine.

Non conformatevi a questo mondo! È Cristo esempio e guida in questo mondo.

Già vincendo

“Ma come possiamo farlo?” Le ombre del dubbio, lo smarrimento dinnanzi alla grandezza dei problemi, il bloccarsi per le contraddizioni dell’esistere, la debolezza umana…

Ecco risulta fondamentale il compiacersi di Dio Padre nel Figlio e la presenza dello Spirito.

Questo Salvatore di giustizia non è solo un esempio da seguire, quasi senza speranza, ma solo per dovere, ma proprio perché Dio Padre e lo Spirito santo assistono Gesù Cristo, e lo Spirito è presente e all’opera vicino a noi, noi abbiamo forza.

L’aspetto trinitario, così complesso in teoria, ha un significato immediato per la nostra vita. Vuol dire che attraverso lo Spirito il Creatore di ogni cosa e proprio Gesù Cristo, proprio Colui che le isole aspettano fiduciose è presente, è Dio che è vicino a noi.

Cioè noi aspettiamo fiduciosi il suo Regno che si realizzi completamente, ma non aspettiamo Cristo che è già venuto ed è qui con lo Spirito santo.

Noi sappiamo che questa vita è una lotta, ma non è una lotta che perdiamo. È una lotta senza fine, è vero, ma che vinciamo giorno per giorno.

Già quando prendi le distanze: senti un discorso razzista e dici “no, questo non fa per me” è una piccola vittoria. Quando ti opponi alla violenza e all’intrigo. Quando qualcuno ha il coraggio di combattere la mafia. Quando hai iniziative di solidarietà e accoglienza. Quando non sei rinchiuso nella paura dell’egoismo, ma sei nella gioia dell’amore verso il prosSimo… stai vincendo, già adesso.

Dice ancora Dio in Isaia sul Cristo poco più in là:<blockquote>
farò di te l’alleanza del popolo, la luce delle nazioni,
per aprire gli occhi dei ciechi, per far uscire dal carcere i prigionieri e dalle prigioni quelli che abitano nelle tenebre.</blockquote>

Ma chi sono questi prigionieri? Siamo noi i prigionieri delle tenebre, quando siamo chiusi nella rassegnazione, sotto quella pietra tombale della vita che dice “Non ci sarà mai giustizia a questo mondo!”.

Ma siamo anche noi coloro che vedono la luce, quando vedono il Cristo, e possiamo vivere nella luce dunque senza paura, perché abbiamo ricevuto uno Spirito di coraggio, di fede, di speranza, di amore per vivere su sentieri di giustizia.