Bicchieri con filo

In ascolto

Siamo o non siamo cristiani? La domanda viene leggendo un passo in cui ci viene raccontato che alcuni avversari di Gesù cercavano di trovarlo in difetto in modo da poterlo condannare, e così si avvicinano con una domanda trabocchetto…

In quel tempo ebbe luogo in Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d’inverno,
e Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone.
I Giudei dunque gli si fecero attorno e gli dissero: «Fino a quando terrai sospeso l’animo nostro? Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non lo credete; le opere che faccio nel nome del Padre mio, sono quelle che testimoniano di me;
ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore.
Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono;
e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano.
Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre.
Io e il Padre siamo uno». (Giovanni 10,22-30)

Non una vera domanda
Una domanda vera o una scusa? Dal contesto, prima e dopo quando prendono le pietre per ucciderlo, è chiaro che quella di questi gruppi di ebrei non è una vera domanda, è un modo per fargli dire una affermazione per poi accusarlo ed ucciderlo. Non quindi una domanda che si fa per prendere una decisione, e nemmeno per togliersi dei dubbi.

Nella fede infatti alle volte ci sono e ci possono essere dei dubbi. Chi sei veramente glielo chiede anche Giovanni il Battista, ma quello sì glielo chiede per sapere la verità, perché cerca la verità, non perché pensa di avere la verità, come questi gruppi che gli sono di fronte e in più vogliono condannarlo per questo.

Gesù non pronuncia realmente le parole esatte che loro dicono, ma gli dice che glielo ha detto, ed infatti lo ha fatto capire in molte occasione e richiama le sue opere, come anche aveva fatto con il Battista.

Le opere di Gesù, di guarigione, di predicazione, di intervento nel mondo, sono proprio le opere eccezionali che contraddistinguevano il Messia che doveva venire. Eppure questo non basta loro, perché non è una vera domanda, sono solo in ricerca di una affermazione per poterla usare formalmente contro di lui.

Per Gesù certo contano le affermazioni, la predicazione e i discorsi, ma sopratutto c’è il Fare al di sopra del Dire, la realtà sostanziale e al di sopra del formale. Non così per i suoi avversari che in effetti non si preoccupano del cieco guarito, ma del fatto che sia di Sabato, Non della potenza di sfamare migliaia di persone, ma perché questo si poteva configurare come dichiararsi Messia.

Anch’io?
La prosecuzione di quello che dice Gesù “non credete perché non siete delle mie pecore” può far sorgere una domanda basilare: “Sono realmente credente, faccio parte delle sue pecore?”

La questione del credere in Gesù è infatti basilare per essere parte del suo gregge, cioè della chiesa, che lo segue. Alle volte il credere è stato legato alla giusta dottrina. Cioè a confessare che il Cristo è il Signore secondo precise parole e ovviamente non secondo giusto comportamento (che metterebbe tutti in difficoltà).

Inoltre il credere è stato caricato di una fede che non ha alcun dubbio, che in ogni momento in realtà sa cosa fare e dire e credere.

Qui invece il credere è qualcosa di differente: “ascoltano la mia voce”. La caratteristica del credente è ascoltare Gesù, non innanzitutto il dire o il fare, dunque nella propria vita cercarlo, lasciarsi ispirare dallo Spirito, vedere di trovare la via di giustizia fra le tante vie del mondo.

E la situazione di questo passo spiega bene ciò che dobbiamo pensare di questo ascoltare la voce del Cristo. Infatti se c’è una domanda vera, una domanda di ricerca, anche se piena di dubbi di incertezze dottrinali e esistenziali, c’è però l’apertura a seguire Gesù. Se non sono domande false quelle che ci facciamo solo per negarlo, se non sono affermazioni contro Gesù, ma c’è ricerca della verità, allora è chiaro che si è del gregge del Signore.

E se si è nel gregge “nessuno può rapirle”. Ciò che a noi non riesce riesce a Dio Padre, che fa in modo da preservarci come parte del gregge del Signore. È questo l’annuncio di salvezza per grazia: non è una nostra capacità o la nostra fede a salvarci, ma è solo per grazia di Dio.

Tranquillità
C’è grande tranquillità da parte di Gesù per le sue pecore, certo che non avranno vita facile, questo lo sa, ma l’affermazione che nessuno le potrà rapire, non solo significa che rimarranno nel gregge, ma anche come dice Gesù che avranno vita eterna.

Ora, di vita eterna ne parliamo in special modo a Pasqua, come anche nei funerali, e spesso viene in primo piano l’aspetto “tecnico”, ma significa anche una vita rinnovata, ora, nel nostro presente.

Donandoci fin d’ora vita eterna, comunque la immaginiamo o non la immaginiamo, seguire Gesù diviene non arrendersi alle cose ovvie di questo mondo, di solito ingiuste e senza prospettive, non essere come quegli oppositori di Gesù che non vogliono proprio capire, essendo limitati dalle proprie convinzioni e comprensioni della vita e del mondo, come anche della religione, ma aprirsi alla novità di Dio.

Rimanere aperti all’evangelo, come diciamo ai confermandi, essere sempre all’ascolto delle parole dolcissime di Gesù, questo è anche vita eterna, esistenza sempre aperta alla vita, e ciò grazie a Dio dà spessore e pace alle nostre giornate. Amen