Categoria: Arti

Caravaggio, Emmaus

Caravaggio Cena in Emmausus

Caravaggio dipinge in questo quadro il momento in cui i due discepoli che andavano a Emmaus, riconoscono il Cristo risorto:

Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero (Luca 24:30-31)

I due discepoli, rassegnati e tristi, se ne vanno la sera di Pasqua da Gerusalemme per ritornare al loro paese. Sconfitti. Avevano tante speranze nel Cristo, ma ora le hanno perse. Gesù risorto però gli si affianca per via, predica loro e al momento del cenare in una locanda fa un gesto che i discepoli gli avevano già veduto fare tante volte: benedire il pane prima del pasto, e che significava l’annuncio di Gesù: sarò sempre con voi. Continue reading

Ma che amico sei

Sergio Caputo

“Ma Che Amico Sei” del 1990 di Sergio Caputo, è sicuramente, fosse solo per il ritornello, una canzone che parla di Gesù. L’inizio ci porta subito ad un momento di spiritualità: l’alba. Tempo a volte anche biblicamente di incontro col Signore, ma comunque tempo di una sensibilità intima particolare. C’è poi una croce, che è però un oggetto punk.

L’alba s’incendiò
sui binari del tram
una gazza mi rubò
la mia croce
ed altri oggetti punk

Sta parlando di un momento della vita in cui si riflette, da soli, lontani dal tumulto delle giornate e dalle annebbiate serate, in un’alba scintillante in cui anche i pensieri sono più limpidi o forse siamo più attenti ai messaggi del nostro animo o di ciò che ci circonda. Allora ci si accorge di avere una religiosità che è moda, fatta di amuleti e decorazioni, forse una tradizione sia pure rielaborata, ma che segna un’appartenenza non meditata, non realmente nostra.

E tutto questo va via di colpo, come portato via dal guizzo di una gazza, portato via perché non veramente parte di noi. E questo svanire rivela nella lucidità dell’alba un’inconsistenza, un’evanescenza di ciò che pensavamo di possedere o di essere.

A quel punto ti rivolgi a cercare una divinità o un Dio:

guardo lassu’…
ma il cielo è una fotografia
vendono i tuoi stracci
giù ai cancelli della follia.

Il cielo però sembra non rispondere, è muto, è una splendida fotografia certo, è descrizione antica, in dipinti e scritti della potenza di Dio, è tradizione, ma non comunica più all’essere umano del tempo contemporaneo.

Anzi proprio nella contemporaneità, le caratteristiche di povertà e dignità di Gesù, vengono svendute come stracci e come follia. Poi si rivolge a guardar noi:

Questi siamo noi…
con il freddo che fa
fra l’incudine di Dio
e il martello dell’umanità
Eccoci qui
ripresi dalla tv… scurdammose o’ passato…
che al futuro ci hai pensato tu ci hai pensato tu…

Noi siamo allora qui in una fredda realtà, in cui quell’idea di Dio, tradizionale e filosofica, non aiuta contro i colpi della vita, e quelli dell’umanità. Siamo moderni e forse famosi, in quanto ripresi dalla Tv, ma senza passato né futuro. “Ci hai pensato tu” sembra infatti solo ironico. Siamo sospesi, incerti e in parte rassegnati.

Ma allora Gesù “che amico sei?”, canta il ritornello. Non ci hai definiti amici (Giov. 15:15)? E allora ci fai lo scherzo di lasciarci qui a soffrire? Forse sei solo un uomo? Comunque eri un buon uomo…

Ma che amico sei?… ma che amico sei…
Jesus was a good man
Ma che scherzi fai…
ma che scherzi fai…
Jesus was a good man

Il ritornello in inglese e la musica vogliono farci pensare un po’ ad un gospel, che rivolge delle domande al Signor Gesù, e che al contrario del gospel però evidenzia lo smarrimento moderno, di lontananza da Dio, che ti porta a non sentirti a casa da nessuna parte, senza una direzione.

Io non ero li…
sono stato via…
non so piu’ dov’e’
neanche casa mia…
Jesus was a good man

La seconda parte della canzone ha uno sviluppo. Si può dire che si rivolga alla sfera pubblica dove dovrebbero trovarsi indicazioni cristiane o almeno spirituali.

