Romani 5:8

Il dare e l’avere

In ogni tempo si vede come la fede umana abbia spesso l’idea che la benevolenza del Signore o della divinità più in generale, si possa comprare con le proprie azioni o sacrifici. È vero per le varie religioni pagane, era vero in parte anche per la religione ebraica.

Un uomo che no sappiamo cosa avesse fatto si presenta al profeta Michea per chiedergli un sacrificio adeguato:

Con che cosa verrò in presenza del SIGNORE e mi inchinerò davanti al Dio eccelso? Verrò in sua presenza con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il SIGNORE le migliaia di montoni, le miriadi di fiumi d’olio? Dovrò offrire il mio primogenito per la mia trasgressione, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?

Il profeta risponde:

O uomo, egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il SIGNORE, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio? (Michea 6:6-8)

La risposta del profeta non vuole dire affatto che attraverso la giustizia noi ci possiamo comprare il favore del Signore, meglio che con sacrifici, ma che il Signore nel chiederci  di praticare la giustizia, di essere misericordiosi e di essere umili dinnanzi al Lui ci indica il solo nostro compito nella vita.

Il resto, dunque, anche la grazia e l’accoglienza di Dio, è un altro discorso rispetto al nostro comportamento. Ricordiamo infatti che:

 Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.(Romani 5:8)

Quando eravamo ancora peccatori, prima della conversione o di qualunque altra cosa siamo salvati dal nostro Signore. E molti ancora non sanno di esserlo.