Eubalaena Glacialis

Come Giona

Il breve libro di Giona (solo 4 capitoli) si trova nell’Antico testamento ed è un poemetto satirico, che racconta una storia che con umorismo prende di mira un certo modo di essere credenti.

Chi ha scritto Giona ha immaginato un profeta, appunto Giona, e lo prende in giro, per mettere in evidenza i difetti di quelli che sono credenti e dovrebbero essere anche profeti.

Già da come inizia, Giona è del tutto particolare.

La parola del SIGNORE fu rivolta a Giona, figlio di Amittai, in questi termini: «Alzati, va’ a Ninive, la gran città, e proclama contro di lei che la loro malvagità è salita fino a me».

Ma Giona si mise in viaggio per fuggire a Tarsis, lontano dalla presenza del SIGNORE. (Giona 1:1-3)

L’inizio dunque è classico con la vocazione rivolta a Giona dal Signore, ma la risposta di Giona immediata è inconsueta. Conoscendo infatti la geografia della zona, dove Tarsis in Spagna è dalla parte opposta di Ninive questo inizio dice tutto. La parola del Signore fu rivolta al profeta, come a tutti i profeti, ma Giona scappa dalla parte opposta.

Già questo ci fa pensare, spesso non siamo anche noi così come credenti?

Inoltre Giona che è un credente pensa di poter fuggire dalla presenza del Signore, come se fosse possibile trovare un luogo lontano dallo Spirito di Dio.

Comunque dopo che Giona è fuggito via mare, si scatena una grande tempesta. I marinai si interrogano su chi sia la causa di quella tempesta furiosa che non sembra di origine naturale. Giona risponde subito che è per colpa sua e a malincuore i marinai lo gettano fra le onde, sopraffatti dalla violenza delle onde.

La tempesta si placa e un gran pesce inghiotte Giona che viene trascinato negli abissi.

È lì, da dentro il pesce con le alghe attorcigliate alla sua testa, che Giona prega il Signore. Lo prega con un vero salmo, in cui non c’è dubbio che il Signore lo ascolti. Altro che essere lontano da Dio, anche dal profondo dell’abisso Giona sa che il Signore lo ascolta.

Quando la vita veniva meno in me, io mi sono ricordato del SIGNORE e la mia preghiera è giunta fino a te, nel tuo tempio santo.
Io ti offrirò sacrifici, con canti di lode; adempirò i voti che ho fatto. La salvezza viene dal SIGNORE. (Giona 2:7.9)

Anche se il libro di Giona è satirico, quasi al centro vi troviamo la preghiera di Giona da dentro al pesce che ha la forma e la forza di un salmo.

Dopo aver pregato il Signore da lì dentro, il pesce lo //vomita// sulla riva. Anche il verbo usato è satirico, Giona è come un rifiuto.

E finalmente allora vista l’impossibilità di fuggire da Dio, Giona si convince ad andare a Ninive.

Giona partì e andò a Ninive, come il SIGNORE aveva ordinato. Ninive era una città grande davanti a Dio; ci volevano tre giorni di cammino per attraversarla.
Giona cominciò a inoltrarsi nella città per una giornata di cammino e proclamava: «Ancora quaranta giorni, e Ninive sarà distrutta!»

I Niniviti credettero a Dio, proclamarono un digiuno, e si vestirono di sacchi, tutti, dal più grande al più piccolo.
E poiché la notizia era giunta al re di Ninive, questi si alzò dal trono, si tolse il mantello di dosso, si coprì di sacco e si mise seduto sulla cenere.

Poi, per decreto del re e dei suoi grandi, fu reso noto in Ninive un ordine di questo tipo: «Uomini e animali, armenti e greggi, non assaggino nulla; non vadano al pascolo e non bevano acqua;
uomini e animali si coprano di sacco e gridino a Dio con forza; ognuno si converta dalla sua malvagità e dalla violenza compiuta dalle sue mani.
Forse Dio si ricrederà, si pentirà e spegnerà la sua ira ardente, così che noi non periamo».

Dio vide ciò che facevano, vide che si convertivano dalla loro malvagità, e si pentì del male che aveva minacciato di far loro; e non lo fece. (Giona 3:3-10)

Dopo aver visto che Ninive non è stata distrutta, è scritto che:

Giona ne provò gran dispiacere, e ne fu irritato.
Allora pregò e disse: «O SIGNORE, non era forse questo che io dicevo, mentre ero ancora nel mio paese? Perciò mi affrettai a fuggire a Tarsis. Sapevo infatti che tu sei un Dio misericordioso, pietoso, lento all’ira e di gran bontà e che ti penti del male minacciato.
Perciò, SIGNORE, ti prego, riprenditi la mia vita; poiché per me è meglio morire piuttosto che vivere».