Scesero dal Jet
come autentiche star…
sotto raffiche di flash
benedissero la città…
c’eri anche tu
in fuga dal pianeta rock
c’erano i tuoi figli
con i segni dell’elettroshock dell’elettroshock

Forse sta parlando di rockstar, che per anni hanno impersonato anche battaglie civili, ma che adesso fanno fuggire Gesù. Ma come non vedere anche la possibilità che stia parlando di un Papa, mediaticamente sovraesposto, applaudito, che diviene una star, appunto, ma che non è più con i poveri, con i folli o quelli giudicati tali, che invece sono i più vicini a Gesù, anch’egli considerato folle a suo tempo?

Ed il ritornello riprende il tema di chiedere che tipo di amico sia Gesù. In fondo che tipo di Dio, che non viene per travolgere tutto e vincere e farci stare al sicuro, ma fa passare la sua salvezza per la morte in croce.

Ma che amico sei? ma che amico sei…
Jesus was a good man
ma che faccia hai…
ma che faccia hai…
Jesus was a good man

Ma comunque Gesù era un buon uomo nel senso più pieno di bontà ed anche di umanità, e già questo ci parla della sua divinità, per cui possiamo rivolgergli le domande di sempre: cosa c’è oltre questo tempo e questo spazio? Dio esiste e si ricorda di noi?

cosa c’è lassù… cosa c’è lassù?
siamo soli o no… se lo dici tu… ehh
Jesus was a good man

(È ovvio che della canzone ne ho dato una mia interpretazione personale, che guarda solo al testo, e non al video che non mi sembra così correlato, né a possibili spiegazioni dell’autore di cui peraltro non sono a conoscenza.)

Almeno credo

Disco in vinile

Nella musica leggera si trovano, più di quanto si pensi, dei riferimenti alla fede, e in particolare al cristianesimo. Se da una parte vista la cultura di base europea ciò può sembrare scontato, da un’altra parte visto il clima così secolarizzato ci si può sorprendere.

Spesso però proprio per il clima secolarizzato le idee esposte sono svincolate da teologie codificate e da pronunciamenti istituzionali e quindi sono più libere e da un certo punto di vista più intriganti e interessanti da “studiare”.

Apprezzo questa libertà di approccio con cui si può sempre imparare qualcosa allora, in alcuni post (con il tag Musica), voglio passare in rassegna alcune canzonette, che alle volte tanto leggere non sono.

Inizierei da una canzone di Ligabue. L’autore e cantante emiliano ha inserito in molti dei suoi album almeno una canzone con argomento religioso, tanto che si potrebbe delineare una specie di suo percorso di riflessione.

In “Almeno credo” (del 1999 dall’album Miss Mondo) il cantautore delinea proprio un suo Credo.

L’inizio nel suo stile e nelle sua impostazione vuole subito mettere in chiaro che egli dà importanza anche al presente e alle cose non solo religiose.

Credo che ci voglia un Dio ed anche un bar
Credo che stanotte ti verrò a trovare
Per dirci tutto quello che dobbiamo dire o almeno credo

Mettere in chiaro che ci voglia l’aspetto spirituale e quello materiale sarebbe superfluo da un punto di vista biblico, ma diviene comprensibile che Ligabue lo voglia fare pensando ad una certa cultura che privilegia, almeno a parole, la via ascetica e denigra gli aspetti più fisici.

Ligabue sinceramente si presenta sempre con un dubbio di fede. E questo, in maniera ovvia, rientra e deve rientrare nel suo “credo”:

Credo proprio che non sia già tutto qui
E certi giorni invece credo sia così
Credo al tuo odore e al modo in cui mi fai sentire a questo credo

Quando inizia il ritornello ecco allora che c’è dapprima il paragonare il modo di imparare ad usare un elettrodomestico senza istruzioni, cioè per prove ed errori, al vivere:

Qua nessuno c’ha il libretto d’istruzioni,
credo che ognuno si faccia il giro,
Come viene a suo modo

Certo che si potrebbe dire che sia “relativismo”, nel senso che potrebbe andar bene di tutto partendo da esperienze differenti, ma parlando seriamente anche chi ha un riferimento fondante come la Sola Scrittura (da non confondere certo con un libretto di istruzioni) e una teologia rigorosa, non può penso affermare, se non con con leggerezza, di sapere sempre cosa fare nella vita. Che anzi, la vita del credente è alle volte un continuo chiedersi cosa sia più giusto fare.

