Scegliere di vivere

Biblicamente è chiaro che l’unica sofferenza salvifica, cioè l’unica che ha efficacia di salvare, è quella di Cristo. Le altre sofferenze, le nostre sofferenze, sono dovute a questo mondo malvagio, o anche in particolare dovute alle persecuzioni di chi non accetta il comportamento nuovo di quelli divenuti cristiani, questa era la situazione dei lettori della I lettera di Pietro. (E questa è la situazione anche di molti cristiani perseguitati in questo nostro tempo.)

I Pietro 4:1-4 Poiché dunque Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi dello stesso pensiero, che, cioè, colui che ha sofferto nella carne rinuncia al peccato, per consacrare il tempo che gli resta da vivere nella carne, non più alle passioni degli uomini, ma alla volontà di Dio.
Basta con il tempo trascorso a soddisfare la volontà dei pagani vivendo nelle dissolutezze, nelle passioni, nelle ubriachezze, nelle orge, nelle gozzoviglie, e nelle illecite pratiche idolatriche.
Per questo trovano strano che voi non corriate con loro agli stessi eccessi di dissolutezza e parlano male di voi.

Cristo dunque ha sofferto nella carne, cioè veramente ha sofferto ed è morto, non solo idealmente, non solo simbolicamente, e questa sua sofferenza è stata per non peccare, per fare la volontà di Dio.

Questo fatto ha dunque delle conseguenze dirette anche per i cristiani. Infatti, l’apostolo scrive: armatevi della mentalità di Cristo, dello stesso suo pensiero. Attrezzatevi a vivere seguendo anche in questo l’esempio di Cristo.

I cristiani cui si rivolge Pietro hanno sofferto a vario titolo per il loro essere divenuti cristiani in un mondo pagano. Però non basta. Infatti è significativo che l’apostolo debba tornare su questi temi di gozzoviglie. Anche se nella lettera il prima e il dopo, il prima di quando erano pagani e il dopo del divenire cristiani è ben delineato, in realtà sembra che non ci sia stato un cambiamento così netto in coloro che lo leggono.
Adesso dice loro la lettera, non dovete certo inseguire la sofferenza, perché il divenire cristiani non è un dover soffrire nel nostro corpo (nella carne), ma un rinunciare al peccato, un vivere cioè secondo la volontà di Dio in questo mondo.

Per alcuni, per i pagani di allora, ma anche per vari cristiani di oggi però la rinuncia alle passioni del mondo è come una forma di sofferenza. Ma possiamo essere d’accordo, solo in parte con questa affermazione.

Una persona mi disse una volta, parlando del suo fumare: “dovrei rinunciare all’unico piacere che ho?” Pensando che aveva una bella vita e una famiglia, pensai che mi stava prendendo in giro… Però anche giovani che dicono che l’unico divertimento della festa è ubriacarsi, magari il più presto possibile, è cosa ben triste e che da da pensare.

È che, purtroppo, si finisce per definire piacere qualcosa che in realtà è solo vuoto divertimento, passatempo di persone che non sanno cosa fare. E inoltre in questo mondo consumistico, ai tempi pagani come oggi, lo spendere soldi per cose inutili, l’avere qualcosa invece che vivere bene con gli altri, lo “sballo” e il giocarsi la vita, sembrano cose a cui costa rinunciare, la cui privazione è vista come una sofferenza.

No, questo non lo è affatto. Però la sofferenza, la difficoltà c’è ed è più sottile. Sta nel fatto che se fai la volontà di Dio, il mondo non l’accetta di buon grado, anzi arriva il prendere in giro, nasce il “chi ti credi di essere”, o il piccato: “ma allora io non potrei fare ciò che voglio”… e se sono scelte che toccano il portafoglio ecco la persecuzione e il “parlano male di voi” di cui dice Pietro.

Non essere allineati al mondo circostante, essere differenti, essere emarginati dal gruppo, questo pesa. Allora a seconda dei contesti l’essere cristiani può divenire una sorta di via crucis, attraverso il conformismo del mondo. Già perché, infine, anche se un tempo le chiese erano conformiste e forse anche oggi lo sono (e questo complica capire bene come dobbiamo comportarci), è l’essere non conformisti a questo mondo che fa soffrire, i giovani prima di tutto, ma anche i meno giovani.

Però insieme non è una sofferenza, anzi, perché nel fare la volontà di Dio scopri il fatto che sei utile in questo mondo, che la tua vita serve a qualcosa di vero.
Mentre è il sentirsi inutili il sentimento che ti dà il peccato. E sentirsi inutili è ciò che fa profondamente soffrire, disperare, allora sì si cercano fughe dalla realtà, sballo e tante cose da dover fare o avere per imbrogliare la nostra coscienza.
Il fare la volontà di Dio, è invece tutto un altro vivere.

Non è che si sia perfetti, cercando di capire e fare cosa sia la volontà di Dio per noi in questo mondo, in questa società. C’è però questo “armarsi” del pensiero di Cristo, c’è questo cambiare squadra, posizione, qualcosa che ti mette in giogo e ti fa entrare in campo, per usare la terminologia sportiva.

Nella prima Pietro pochi versetti dopo è scritto:

Soprattutto, abbiate amore intenso gli uni per gli altri, perché l’amore copre una gran quantità di peccati.
Siate ospitali gli uni verso gli altri senza mormorare.
Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il dono che ha ricevuto, lo metta a servizio degli altri. (I Pietro 4:8-10)

Ecco che la grazia di Dio, quella che ti fa sentire accolto dal Signore, significativo ai suoi occhi, diviene tesoro da amministrare verso gli altri, al servizio del nostro prossimo. Che non sa, a cui non è stato ben annunciato, e che è alle volte nella disperazione e sente l’inutilità di una vita spesa appresso agli idoli del nostro tempo.

Ma Gesù Cristo è morto per tutti, per farci grazia e darci speranza. E questo noi annunciamo a partire dal Venerdì santo.

Il Cristo è morto per darci una vita vera, eterna, e farci risorgere, come ne avremo conferma a Pasqua. Questa è la lieta novella che rende interessante, divertente e bella la vita. Amen

Comments are closed, but trackbacks and pingbacks are open.