Il SIGNORE gli disse: «Fai bene a irritarti così?» (Giona 4:1-4)

Giona dunque adesso parla e adesso scopriamo perché non voleva andare a Ninive. Non era paura della gran città violenta. Non era paura di andare in mezzo ai nemici, perché tali erano i niniviti per gli ebrei, ma era per non farli salvare con la sua predicazione, era perché fossero distrutti per la loro malvagità e non salvati dopo essersi pentiti.

Allora il Signore domanda a Giona se fa bene ad irritarsi così.

In fondo la domanda del Signore rivolta a Giona è molto accogliente, cerca di farlo ragionare, invece di lasciarlo nel suo livore, perché ha in odio i niniviti, e nella sua prostrazione, perché non si dà ragione del comportamento di Dio. Il Signore allora cercherà di fare capire a Giona la necessità della sua misericordia.

Non mi sembra di osare molto dicendo che spesso gli umani ragionano come Giona. Gli umani si irritano e alle volte come Giona si irritano in maniera immotivata, anzi egoistica.

Giona è un credente vero nel Signore, solo che non ne sopporta un aspetto, ma un aspetto centrale di Dio, la misericordia.

Noi alle volte vorremmo giustizia e non misericordia. Ma anche peggio, alle volte vogliamo prosperità per noi e siamo invidiosi se qualcun’altro ha prosperità più di noi e alle volte anche solo come noi. È Caino che vede come ad Abele va meglio di lui e lo uccide, se interpreto bene il passo di Genesi.

In questo c’è innanzitutto il non riconoscere come tutti siamo mendicanti della misericordia del nostro Signore.

E se viene annunciato il nostro cuore spesso dice: “Sì, ma io…”, oppure “sì, ma quegl’altri non se lo meritano!”

Gli uomini alle volte divengono puerili, come bambini, si litigano per un pezzetto di dolce, quando c’è una torta intera per loro.

È per questo che il libro di Giona è un libro satirico, certo, ma anche come spesso accade con la satira profondamente amaro.

Giona rimane comunque subito fuori della città aspettando che sia distrutta e soffre il forte caldo. Allora Dio fa crescere un ricino che gli dà ombra, ma il giorno dopo lo fa seccare.

Dio disse a Giona: «Fai bene a irritarti così a causa del ricino?» Egli rispose: «Sì, faccio bene a irritarmi così, fino a desiderare la morte».
Il SIGNORE disse: «Tu hai pietà del ricino per il quale non ti sei affaticato, che tu non hai fatto crescere, che è nato in una notte e in una notte è perito;
e io non avrei pietà di Ninive, la gran città, nella quale si trovano più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e tanta quantità di bestiame?» (Giona 4:9-11)

Così finisce il libro su Giona con una domanda a Giona, ma anche a noi.

Ora Giona è un credente che viene inviato a proclamare la parola di Dio e non vi vuole andare.

Anche la parola di Dio è vita, non solo il cibo dà vita.

Le chiese hanno questo tesoro eppure alle volte le chiese non vanno nel mondo a portare la parola del Signore. Ci tengono alle loro tradizioni, sembra che se vengono altri potrebbero cambiare ciò a cui sono abituati.

Noi abbiamo questa parola da dire, da dare, da spendere, questa è la sola ragiona di esistere della chiesa. Ed ogni cristiano riceve una chiamata come Giona. Eppure…

Penso che facciamo comunque tanti sforzi, ma c’è una cosa che serve prima di ottenere la grazia di Dio per la nostra vita. Serve il pentimento.

E il pentimento di ottiene sapendo che qualcosa di quello che facciamo non va bene.

Ebbene penso che certo la predicazione delle nostre chiese sia forte e chiara come annuncio di grazia e misericordia, ma non come annuncio di giudizio che lo precede. Noi nella città moderna, nella nostra società, perché forse fa comodo anche a noi, non siamo incisivi. Parliamo sempre del Dio buono e accogliente, come se non ci fossero pagine forti di ripresa da dire.

Ma amare significa anche dire con affetto e senza disprezzo quando qualcosa non va.

Ecco la nostra società e la nostra chiesa che ne è dentro sono come Ninive a cui nessuno annuncia seriamente il giudizio di Dio. Non è facile perché ci sono tanti falsi moralisti, tante voci inutilmente apocalittiche come tanti superbi che non vedono la trave ma la pagliuzza dell’altro, ma è quello che ci manca, per cui dovremmo pregare sono un po’ più di profeti che ci facciano vedere e ci convincano della volontà del Signore in rapporto alla nostra vita.

Infatti questa conversione ci serve giorno per giorno, perché la grazia non è solo per gli ultimi tempi, ma serve oggi a farci vivere della forza della grazia per vivere giorno per giorno una vita nuova e vera.

E questo vogliamo e questo ci dà il Signore, che anche se siamo come morti nei peccati, ci vivifica per la grazia in Gesù Cristo.