Nel ritornello giunge poi anche una parte in cui Ligabue, pur dicendo che non c’è un mondo solo, nel senso che ci sono molte esperienze e storie differenti, e forse si riferisce anche religioni differenti, afferma di credere in un tale. E non c’è dubbio intenda Gesù Cristo.

Qua non c’è mai stato solo un mondo solo,
credo a quel tale che dice in giro,
che l’amore porta amore
credo

La caratteristica dell’amore che Ligabue sottolinea è dunque quello di essere contagioso, di essere qualcosa che fa crescere la società. Dunque non un sentimento o una romanticheria, ma una forza per tutto il mondo, per la società umana.

Nella coda del ritornello poi il cantante affronta in due versi un’aspetto proprio interessante. Si sente infatti abbastanza spesso dire che chi crede in qualcosa di divino, anche in generale, sia un po’ stupido. Solo gli scemi, come in questo caso viene detto da un ipotetico interlocutore, crederebbero:

Se ti serve chiamami scemo ma io almeno credo
Se ti basta chiamami scemo che io almeno

“Se ti serve” o “se ti basta”, è il controbattere di Ligabue che definisce l’atteggiamento, di chi definisce stupidi i credenti, superficiale. O forse per loro è solo un modo per sentirsi meglio, rispetto al tema della fede. E quell’“almeno credo”, che sarà completato la seconda volta del ritornello, rappresenta invece un presentarsi come parte di coloro che almeno hanno una posizione, con dubbi e incertezze, ma che affrontano o hanno affrontato realmente questo tema del vivere umano.

La seconda parte della canzone riprende poi temi se vogliamo non strettamente spirituali, ma che rappresentano bene una vita di fede o con degli ideali forti.

Credo nel rumore di chi sa tacere
Che quando smetti di sperare inizi un po’ a morire
Credo al tuo amore e a quello che mi tira fuori o almeno credo

Credo che ci sia qualcosa chiuso a chiave
E che ogni verità può fare bene e fare male
Credo che adesso mi devi far sentir le mani che a quelle credo

La ripresa del ritornello concluderà una canzone che ribadisce una posizione non superficiale, ma che vuole affrontare anche l’aspetto spirituale della vita, pur con tutte le non certezze del cantautore.

Il pianeta delle scimmie

Fotogramma de "Il pianeta delle scimmnie"

Non si può capire realmente il film, che è del 1968, se non si è vissuti o se non si conosce il clima che si viveva quando il film fu girato. Si sentiva realmente il pericolo che qualcuno, fra sovietici e americani, iniziasse una guerra che portasse alla distruzione nucleare di tutta la terra. Non è che adesso non ci siano più le bombe nucleari, ma certo lo scenario è realmente diverso.

Forse però questo non è il tema centrale del film, come ad esempio ne “Il dottor Stranamore”. Anche se con i discorsi iniziali sconsolati e senza speranza del comandante e la denuncia finale incastonano tutto il film in questo tema. Ma il film vive tutta una sua storia, dal paesaggio spettrale iniziale con la sua musica d’avanguardia, al confronto con una società scimmiesca, in cui si parla della solitudine dell’essere umano moderno. Come è presente in senso più ampio, che rispetto solo al nucleare, quel sentimento di una umanità che va verso il nulla, in nome del progresso.

C’è anche il tema religioso, in cui la religione è quella che nega la realtà e la libertà, c’è allora un’inquisizione grottesca, ma che rimanda ovviamente alla vera inquisizione. Però poi a sorpresa rappresenta un tentativo, certo sbagliato, di non ripercorrere le tappe del progresso che tutto distrugge.

Un film potente e fortemente politico, anche se assolutamente non partitico e nemmeno schierato. Così politico che si crede a stento al produttore che afferma di non essersene accorto, e che pensava solo ad un film di fantascienza. Così potente da aver dato il via a decine fra seguiti, telefilm e rifacimenti, che Charlton Heston si rifiutò giustamente di fare, vista la perfezione del primo.

Hairspray

Locandina Hairspray

Un film che è come una favola, una favola di come sarebbero dovute andare le cose, negli Stati Uniti degli anni sessanta. Nessuna discriminazione, ma il sogno americano per tutti, bianchi e neri, magri e grassi, vecchi e giovani.

