Locandina Hairspray

Hairspray

Un film che è come una favola, una favola di come sarebbero dovute andare le cose, negli Stati Uniti degli anni sessanta. Nessuna discriminazione, ma il sogno americano per tutti, bianchi e neri, magri e grassi, vecchi e giovani.

Ho visto in Italia presentare il film con lo slogan: “Grasso è bello”, come se questo fosse l’assunto del film, invece Hairspray è un’altra cosa. Infatti non è una parodia dei grassi che li prende in giro sotto sotto con superiorità, ma l’affermazione che non è l’aspetto che conta, ma la personalità di ognuno.

Ecco allora che agganciare la liberazione dei neri all’accettazione dei grassi (come anche cantare l’amore di due non più giovani, in mezzo a quelli di tanti adolescenti), non è solo una trovata, ma diviene un messaggio di ribellione alla discriminazione, allo sprezzante giudizio degli altri che ti fa sentire in colpa, che ti mette in soggezione, che ti fa essere non a posto con il tuo corpo, con il colore della tua pelle, con tutto te stesso, che ti fa penetrare nella mente come una auto-vergogna.

È in fondo un film sulla dignità di ogni essere umano e sul riappropriarsi della propria dignità. Il fatto che il film sia pieno di tante canzoni e “lustrini” anni sessanta, dunque, non tragga in inganno. Vanno seguiti i dialoghi e i testi delle canzoni, che non sono mai a caso.

Fin dall’inizio, dal giornale che dà notizia del comportamento discriminatorio verso i neri del sindaco della città di Baltimora, si comprende che dietro la ragazza che canta in puro stile musical vaporoso, come la lacca che dà il titolo al film, si sta parlando di altro. E ci si riferisce agli anni sessanta non per nostalgia, ma perché quegli anni sono gli anni della lotta contro la discriminazione, si veda ad esempio la marcia dei manifestanti come ricrea quel clima insieme al vero è proprio gospel che l’accompagna.

Ma c’è anche di più. Quando il padre dice alla ragazza di tentare di realizzare il suo sogno, perché “questa è l’America”, c’è la grande speranza di quegli anni, la grande speranza di un sogno americano per ognuno. Qualcosa che ci fa pensare a quante cose sono cambiate, ad esempio riguardo alla discriminazione verso i neri, ma anche a quante occasioni si sono perdute e quanti errori sono stati fatti. E che ci fa pensare all’oggi su quante cose restano da fare per le generazioni successive, certo più smaliziate e più calcolatrici, ma anche spesso meno cariche di voglia di cambiare e di sogni, così belli, grandi e forti, come neri e bianchi insieme mano nella mano.

E il lieto fine, così improbabile (e chissà se mai rivedremo la ragazza protagonista in posizione di spicco in qualche altra grande produzione), non è velato di malinconia, ma vuol dare fiducia col messaggio che non si possono fermare i tempi che corrono verso una maggiore giustizia. È un ottimismo forse spicciolo, ma comunque sia è la direzione in cui vogliamo camminare.