La serietà della vita umana

Venuta l’ora sesta, si fecero tenebre su tutto il paese, fino all’ora nona. All’ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì lamà sabactàni?» che, tradotto, vuol dire: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Chiama Elia!» Uno di loro corse e, dopo aver inzuppato d’aceto una spugna, la pose in cima a una canna e gli diede da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se Elia viene a farlo scendere».

Il salmo 22 che Gesù cita sulla croce, inizia parlando dell’abbandono di Dio, finisce però con parole di salda speranza. Gesù Cristo ha sperimentato l’abbandono non solo degli esseri umani, ma anche di Dio Padre stesso. Eppure anche quando sembra che Dio sia muto, lontano, la fede fa confessare che invece Egli è sempre il nostro Dio che ascolta le nostre suppliche e interviene per non farci perdere nella morte, ma per darci vita nuovamente.

Gesù, emesso un gran grido, rese lo spirito.

E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. E il centurione che era lì presente di fronte a Gesù, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio!» (Marco 15:33-39)

La cortina del tempio, cioè un velo che faceva da paravento al luogo santissimo, concepito come luogo della presenza di Dio, si squarcia. Quello che era un luogo segretissimo e in cui nessuno poteva guardare, se non il sommo sacerdote in condizioni speciali, ecco che diviene visibile.

Cosa significa? Significa che nel momento della morte di Gesù non c’è più nascondimento, segretezza, ma tutti possono vedere Dio, realmente, per ciò che è e per ciò che fa per l’umanità, tutti possono comprendere chi sia il Figlio di Dio, chi sia dunque il Signore. Ed Egli è lì che muore sulla croce.

Il primo che capisce è un pagano, un centurione, uno che sta lì per controllare l’esecuzione della condanna… Guardando alla croce di Cristo capiamo chi sia il Signore: Colui che non ci vuole annientare per i nostri errori, per la nostra distanza da lui, ma Colui che ci vuole dare salvezza, anzi che ci salva, con la sua morte.

Ed è ancor più forte quest’affermazione perché il primo a riconoscerlo è questo centurione, che fa parte della macchina militar-burocratica che mette a morte Gesù. Salvezza non per quelli che sembrano i più buoni o i più pii, religiosi, ma proprio per tutti senza che sia abbia nulla da poter reclamare verso il Signore.

La morte di Cristo è drammatica, come ogni morte, ed è crudele. E ci troviamo a pensare se non sarebbe stato possibile diversamente, magari con una dichiarazione d’amnistia generale. Ma anche se terribile, la morte di Cristo ci dice che la vita umana, la nostra vita e quella degli altri, è qualcosa di serio e vero. Infatti, le scelte sbagliate uccidono, le ferite della vita rimangono indelebili e non sono cose che puoi ripulire con una parola… la nostra vita non è un gioco e nemmeno un sogno. Se si muore ingiustamente, se si soffre per la crudeltà di altri esseri umani, come una sola parola, una formula, potrebbe cancellare tutto questo?

Invece con la morte di Gesù Cristo, un caro prezzo è stato pagato. E la serietà della vita umana è assunta da Gesù Cristo e riscattata nella Croce.

Noi abbiamo dunque Colui che la lettera agli Ebrei indentifica con il Sommo sacerdote assoluto. Gesù è il nostro Sommo sacerdote che ci riscatta dal peccato e ci fa vivere nuovamente. È scritto nella lettera agli Ebrei:

Come è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio, così anche Cristo, dopo essere stato offerto una volta sola per portare i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza peccato, a coloro che lo aspettano per la loro salvezza. (Ebrei 9:27-28)

C’è poco da girarci intorno, c’è un giudizio sulla vita umana, sulla storia sociale e individuale. E questo giudizio potrebbe essere definitivo e mortale.

Non piace molto ai contemporanei sentirsi rimproverati sulla propria giustizia, nessuno è colpevole di niente è sempre colpa di altri o comunque più di altri che nostra. Eppure, lo sappiamo una società adulta è una società in cui ognuno si prende le proprie responsabilità. Ma come fare se le nostre colpe sembrano schiacciarci e renderci impossibile vivere ancora?

Dunque, non ci resta che morire? Ma noi invece aspettiamo salvezza! Infatti la morte sulla croce di Gesù non rappresenta la fine di tutto, come la morte non rappresenta la nostra fine.

Dopo la sua morte, Egli sarà il primo dei Risorti. Colui che mostrerà possibile quella vita eterna che è senza più dolore o cordoglio. Infatti, è il risorgere la nostra salvezza e la nostra speranza. Amen

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