Lo Spirito del Signore DIO è su di me, perché il SIGNORE mi ha unto per recare una buona notizia agli umili; mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato, per proclamare la libertà a quelli che sono schiavi, l’apertura del carcere ai prigionieri, per proclamare l’anno di grazia del SIGNORE, il giorno di vendetta del nostro Dio; per consolare tutti quelli che sono afflitti; per mettere, per dare agli afflitti di Sion un diadema invece di cenere, olio di gioia invece di dolore, il mantello di lode invece di uno spirito abbattuto, affinché siano chiamati querce di giustizia, la piantagione del SIGNORE, per mostrare la sua gloria. Essi ricostruiranno sulle antiche rovine, rialzeranno i luoghi desolati nel passato, rinnoveranno le città devastate, i luoghi desolati delle trascorse generazioni.
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Chiede elemosina riceve guarigione
Nel libro degli Atti è raccontato che dopo la discesa dello Spirito, gli apostoli hanno capacità di fare potenti segni:
Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera dell’ora nona, mentre si portava un uomo, zoppo fin dalla nascita, che ogni giorno deponevano presso la porta del tempio detta «Bella», per chiedere l’elemosina a quelli che entravano nel tempio. Vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, egli chiese loro l’elemosina.
Messaggio positivo per individui e società
Sono stato giorni fa a parlare al Liceo di “Fede e Scienza”, spiegando come pur avendo un interesse comune per la conoscenza, la fede e la scienza hanno metodi, presupposti e campi differenti. Avevo iniziato fra l’altro dicendo che la scienza, tratta di fenomeni misurabili, verificabili e quindi riproducibili e pertanto non fa affermazioni teologiche, né in positivo, né in negativo. Alla fine, però, un ragazzo mi ha fatto la solita domanda provocatoria, come fanno a volte i ragazzi, qualcosa del tipo: “dato che la scienza ha dimostrato impossibile la resurrezione, perché parlarne ancora?”
Erode molto moderno
Quando Pilato udì questo, domandò se quell’uomo fosse Galileo. Saputo che egli era della giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode, che si trovava anch’egli a Gerusalemme in quei giorni. Quando vide Gesù, Erode se ne rallegrò molto, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlare molto di lui; e sperava di vedergli fare qualche miracolo. Gli rivolse molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. Or i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano là, accusandolo con veemenza. Erode, con i suoi soldati, dopo averlo vilipeso e schernito, lo vestì di un manto splendido e lo rimandò da Pilato. In quel giorno, Erode e Pilato divennero amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro.
Consapevoli e gioiosi
1 Quando furono giunti vicino a Gerusalemme, a Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli, 2 dicendo loro: «Andate nel villaggio che è di fronte a voi; appena entrati, troverete legato un puledro d’asino, sopra il quale non è montato ancora nessuno; scioglietelo e portatelo qui da me. 3 Se qualcuno vi dice: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno e lo rimanderà subito qua”».
Aperti gli occhi alla luce del mondo
Nella domenica Laetare abbiamo dei testi lieti, che invitano a gioire, e il testo bellissimo e significativo che troviamo in Giovanni 9 non solo si legge lieti, ma ci mostra la luce che splende nelle tenebre, Gesù Cristo.
Passando vide un uomo che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».
La fede vede il Cristo
Il testo della predicazione di oggi è proprio un testo della passione di Gesù. È il cosiddetto processo di fronte al Sinedrio, cioè all’assemblea dei capi dei sacerdoti. Forse tecnicamente non è un vero e proprio processo, ne è una preparazione, ma è un passo decisivo verso la condanna a morte di Gesù.
I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù per farlo morire; e non ne trovavano, benché si fossero fatti avanti molti falsi testimoni. Alla fine se ne fecero avanti due, che dissero: «Costui ha detto: “Io posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”».
Non a mani vuote
Il testo della predicazione di questa domenica è l’episodio della trasfigurazione di Gesù, così come lo troviamo nell’evangelo di Marco:
Sei giorni dopo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tale candore che nessun lavandaio sulla terra può dare. E apparve loro Elia con Mosè, i quali stavano conversando con Gesù.
Digiuno dall'ingiustizia
Se la scorsa domenica avevamo affrontato il testo di Elia e della vedova, in cui pur nella siccità venivano sfamati giorno dopo giorno da un po’ di farina e olio, oggi vediamo un testo di Isaia in cui si parla di digiuno rituale, religioso. In una società quindi piuttosto sazia da fare del digiuno una possibilità e non una necessità imposta.
Non è affatto un testo difficile da capire, ma complesso è comprendere come sia da applicare alla realtà della nostra società oggi.
Speranza nella promessa
L’intervento di Dio in questo nostro mondo, anzi più precisamente durante le nostre giornate, nel nostro quotidiano, l’intervento non generale come Creatore, ma l’intervento personale, si può dire sia uno dei temi di questo passo.
Achab, il re d’Israele a quel momento, certamente non era un sovrano ateo, nel senso della negazione di ogni divinità che abbiamo oggi. Questo, infatti, è un tema moderno. Ma era comunque un sovrano che aveva un ateismo pratico, cioè in qualche modo pensava: “ sì, il Signore è il Creatore, ma non interviene in questo mondo…”. Oppure: “i n fondo sono il re - pensava Achab come molti altri re - e sono io ad avere potere sulla terra: sulla mia terra e sui miei sudditi che contiene…”