Ho visto in Italia presentare il film con lo slogan: “Grasso è bello”, come se questo fosse l’assunto del film, invece Hairspray è un’altra cosa. Infatti non è una parodia dei grassi che li prende in giro sotto sotto con superiorità, ma l’affermazione che non è l’aspetto che conta, ma la personalità di ognuno.

Ecco allora che agganciare la liberazione dei neri all’accettazione dei grassi (come anche cantare l’amore di due non più giovani, in mezzo a quelli di tanti adolescenti), non è solo una trovata, ma diviene un messaggio di ribellione alla discriminazione, allo sprezzante giudizio degli altri che ti fa sentire in colpa, che ti mette in soggezione, che ti fa essere non a posto con il tuo corpo, con il colore della tua pelle, con tutto te stesso, che ti fa penetrare nella mente come una auto-vergogna.

È in fondo un film sulla dignità di ogni essere umano e sul riappropriarsi della propria dignità. Il fatto che il film sia pieno di tante canzoni e “lustrini” anni sessanta, dunque, non tragga in inganno. Vanno seguiti i dialoghi e i testi delle canzoni, che non sono mai a caso.

Fin dall’inizio, dal giornale che dà notizia del comportamento discriminatorio verso i neri del sindaco della città di Baltimora, si comprende che dietro la ragazza che canta in puro stile musical vaporoso, come la lacca che dà il titolo al film, si sta parlando di altro. E ci si riferisce agli anni sessanta non per nostalgia, ma perché quegli anni sono gli anni della lotta contro la discriminazione, si veda ad esempio la marcia dei manifestanti come ricrea quel clima insieme al vero è proprio gospel che l’accompagna.

Ma c’è anche di più. Quando il padre dice alla ragazza di tentare di realizzare il suo sogno, perché “questa è l’America”, c’è la grande speranza di quegli anni, la grande speranza di un sogno americano per ognuno. Qualcosa che ci fa pensare a quante cose sono cambiate, ad esempio riguardo alla discriminazione verso i neri, ma anche a quante occasioni si sono perdute e quanti errori sono stati fatti. E che ci fa pensare all’oggi su quante cose restano da fare per le generazioni successive, certo più smaliziate e più calcolatrici, ma anche spesso meno cariche di voglia di cambiare e di sogni, così belli, grandi e forti, come neri e bianchi insieme mano nella mano.

E il lieto fine, così improbabile (e chissà se mai rivedremo la ragazza protagonista in posizione di spicco in qualche altra grande produzione), non è velato di malinconia, ma vuol dare fiducia col messaggio che non si possono fermare i tempi che corrono verso una maggiore giustizia. È un ottimismo forse spicciolo, ma comunque sia è la direzione in cui vogliamo camminare.

Max Roach

Max Roach

Danno oggi la notizia i giornali, della morte a 83 anni di Max Roach. Max Roach era un batterista jazz che ha accompagnato moltissimi grandi musicisti e ha diretto vari gruppi. Dal be-bop all’hard-bop, passando per il cool jazz, era in qualche modo “il batterista” in quel lungo arco di anni. Cosa lo faceva così ricercato e acclamato?

Penso che non era solo per la perfezione nell’accompagnamento e nella vivacità del suo tessuto ritmico, ma perché al virtuosismo legava una certa raffinatezza. Spesso i batteristi tendono ad essere un po’ eccessivi e “pesanti” per farsi apprezzare, Max Roach restava elegante, faceva della batteria uno strumento espressivo al pari degli altri. E per questo ha fatto scuola.

Ricordo, quando lo vidi dal vivo a Roma, anche la sua allegria nel suonare. Era con un suo gruppo, un quintetto, e gli organizzatori sembrava non sapessero chi avevano invitato. Infatti visti i tanti che si erano prenotati, avevano spostato il concerto -un giorno prima- in un ex-cinema di periferia. Piuttosto grande ma squallido, l’ex-cinema, con il palco un po’ in penombra, si era riempito del tutto e faceva molto caldo. Ma l’entusiasmo del pubblico e di Max Roach non era intaccato e l’allegria che comunicavano contagiosa. Ricordo anche un assolo fatto solamente con il rullante, un pezzo da virtuoso, ma svolto sempre con eleganza.

Arrivederci Max. Sì, non dico addio, ma arrivederci. Come cristiano credo nel Regno di Dio, e penso che, anche se nessuno lo può descrivere, quando saremo in quel luogo meraviglioso avremo l’opportunità gioiosa di incontrarci e di andare a sentire i grandi musicisti, anche in formazioni inedite. E magari potrò anch’io suonare un blues in un gruppo con Max Roach alla batteria rendendo gloria a Dio.

