Trasformati dall’amore

Nella lettera ai Colossesi l’apostolo si rivolge ai cristiani della chiesa di Colosse, come a coloro che sono eletti, santi e amati, egli infatti gli vuole dare delle indicazioni su come comportarsi. È ovvio dunque che non vuole che esse siano indicazioni intese come per acquistarsi una salvezza, che invece si riceve per sola grazia, ma per vivere di quella grazia che si è ricevuta. Infatti quelle esortazioni nascono tutte da ciò che si è già ricevuto in Cristo.

Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza.
Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi.
Al di sopra di tutte queste cose rivestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione.
E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti.
La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri con ogni sapienza; cantate di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali.
Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui. (Colossesi 3,12-17)

Morale concreta basata sulla fede
L’avere misericordia, la pazienza e le altre cose con cui inizia l’apostolo sono innanzitutto caratteristiche di Dio, l’agire richiesto si configura come qualcosa di ispirato, di modellato sull’attività di Dio, che quelle genti ha eletto, chiamato a seguirlo.

In particolare: è dal perdono di Gesù Cristo per noi che discende il nostro nuovo sguardo verso gli altri, il cercare il bene e l’avere un’attenzione non solo alle cose giuste, ma anche in più amore fraterno. Non è solo una visione legalistica, stretta intorno al giusto e allo sbagliato, se mai si potesse, ma va anche oltre.

Non è però una visione ideale quella dell’apostolo, ma è concreta e reale. Infatti scrive: “sopportatevi”, è dunque realistico. E l’amore fraterno con il vincolo della perfezione resta un obiettivo di perfezione, che non si raggiunge certo, ma per il quale ci si deve adoperare, che mette in tensione la nostra esistenza.

Attenzione, infatti, che quando si dice che qualcosa è perfetta, alle volte la si vuole rendere bella ed impossibile da raggiungere e quindi non ci si prova neanche a mettersi su quella strada, invece l’apostolo parla di sopportazione, di sentimenti di benevolenza e misericordia, di un disporsi per quell’agire. Già perché se non si parte dai sentimenti, dalle emozioni tutto è sterile esercizio e non è vero e sentito.

Non ci si deve fermare al sentimento, ovviamente, sapete infatti come è importante l’azione per il cristiano. Ma serve una spinta per incamminarsi verso qualcosa di perfetto, come deve essere l’amore per il prossimo, e questo si ha essendo trasformati nel profondo dal considerare l’amore ricevuto in Gesù Cristo.

Fede comunitaria
Da queste indicazioni deriva, una volta di più, che la fede cristiana è una fede comunitaria, un vivere con relazioni giuste e insieme magnanime con gli altri.
Alle volte c’è chi dice di essere cristiano ma solamente da solo, non sopportando una comunità umana. Magari ciò può essere una necessità psicologica, ma alle volte è un rifiuto della fatica di coltivare le relazioni umane. E questo è un tradimento del messaggio cristiano.
Anche se pensiamo di essere dalla parte giusta ma incompresa, va tentata la riconciliazione, la fraternità, l’essere insieme nell’andare avanti in questa vita alle volte difficile e spesso così breve.

Quella pace per cui l’apostolo prega che possa avere chi si incammina per questa strada di riconciliazione, è quella pace interiore, che ci riesce a far sentire un solo corpo. Le chiese e anzi la Chiesa di Cristo, cioè l’insieme dei cristiani, allora viene vissuto come un unico organismo.

Tutto nel suo nome
Ad una chiesa che vuole essere fraterna viene indirizzata poi la sezione che dice di fare tutto nel nome del Signore e di cantare e lodare Dio.

Tutto va fatto dall’inizio della giornata in poi come se si potesse dire “In nome del Cristo: faccio questo o quell’altro”. Qui nasce un senso alla nostra vita e la gioia di poter essere al suo servizio concretamente in questo mondo, portando speranza e fiducia. E da qui il canto gioioso.

Vivere la Chiesa del Signore, non è infatti da considerarsi come un peso o peggio con tristezza, anche se c’è alle volte il sopportarsi, la fraternità è una gioia che nasce dall’essere in comunione.

La gioia che traspare da queste pagine ci dovrebbe far realmente felici, perché questa parte non si riferisce a qualcosa di ideale, ad un obiettivo irraggiungibile, ma a qualcosa che già da ora possiamo avere.
Il canto gioioso vuole essere una dimostrazione di questo. E anche se fisicamente non riusciamo più bene, è ciò che rappresenta il canto per il nostro animo.
E non è un ordine che riceviamo, ma il risultato dell’azione di pace e di sostegno del nostro Signore. È la risposta all’azione di grazia del nostro Signore che ci vuole felici e sereni. A lui solo sia la gloria. Amen

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