Un suono dolce e sommesso

Anche nella Scrittura si trova qualcuno che desidera morire. È un tema importante, di cui si deve parlare, non per giudicare ovviamente, ma perché è un tema che purtroppo si trova spesso, infatti situazioni personali difficili, disperate, portano anche al sentimento di volere la fine.
In I Re 19, infatti, Elia vuole lasciarsi morire nel deserto. Il passo però non riguarda solo il suo voler morire, è molto di più, infatti parla di Dio, e certo proprio dinnanzi ad un tema così forte deve risaltare la voce del Signore.
Il nostro testo rappresenta dunque un messaggio potente in generale.

Inizia con un comportamento contraddittorio. Elia fugge per salvarsi la vita, ma esprime il desiderio di morire, ed inizia a lasciarsi andare.

I Re 19:3-15a
Elia, si alzò, e se ne andò per salvarsi la vita; giunse a Beer-Seba, che appartiene a Giuda, e vi lasciò il suo servo;
ma egli s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino, andò a mettersi seduto sotto una ginestra, ed espresse il desiderio di morire, dicendo: «Basta! Prendi la mia vita, o SIGNORE, poiché io non valgo più dei miei padri!»
Poi si coricò, e si addormentò sotto la ginestra.

Chi vuol morire non è che non ami la vita, anzi, la vorrebbe vera e piena, però la vita e le situazioni che viviamo ci mettono a volte in una realtà di sconforto e di morte… Ecco che Elia fugge per salvarsi, ma lo sconforto è così grande da non farcela.

Elia ha quella debolezza che spesso non fa rialzare, ma il Signore ha altri progetti per Elia, come li ha per noi. E gli dà forza per continuare a vivere.

Allora un angelo lo toccò, e gli disse: «Alzati e mangia».
Egli guardò, e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre calde, e una brocca d’acqua. Egli mangiò e bevve, poi si coricò di nuovo.
L’angelo del SIGNORE tornò una seconda volta, lo toccò, e disse: «Alzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te».
Egli si alzò, mangiò e bevve; e per la forza che quel cibo gli aveva dato, camminò quaranta giorni e quaranta notti fino a Oreb, il monte di Dio.
Lassù entrò in una spelonca, e vi passò la notte. E gli fu rivolta la parola del SIGNORE, in questi termini: «Che fai qui, Elia?»
Egli rispose: «Io sono stato mosso da una grande gelosia per il SIGNORE, per il Dio degli eserciti, perché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita».

Ecco dunque: dinnanzi alle grandi difficoltà Elia non si sente all’altezza dei suoi padri e il volerlo uccidere dei nemici lo porta a pensare di farla finita. Sì questo può essere proprio vero a livello psicologico.
E il confronto con i padri, come con i grandi del passato lo facciamo in ogni età… Eppure anche loro erano uomini e donne, erano sottoposti a crisi e sbagli, ad indecisioni che oggi non vediamo più, ma che alle volte li sconvolgevano e magari solo dopo anni hanno saputo che avevano intrapreso la giusta direzione.

Qui Elia afferma di essere geloso del Signore. Geloso ha a che fare con l’amore, quell’amore esclusivo verso il Signore che è la prima parte del gran comandamento. E veder trascurato il Signore a favore di altri déi, constatare che il culto al Signore nel suo tempo non è più esclusivo, anzi sta andando a finire è il motivo di base della sua disperazione.

Questo significa anche che Elia ci tiene alla vera fede e quindi alla vita e alla giustizia. Vuol dire che sa che per il suo popolo, per la società in cui vive, la fede nel Signore è fondamentale, non una cosa accessoria. E questo lo sappiamo anche noi.

Potremmo dire di noi di essere gelosi del Signore? Non siamo come società infine come quelli di quel tempo che avevano il culto del Signore, ma insieme avevano anche il culto a Baal o altre divinità?
Ama il Signore con tutto te stesso, dice Gesù, ma non c’è anche altre cose cui teniamo?