Re Leone

Fotogramma dal Re Leone

Il Re Leone è un film sulla vocazione.

Il film si apre con il battesimo del futuro re delle “Terre del Branco”. Rafiki è il sacerdote di questo rito. E chiari sono i simboli e i segni. C’è del liquido posto sulla fronte, ed è il battesimo con l’acqua, c’è il raggio di luce che scende fra le nuvole al momento dell’acclamazione, il simbolo del battesimo di Spirito, che investe di una vocazione tutta particolare il piccolo leoncino, per ora ignaro.

Con Skar si intromette il malvagio, che vorrebbe essere re, senza però averne la vocazione. La sua bramosia di dominio lo porta a uccidere il vero Re e a voler uccidere il giovane Simba. Nel far questo si avvale delle iene, che “seduce” con un discorso in cui annuncia una specie di Regno di Dio in terra, in cui ci sarà abbondanza per tutte le iene.

Indiscutibile, anche per via delle iene che marciano con il passo dell’oca su una spianata che è copiata direttamente dalle parate naziste, il riferimento ad Hitler che in effetti prometteva ai tedeschi cose dele tipo che ogni ragazza avrebbe trovato marito nel suo Reich.

Ma Skar non ha la vocazione del re, è solo un imbroglione con una grande invidia, ambizione e malvagità. Come ogni dittatore, d’altronde.

E non considera per niente il ruolo del re (o se vogliamo portarlo ai nostri giorni del politico), come un servizio alla collettività. Mentre il vecchio Re Leone col discorso sul cerchio della vita, istruiva il figlio a vedere nell’eesere re una responsabilità sociale, Skar vuole solo dominare tutto e finisce per ridurre alla miseria e alla sconfitta tutto il paese. Come ogni dittatore, d’altronde.

Responsabilità

È certo un film anche sul rapporto con il padre, forse l’unico film Walt Disney in cui il padre muore. Ma questo rapporto è appunto fondamentale per comprendere quale sia la vocazione di Simba crescendo.

Rinunciando a tutte le responsabilità Simba crescerà senza più essere se stesso. Conquistato dalle parole di Pumba e Timon, “Acunamatata”, niente responsabilità, niente problemi. Farà proprio un modo di vita che non è quello a cui la sua vocazione lo chiama. Modo di vita che probabilmente non va bene neanche per Pumba e Timon, e che può esistere solo in un’oasi scollegata da tutta la società esterna. E che è dunque un modo di vita irreale e solo infantile.

Poi con il discorso di Rafiki sul passato e soprattutto con il “ricordati chi sei”, cioè ricordati della tua vocazione, fatto dal padre nella nuvola, Simba prenderà le sue responsabilità e porterà di nuovo prosperità a tutte le sue terre.

Il re siamo noi

Un film sulla vocazione, dunque, ma non solo quella di un re. Come in tutte le favole al centro ci siamo noi, siamo noi i protagonisti, anche se si parla di re e regine, di fate e di maghi.

È un film che parla a noi tutti e di noi tutti. Ognuno di noi è destinato, chiamato ad essere re, cioè ad avere la propria vocazione importante e fondamentale per tutta la società.

In questo senso si può leggere con un’impostazione etica protestante: tutti i lavori, tutte le attività sociali e vissute con spirito di servizio alla società sono importanti e fondamentali, sullo stesso piano. Perché nel grande cerchio della vita, cioè nella vita umana, che è comunitaria e che dovrebbe tener presente anche chi verrà, ognuno di noi a molte vocazioni da parte del Signore.

Chaplin 1931

Chaplin in Tempi Moderni

Nel 1931 Charlie Chaplin iniziò un lungo viaggio per gli Stati Uniti e per l’Europa. Oltre le comiche di Charlot, aveva già realizzato film famosi come “La febbre dell’oro” o “Luci della città”. Era divenuto celebre, ma solo durante questo suo lungo viaggio, durato più di un anno, si rese conto della fama che aveva raggiunto. Il suo Charlot era divenuto il simbolo dei tanti piccoli uomini del mondo. Ma era anche una responsabilità. E Chaplin se ne rese conto. Con tristezza. Disse infatti così ad un suo amico:

