L’onerosa responsabilità di agire

In mezzo alle sempre presenti notizie di guerra ecco che la guerra del Nord dell’Iraq e della Siria condotta dal cosiddetto Stato Islamico colpisce per le popolazioni costrette alla fuga o uccise, per gli innocenti decapitati, la vendita di donne come schiave e quelle schiere che uccidono nel nome del Signore…

Cosa fare? Si chiedono i governi, ma anche noi che pur vediamo tutto questo abbastanza da lontano, ce lo domandiamo confrontati con la nostra fede cristiana. Fare delle sanzioni? Dare le armi ai curdi? Intervenire militarmente?

Qualcuno parla ancora di guerra giusta o ingiusta. Il problema però non è la guerra giusta e quella ingiusta.

Ogni guerra è ingiusta, perché si usa la violenza, si uccide, si porta distruzione e non si raggiunge la giustizia, ma essendoci sempre un po’ di irrimediabile ingiustizia, non è l’anticamera della pace ma spesso di altra guerra.

Allora la via sembrerebbe essere la nonviolenza. La nonviolenza, una parola che si scrive tutta attaccata perché inventata come l’opposto di violenza che non esiste nella lingua italiana, è una tecnica che si oppone alla violenza. La nonviolenza vuole essere una pratica che non vuole portare alla guerra. Una forma di lotta che vuole affrontare i conflitti senza violenza. E come cristiani ce lo ricorda Gesù dovremmo essere sempre nonviolenti.

Quando però c’è già la guerra e una guerra ideologica come questa in cui vengono uccisi donne e bambini innocenti, dei civili inermi, anzi si persegue una pulizia etnica ecco che siamo già in un’altra situazione.

La guerra tradizionale, infatti, era guerra di eserciti, dopo che un esercito vinceva occupava lo Stato vinto, ma non ne uccideva i cittadini. In quel caso poteva partire una resistenza nonviolenta.

Quando invece, come ad esempio questo nuovo califfato sorto con il disprezzo degli antichi califfi che su quelle zone regnarono senza sterminare i cristiani e le altre forme di Islam, ecco che la situazione è diversa. Certo potremo invocare l’opzione nonviolenta, da lontano ben al riparo, ma a subire le conseguenze sono già non solo cristiani, ma anche musulmani moderati o di altre confessioni, che non si oppongono affatto con violenza, ma dalla violenza vengono schiacciati.

Certamente non c’è molto da fare che difendere queste persone e dunque intervenire attraverso opzioni militari. Non che sia una guerra giusta e tanto meno una guerra santa contro la presunta guerra santa. Tutte le guerre sono sbagliate e ingiuste, ma possono essere nella nostra contraddittorietà umana, guerre necessarie.

È con estrema cautela e attenzione che dico queste cose e non vorrei fossero travisate.

Varie volte sento prese di posizione nelle chiese cristiane che dicono che non si possa agire con la guerra nel nome del Signore. O per lo meno nel nome del vero Signore. Sono posizioni che vogliono sottolineare l’assoluta inaccettabilità della guerra.

Ogni religione che fa uso di violenza sarebbe allora una non religione.

Eppure quante volte le religioni hanno usato in passato il nome di Dio. Ricorre quest’anno l’anniversario della Grande Guerra, in cui ci furono benedizioni nel nome di Dio degli eserciti e delle armi. Certo allora come molte altre volte quei cristiani hanno sbagliato, ma non si può giudicare così semplicemente. Allora non erano cristiani? E noi allora cosa siamo, se in fondo come società e chiese d’Europa poco abbiamo fatto per prevenire guerre e e disastri?

No, la questione è un’altra.

Poi il Filisteo disse a Davide: «Vieni qua, e darò la tua carne in pasto agli uccelli del cielo e alle bestie dei campi».

Allora Davide rispose al Filisteo: «Tu vieni verso di me con la spada, con la lancia e con il giavellotto; ma io vengo verso di te nel nome del SIGNORE degli eserciti, del Dio delle schiere d’Israele che tu hai insultate. (I Samuele 17:44-45)

Siamo all’episodio di Davide contro Golia. Ora Davide va in guerra. Certo il nemico è pesantemente armato, ma anche lui è armato: è un fromboliere abile. Quello che per noi è pittoresco, gioco pericoloso di ragazzotti, per gli antichi era arte della guerra, come la cavalleria o la fanteria, c’erano gli arcieri e i frombolieri, che usavano le fionde per uccidere.

Dunque, la differenza non sta nell’armatura, che poco prima Davide ha rifiutato perché gli intralciava i movimenti, ma nel fatto che Davide vada in guerra nel nome del Signore. Per difendere il nome del Signore, si potrebbe dire addirittura. O perché il popolo che ha ricevuto una sua missione vada avanti.

Certo che ne ha di coraggio! Non quello di andare in battaglia con il gigante, ma quello di invocare il Signore dalla sua.

Nella storia di Davide però sappiamo che ciò è vero, è così: il Signore è dalla sua. Dunque Davide fa un atto di guerra, cioè qualcosa non di perfetto, anzi. Ma effettivamente lo fa a motivo della sua fede, seguendo in questo modo -più che contraddittorio potremmo osservare noi moderni- la sua fede.

Ma poi riflettendoci: quando mai la fede ci preserva dal compiere errori? Quando mai le nostre azioni sono così perfette, pur dovendo tendere alla perfezione come ci chiede Gesù Cristo nel sermone sul monte? Dobbiamo ritornare come sempre e di nuovo al cuore dell’annuncio di grazia dell’evangelo per ragionare sui fatti della vita e della morte, sulla guerra e sulla pace.

Le nostre azioni sono sempre molto meno che perfette, e sempre abbiamo bisogno del perdono di Dio.

Allora quando dobbiamo scegliere. Dobbiamo scegliere ciò che secondo noi è più necessario, ciò che è nella nostra capacità e possibilità di fare, ciò che è il più possibile vicino alla volontà di Dio, e dobbiamo scegliere con quella attenzione massima che viene dal fatto che sappiamo di essere anche nell’errore.

In questo senso dinnanzi a popolazioni decimate, certo dobbiamo intervenire. Di fronte ai civili travolti cercheremo vie di uscita di diplomazia e dialogo, ma infine dovremmo trovare decisioni e azioni da fare. E come cristiani non possiamo solo invocare la pace e lavarcene le mani.

Ecco allora che la guerra, ciò che a che fare con essa e contro di essa, diviene non solo qualcosa che ci interroga come cittadini cristiani, ma anche qualcosa che come cristiani ci fa riflettere sulla fede e sull’azione in tutti i campi della nostra vita.

Quel forte messaggio che è quello di Gesù, quando ci richiama alle nostre possibilità e responsabilità, è un forte messaggio che invita all’azione in ogni campo, senza timidezza. Ma nello stesso tempo è un forte messaggio perché ci condanna a riconoscere la nostra imperfezione e ad affidarci totalmente alla misericordia di Dio.

E la sua misericordia e la sua grazia per merito di Gesù Cristo ci raggiunge certo anche quando facciamo finta di niente, ma soprattutto verrebbe da dire, quando ci prendiamo l’onerosa responsabilità di agire.

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