Ad Elia, geloso per il Signore, eppure stanco e spossato e ormai arreso, il Signore decide di parlare facendosi conoscere.

Dio gli disse: «Va’ fuori e fermati sul monte, davanti al SIGNORE». E il SIGNORE passò. Un vento forte, impetuoso, schiantava i monti e spezzava le rocce davanti al SIGNORE, ma il SIGNORE non era nel vento. E, dopo il vento, un terremoto; ma il SIGNORE non era nel terremoto.
E, dopo il terremoto, un fuoco; ma il SIGNORE non era nel fuoco. E, dopo il fuoco, un suono dolce e sommesso.
Quando Elia lo udì, si coprì la faccia con il mantello, andò fuori, e si fermò all’ingresso della spelonca; e una voce giunse fino a lui, e disse: «Che fai qui, Elia?»

Che fai qui? Non è una domanda di rimprovero. È una domanda che vuol fare riflettere Elia su cosa e in che modo sia giunto fino a lì.
In fondo dal riguardare indietro alla nostra vita, noi scopriamo alle volte la risposta alle nostre domande. E cosa molto importante comprendiamo come il Signore sia già intervenuto per noi in passato, alle volte aprendo situazioni che sembravano chiuse, altre volte sostenendoci nonostante noi non lo pensassimo affatto.
E questo allora ci dà maggiore serenità e una rinnovata comprensione della nostra esistenza.

Dio si vuole mostrare ad Elia per dargli forza e speranza da quell’incontro. Se noi sentiamo Dio in azione nella nostra vita allora riceviamo forza su forza, speranza e coraggio, magari anche solo di morire, perché conosciamo l’Altissimo, perché sappiamo di non essere soli nel nostro cuore e nella nostra sofferenza.

Ma c’è di più: Dio non è nel terremoto o nel fuoco, il Signore non è un potente effetto naturale. Ma un suono dolce e sommesso. Una presenza discreta e ineffabile, quella dello Spirito, che parla al cuore dell’essere umano. Che lo fa rialzare e lo sostiene. È molto di più delle focacce preparate dall’angelo quando Elia era sotto la ginestra.

È un suono dolce e sommesso. Non una potenza che spacca ogni cosa, ma una voce dolcissima che parla al cuore del nostro essere.
Vuol dire però che spesso dobbiamo lottare con tutta la nostra debolezza per andare avanti, che fino in fondo siamo umani e lo Spirito santo certo ci sostiene continuamente, ma all’interno delle nostre umane capacità…

Elia rispose: «Io sono stato mosso da una grande gelosia per il SIGNORE, per il Dio degli eserciti, perché i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari, e hanno ucciso con la spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo, e cercano di togliermi la vita».
Il SIGNORE gli disse: «Va’, rifà la strada del deserto…

Ecco Elia viene rimandato indietro per la strada che ha fatto, con un compito preciso da parte del Signore, con degli ordini e con la lotta da riprendere, e poi con l’annuncio che Elia non è il solo ad essere geloso del Signore nel popolo di Israele…

C’è dunque un nuovo inizio, nuove possibilità di vivere, nuovi sentieri da percorre.
Forse non è sempre così, alle volte la preghiera è di finire, di essere infine salvati dalla sofferenza e dalla disperazione che la malattia dà, e la fine arriva come esaudimento della preghiera. Noi non possiamo né vogliamo giudicare nessuno. Sono momenti che solo chi li vive conosce realmente.
Ma spesso è anche che ciò che prima sembrava impossibile adesso è facile, ciò che sembrava finito, è ancora tutto da svolgere, ciò che sembrava inutile è pieno di significato.

Quello che possiamo dire, in ogni caso, è che il Signore, proprio perché giunge a noi come un suono dolce e sommesso, non si pone come giudice severo, ma come Colui che vuol darci sempre aiuto, nella nostra umana debolezza.
E che questo aiuto giunge, realmente e profondamente nel cuore, a chi voglia ascoltare la sua voce tenera e dolcissima. Amen