Non è patetico, non è terribile che tutta questa gente mi circondi gridando “Dio ti benedica, Charlie!” e che voglia toccarmi il cappotto, e ridere e perfino piangere? Li ho visti farlo, quando riescono a toccarmi la mano. E perché? Perché? Semplicemente perché li ho rallegrati. Dio, che lurido mondo è questo, che permette alla gente di passare una vita tanto abietta, che se qualcuno li fa ridere vogliono inginocchiarsi e toccargli il cappotto come fosse Gesù Cristo che li risuscita! (Tratto da: David Robinson, Chaplin, 1987 Marsilio Editori, pag. 491)

Dopo verrà “Tempi moderni” ed anche un impegno più sociale di Chaplin. Ma queste parole rimangono anche per oggi. La magia del cinema, alle volte, è quel poter pensare di essere lontano dalla propria situazione, è un’ora per illudersi di poter essere diversi, di poter vivere avventure limpide e straordinarie. Ma non è una colpa del cinema, che invece ti può dare un’emozione o una risata, è questo mondo ad essere così assurdo.

Blues Brothers

Foto di scena dei Blues Brothers

Si trovano molte informazioni e molti commenti scritti sul bel film “The Blues Brothers”, come ad esempio su Wikipedia,, perché è un film diventato un cult-movie. Ecco allora solo due o tre cose…

Il film dei Blues Brothers può essere visto anche come un viaggio alle radici della musica Rhythm&Blues. C’è il blues, naturalmente, la Soul-Music, fra l’altro c’è un brano di Otis Redding, c’è il Rock&Roll, c’è anche la musica Country e anche una specie di omaggio alla musica italiana, la “grande” canzone napoletana, con una sua forza, e la canzonetta cantata in modo deprimente: “Quando, quando, quando”.

C’è il jazz degli anni ’30 con Cab Calloway e un’attenzione ai diritti civili dei neri da cui anche la musica ha tratto forza (si vedano le foto che ha Calloway nello scantinato in cui vive, l’ovvia contrarietà ai nazi dell’Illinois e “Freedom” cantata da Aretha Franklin).

Naturalmente, da non dimenticare, c’è l’omaggio alla musica della chiesa. La musica di chiesa, in questo caso, è la musica delle chiese evangeliche, è la musica nera degli spiritual e dei gospel. Tanti che cantano gospel non sanno bene cosa stanno eseguendo. Non è solo una musica con qualche riferimento religioso, ma inni del nostro culto. James Brown, naturalmente fa una parodia del predicatore afro-americano, ma nell’economia del film quella non è una scena trascurabile, anzi.

Un altro dei fili che percorrono il film, infatti, è quello sintetizzato dalla frase, più volte ripetuta: “Siamo in missione per conto di Dio”. Nella trama, infatti, i Blues Brothers vogliono fare un azione di salvataggio per il loro ex-orfanotrofio cattolico, e trovano la fede in una chiesa evangelica battista (scena eliminata nella versione italiana). Direte voi, “a parte che hanno un’insofferenza naturale per i neo-nazisti dell’Illinois, non sono certo un buon esempio di cristiani…”

È proprio qui però che un po’ di teologia evangelica non guasta. In effetti “hanno visto la luce”, è inequivocabile nel film, cioè hanno ricevuto la fede, ma questo per una comprensione evangelica non si traduce in una automatica e completa santità di vita, si è peccatori e giustificati nello stesso tempo. Dunque la missione, la vocazione, l’incarico per conto di Dio, è il filo che regge tutto il film.

“I Blues Brothers” quindi è un film che racconta la storia di una missione (proprio nel senso religioso del termine) da compiere. Missione che i protagonisti portano a termine grazie all’aiuto dall’Alto, si vedano i tanti fatti “miracolosi”, improbabili del film. Missione che concludono pur compiendo tanti errori, ma dalla loro musica si vede con quanta passione la vivono.

Potreste dire: “È una visione un po’ troppo cristianizzata!”. Non mi sembra proprio. Pensate quando sono finalmente sul palco e il pubblico è freddo e un po’ arrabbiato, cantano una sola canzone, ma che accende gli animi: “Everybody need somebody to love” (Ognuno ha bisogno di qualcuno da amare). Non dicono la banalità che ognuno ha bisogno di sentirsi amato, ma che invece ognuno ha bisogno di amare. Che altro è, se non un inno cristiano?